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 emergenza educativa Il caso dei due insegnanti aggrediti a Parma da un branco di ragazzi (maranza?) si presta a commenti più svariati. Certamente, sono il risultato del degrado e del fallimento della scuola statale, è probabile che in una scuola Paritaria non sarebbe accaduto un fatto simile.  La scena è orribile, ed è rimbalzata sul web e sulle chat perché è stata ripresa in video. Uno dei ragazzi ha picchiato uno dei due docenti dicendogli addirittura “ti faccio saltare la testa.

Una brutale aggressione che non poteva passare inosservata, due professori vengono inseguiti, picchiati, presi a pugni e a bastonate da un gruppo di studenti. E non stiamo parlando di una rissa tra coetanei: stiamo parlando di docenti, di pubblici ufficiali, di persone che ogni giorno entrano in classe per educare, insegnare e tenere insieme i pezzi di una società sempre più sfilacciata. Non voglio dilungarmi sulla scena. Avete visto e siete capaci di commentarla. Una scena vile, disgustosa, indegna di un Paese civile. Ma la notizia più sconvolgente arriva dopo: i due docenti non intendono denunciare e il provveditore rassicura tutti spiegando che la scuola “non deve punire, ma educare”. Sembra una forma di alto masochismo. E allora, come si suol dire, tutto é bene quel che finisce bene, si torna in classe come se nulla fosse accaduto e come se prendere a bastonate due insegnanti fosse solo una “ragazzata” da affrontare con qualche riflessione educativa e un generico richiamo disciplinare. Pertanto, il messaggio che passa è che nessuno denuncerà, che nessuno pagherà davvero, che “bisogna capire”, “contestualizzare”, “rieducare”, allora stiamo dicendo ai prossimi violenti che possono continuare e che il limite non esiste più. Il video parla chiarissimo, molto più chiaramente di tante dichiarazioni istituzionali piene di parole prudenti e vuote. E ci dice una cosa terribile: oggi in certe scuole il rispetto è morto. E quando una società smette di proteggere i suoi insegnanti, sta già scavando la fossa del proprio futuro. E’ probabile che i professori fanno parte di quelli che credono ciecamente nell’accoglienza a tal punto di negare la realtà del grave atto. Cosa c'è dietro tali dichiarazioni? Paura di ritorsioni? Non è sufficiente come spiegazione. Qui è l'ideologia a far parlare e negare. Questi sono, con ogni probabilità, i professori dell'accoglienza, del multiculturalismo. Quelli che per anni hanno costruito la propria identità professionale e morale attorno alla narrativa dell'immigrazione come ricchezza. Quella narrativa ha una conseguenza strutturale, rende la realtà inaccettabile, perché vederla significherebbe mettere in crisi non un'opinione, ma un'intera visione del mondo, una vocazione, un'identità. Quando la realtà viene filmata e l'ideologia non può più ignorarla, rimane una sola strada: negarla. Per sopravvivenza psichica. È lo stesso meccanismo che produce il silenzio istituzionale attorno a certi fenomeni di cronaca, la rimozione sistematica delle origini quando si parla di baby gang, l'uso del termine "maranza" come categoria culturale neutra che permette di non dire ciò che si vede. La categoria esiste proprio per questo, per nominare senza nominare. Il problema è che il corpo docente italiano è stato formato, culturalmente e ideologicamente, a considerare la segnalazione di certi problemi come un atto politicamente scorretto, quasi come una forma di razzismo. Ma quando arrivi al punto in cui segnalare ciò che hai subito ti sembra più immorale del subirlo, allora non sei più un insegnante. Sei un militante che ha perso anche l'istinto di autodifesa. La scuola italiana ha un problema con la verità. Se questi soggetti trovano più conveniente, moralmente, socialmente, professionalmente, negare piuttosto che denunciare, il problema non è degli studenti stranieri. È del sistema che ha prodotto adulti così per via della loro becera ideologia. Forse è azzardato l’accostamento, ma la reticenza dei due docenti di Parma mi ricorda molto quella degli insegnanti del Liceo classico “Spedalieri” di Catania quando nel 2007 ad una lettera pubblica degli studenti che chiedevano ai professori aiuto “Noi abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti a trovare il senso del vivere e del morire, qualcuno che non censuri la nostra domanda di felicità e di verità”. Sostanzialmente è la scuola che dovrebbe educare al bene e alla Verità. La risposta dei professori è a dir poco imbarazzante. “La scuola, secondo loro, dovrebbe infatti limitarsi a «stimolare domande»; quanto al «senso della vita», che nella loro lettera quasi disperata gli studenti dichiaravano di aver perso o non aver mai trovato, ebbene, che ciascuno cerchi da solo le «risposte adeguate al proprio percorso». Praticamente, invece di rallegrarsi che un gruppo di studenti si interroghi sul senso del vivere, che si pone domande essenziali, gli insegnanti li invitano puramente e semplicemente a piantarla: «Proporvi, o imporvi, delle verità è integralismo, cioè barbarie, e pertanto questo atteggiamento non può avere luogo nella scuola pubblica, cioè democratica e laica». Tornando a Parma, in particolare alla scena, “è molto più di un episodio di cronaca, è una fotografia simbolica della resa culturale europea”, scrive Francesco Lemmi nel suo profilo su Fb. E’ l’Occidente contemporaneo. “Non la grande Europa delle cattedrali, delle università, della filosofia e del diritto. Non la civiltà che insegnava disciplina, responsabilità e autorità. Ma un continente stanco, psicologicamente sconfitto, che arretra perfino davanti ai propri adolescenti violenti”. Perché il punto più inquietante non è soltanto la violenza del branco. Il vero dramma arriva dopo, quando i professori decidono di non denunciare e con loro i dirigenti scolastici spiegano che “la scuola deve educare, non punire”. Almeno questi, rispetto a quelli di Catania, forse hanno voglia di educare. Ed è qui la crisi del mondo occidentale. Arriva quando una società intera sembra avere più paura della sanzione che della violenza stessa. “Per decenni ci hanno insegnato che l’autorità fosse il problema. Che ogni regola fosse oppressione. Che punire fosse traumatico. Che il conflitto dovesse essere evitato a ogni costo. Così abbiamo lentamente demolito ogni forma di autorevolezza: la famiglia, la scuola, lo Stato, la figura dell’insegnante, perfino il concetto stesso di disciplina”. Pertanto, quando elimini l’autorità legittima, nasce quella illegittima. Nasce il dominio del più aggressivo, dei bulli, dei violenti. Comandano quelli che urlano di più, intimidiscono di più, colpiscono di più. “La società occidentale contemporanea appare paralizzata da una specie di senso di colpa permanente. Ogni volta che qualcuno aggredisce, distrugge o umilia, la prima reazione non è più difendere la vittima, ma comprendere l’aggressore. Bisogna “contestualizzare”. Bisogna “rieducare”. Bisogna “dialogare”. Basta osservare come si sono trasformate le nostre città europee. In molti quartieri l’autorità occidentale è percepita come fragile, esitante, incapace di reagire. Crescono gruppi giovanili violenti, spesso legati a contesti di immigrazione fallita e disgregazione culturale, che vedono nella debolezza europea non un valore morale, ma un segno di resa”. Perché una civiltà che non punisce più comunica un messaggio chiarissimo: non crede più abbastanza in sé stessa da meritare di essere difesa. E allora tutto arretra. Arretra la scuola. Arretra lo Stato. Arretra la cultura occidentale. Arretra perfino il semplice diritto di un adulto di correggere un ragazzo che si comporta da teppista. Nel frattempo, la violenza cresce, perché la violenza capisce perfettamente una cosa che l’Occidente sembra aver dimenticato: ogni società vive soltanto se esistono limiti invalicabili. Sembra che Lemmi abbia letto “Lo scontro delle civiltà”, del politologo americano Samuel Huntington. Quando i limiti spariscono, resta soltanto la legge del branco. Ed è esattamente ciò che vediamo oggi. Il professore aggredito a Parma non rappresenta soltanto sé stesso. Rappresenta simbolicamente un’intera civiltà colpita mentre tenta ancora disperatamente di educare chi ormai non riconosce più alcuna autorità. Una civiltà che continua a chiedere rispetto mentre smette di pretenderlo. E il punto più drammatico è che molti europei sembrano ormai incapaci perfino di indignarsi davvero. Si sono abituati. Hanno interiorizzato l’idea che l’Occidente debba sempre arretrare, comprendere, giustificare, assorbire ogni colpo senza reagire. Ma nessuna civiltà sopravvive a lungo in questo modo. Perché la tolleranza senza forza diventa sottomissione. L’educazione senza autorità diventa impotenza. E una società che non sa più difendere i propri insegnanti sta già preparando il proprio tramonto.

CHE LA FORZA SIA CON NOI significa esattamente questo: ritrovare il coraggio di difendere ciò che merita di essere salvato. Prima che sia troppo tardi.

Torino, 28 maggio 2026

S. Beda Venerabile, Dottore

della Chiesa.                                      DOMENICO BONVEGNA