Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

lavanda dei piedi particolareCome accennavamo la Chiesa è chiamata ad essere un facilitatore della Grazia. Questa dimensione vocazionale si svolge in una modalità tale che non impedisce l’incessante chiamata alla Vita che Dio fa ad ogni creatura e, nel contempo, non ne ostacola l’azione trasfigurante assecondando scelte e comportamenti che impediscono alla Grazia stessa di portare veramente frutto nell’itinerario personale di ogni uomo e di ogni donna.

La Grazia, anzitutto, si innesta nel “desiderio desiderato” di Cristo[5]. È Cristo che ha amato tanto il mondo da dare la vita eterna per ogni Persona. Immergerci in questo sentimento/pensiero/desiderio di Cristo è dunque fondamentale. E per conoscere tale desiderio occorre farsi infiammare ed educare da questo desiderio specie nella Santa Messa e nell’adorazione Eucaristica. Quello è il luogo degli amanti che imparano ad amare nell’Amore. Lì i discepoli si innestano nei “criteria” di Dio, “orandum est ut Desiderium desideretur[6].

Noi non immaginiamo neanche lontanamente quale tesoro e quale fiume di Bene sia presente dietro ogni Persona che è appunto un Bene-detto da Dio, una Benedizione. Tuttavia a causa del peccato, peccato d’origine e personale, la Persona si può ingannare in sé stessa e nelle relazioni, pervertendole e, per tale motivo, la Chiesa non può ingannare ulteriormente e dire Bene di qualcosa che è contrario al Bene della Creatura. La Chiesa non può Benedire ciò che è male e ciò che è disordinato ma è chiamata a facilitare il lavorio costante della Grazia affinché ciò che è male sia cessato, il male compiuto venga ordinato ad un Bene e la Persona inizi ad essere tale e riverberare tutto il tesoro che porta dentro a Beneficio del Corpo che è la Chiesa e dell’umanità. E la Santità, lo potrei testimoniare con decine di esempi, si può svelare in Persone che davamo per perse e (per noi) “confermate” nel male.

Dio è meravigliosamente stupefacente e solo Lui conosce il cuore dell’uomo (Sl. 64,7).

E come dobbiamo stare attenti a non mortificare Dio che parla nel cuore dell’uomo e della donna (Dei Verbum, 2) così dobbiamo stare severamente attenti a non ingannare le Persone, i fratelli e le sorelle per cui Cristo è morto e Risorto chiamando bene ciò che è male, specialmente invertendo il “principio di gradualità” nella “gradualità del principio”[7].

Questa seconda e drammatica modalità è per noi più facile perché accondiscendente alla concupiscenza di cui tutti siamo feriti. Tuttavia, sarebbe assai disonesto chiamare onesto ciò che non lo è e si agirebbe come “la persona alla maniera della non-persona”[8], conducendo la Persona che ci è donata verso ciò che la disordina e la abbrutisce solo per compiacere i desideri liminali e le confusioni affettive.

L’affermazione, ora abusata, di “bene possibile”, come già accennato in altra sede[9] si può prestare a gravi fraintendimenti in ordine alla Grazia e al cammino morale. Anzitutto il Bene è il solo possibile proprio perché è Bene presente, donato e richiesto. Citando San Tommaso:

“Respondeo dicendum quod Deus omnia existentia amat. Nam omnia existentia, inquantum sunt, bona sunt, ipsum enim esse cuiuslibet rei quoddam bonum est, et similiter quaelibet perfectio ipsius. Ostensum est autem supra quod voluntas Dei est causa omnium rerum et sic oportet quod intantum habeat aliquid esse, aut quodcumque bonum, inquantum est volitum a Deo. Cuilibet igitur existenti Deus vult aliquod bonum. Unde, cum amare nil aliud sit quam velle bonum alicui, manifestum est quod Deus omnia quae sunt, amat. Non tamen eo modo sicut nos. Quia enim voluntas nostra non est causa bonitatis rerum, sed ab ea movetur sicut ab obiecto, amor noster, quo bonum alicui volumus, non est causa bonitatis ipsius, sed e converso bonitas eius, vel vera vel aestimata, provocat amorem, quo ei volumus et bonum conservari quod habet, et addi quod non habet, et ad hoc operamur. Sed amor Dei est infundens et creans bonitatem in rebus.

Rispondo per dire che Dio ama tutti gli esseri esistenti, perché tutto ciò che esiste in quan­to esiste è buono; infatti l’essere di ciascuna cosa è un bene, come è un bene del resto ogni perfezione. Ora la volontà di Dio è causa di tutte le cose e per conseguenza ogni en­te ha tanto di essere e di bene nella misura in cui è oggetto della volontà di Dio. Dunque a ogni essere esistente Dio vuole bene. Per­ciò, siccome amare vuol dire volere a uno del bene, è evidente che Dio ama tutte le co­se esistenti. Dio, però, non ama come noi. La nostra volontà infatti non causa il bene che si trova nelle cose, al contrario è mossa da esso come dal proprio oggetto. Quindi il nostro amore, col quale vogliamo del bene a qualcuno, non è causa della bontà di costui, ma anzi la di lui bontà, vera o supposta, pro­voca l’amore il quale ci spinge a volere che gli sia mantenuto il bene che possiede e ac­quisti quello che non ha, e ci adoperiamo a tale scopo. L’amore di Dio invece infonde e crea la bontà nelle cose” [10].

Proprio perché il Bene è presente, sia in predisposizione ontologica sia in caparra, in Grazia santificante, ove non persa, e in Grazia attuale, come costante chinarsi di Dio nella storia di ciascuno, ci rende possibile di compiere il Bene. Il Bene presente consente di compiere il Bene. Tanto più in coloro che hanno ricevuto il dono del Battesimo.

San Paolo parla appunto di “debito nello Spirito”, come un Bene che ci spinge dal di dentro a compiere il Bene, anche in situazioni umanamente impossibili (Rm. 8,1ss). Era questo il senso autentico di “Bene ora possibile” anticipato da Benedetto XVI in un famoso discorso:

“Perciò anche nel nostro tempo educare al bene è possibile, è una passione che dobbiamo portare nel cuore, è un'impresa comune alla quale ciascuno è chiamato a recare il proprio contributo.”[11]

Ora, se il Bene è presente, quello che invece è possibile, drammaticamente possibile, è la perversione del Bene o la privazione del medesimo Bene, inclinandolo al disordine e al culto di sé.

Ad essere fedeli, poi, alla sintesi di Boezio la persona è "sostanza individuale di natura razionale"[12], ed occorre chiarire che la “natura razionale” non è solo la capacità cognitiva, ma anzitutto la capacità relazionale. Si evidenzia quindi che benché il male non tocchi l’essenza ontologica della Persona tuttavia la obnubila e la ferisce proprio nella sua capacità relazionale. Sia nella relazione ad-intra, con sé stessa e nella percezione di sé, sia nella relazione con Dio, sia nelle relazioni con i suoi fratelli e le sue sorelle.

Pertanto la Personalizzazione piena si ha proprio nella qualità delle sue relazioni. Più queste sono ordinate verso una natura, una finalità umana ed umanizzante, secondo il pensiero di Cristo, più rendono la Persona una Persona. L’incessante provvidente Grazia attuale è un costante aiuto che Dio pone verso il Bene che la creatura è.

Per tale motivo, per custodire il Bene, volere il Bene e compiere il Bene, la Chiesa consiglia a tutti i battezzati la Castità. È consiglio evangelico e battesimale al contempo. Perché attraverso questo dono e mezzo, la Persona si umanizza veicolando le sue potenzialità e bellezze affettive, svelandone i significati di complementarietà e di fecondità. Le scelte morali, affettive e relazionali hanno un significato eterno e lì si misurano perché si schiuda l’essenza della Persona.

Le Persone con omo-affettività, dunque sono accolte come ogni Persona ma, come ogni Persona, sono chiamate ad un cammino e a passare per la “porta stretta” (Lc. 13,24). E guai a dimenticarlo. Ricorda Papa Francesco nella Evangelii Gaudium:

“In una civiltà paradossalmente ferita dall’anonimato e, al tempo stesso, ossessionata per i dettagli della vita degli altri, spudoratamente malata di curiosità morbosa, la Chiesa ha bisogno di uno sguardo di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi davanti all’altro tutte le volte che sia necessario. In questo mondo i ministri ordinati e gli altri operatori pastorali possono rendere presente la fragranza della presenza vicina di Gesù ed il suo sguardo personale. La Chiesa dovrà iniziare i suoi membri – sacerdoti, religiosi e laici – a questa “arte dell’accompagnamento”, perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro (cfr Es 3,5). Dobbiamo dare al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana.

Benché suoni ovvio, l’accompagnamento spirituale deve condurre sempre più verso Dio, in cui possiamo raggiungere la vera libertà. Alcuni si credono liberi quando camminano in disparte dal Signore, senza accorgersi che rimangono esistenzialmente orfani, senza un riparo, senza una dimora dove fare sempre ritorno. Cessano di essere pellegrini e si trasformano in erranti, che ruotano sempre intorno a sé stessi senza arrivare da nessuna parte. L’accompagnamento sarebbe controproducente se diventasse una specie di terapia che rafforzi questa chiusura delle persone nella loro immanenza e cessi di essere un pellegrinaggio con Cristo verso il Padre.”[13]

Continua su Indicazioni teologico-pastorali per la Pastorale delle Persone con omo-affettività e Persone con difficoltà di identità di genere