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Gli sguardi di due donne straordinarie si sono incrociati prima di affrontare l'inferno di Auschwitz
Pubblichiamo la prefazione al libro Il volto. Principio di interiorità. Edith Stein, Etty Hillesum (Milano, Marietti, pagine 96, euro 14) di Cristiana Dobner.


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di LUCETTA SCARAFFIA
Due delle intellettuali più interessanti del Novecento, due donne straordinarie, per di più accomunate dal fatto di essere entrambe ebree, deportate e uccise ad Auschwitz, Edith Stein e Etty Hillesum, si sono incontrate personalmente.
Sappiamo che questo incontro è avvenuto nel campo olandese di Westerbork, proprio prima della deportazione nel campo di sterminio. Lo sappiamo da una veloce annotazione di Etty, che narra l'arrivo di due monache, "nate da una famiglia ebrea, ricca e colta, di Breslau", Edith e la sorella Rosa. Ma non sapremo mai cosa si sono dette, non potremo mai assistere allo scambio di sguardi. Condividiamo, con Cristiana Dobner, la certezza che si siano "riconosciute" dai loro volti, quei volti che, scrive l'autrice, rivelano "la singolarità e l'individualità concreta della persona".
 Esistono generi letterari che simulano incontri mai avvenuti, in genere fra l'autore e un personaggio che è vissuto in altri tempi, ovviamente famoso. Si chiamano "interviste impossibili" e hanno goduto di grande fortuna. Il saggio di Cristiana Dobner ha scelto invece un'altra via, più difficile e profonda: quella di immaginare e di descrivere cosa ciascuna delle due donne ha visto nel volto dell'altra. Sapendo che si tratta di volti che rivelavano una lunga riflessione interiore, volti che erano specchio dell'interiorità, ben consapevoli del significato dei rapporti umani, volti che portavano scritta in sé la traccia di altri incontri, densi di senso, che avevano vissuto.
Proprio ripercorrendo il loro pensiero e gli incontri importanti occorsi, la Dobner ha cercato di ricostruire quello che il volto di ciascuna doveva avere detto all'altra anche senza parole, anche solo con uno sguardo. Uno sguardo che, soprattutto in un momento così drammatico, era senza dubbio capace di leggere nel profondo, di cogliere il significato essenziale di quel loro guardarsi reciproco.
Il volto di Edith è ricostruito attraverso un esame attento delle poche fotografie e soprattutto attraverso le parole di coloro che l'hanno incontrata, fedelmente ricordate nei verbali del processo di beatificazione a cui l'autrice attinge. Una fonte in genere trascurata, ma molto ricca.
 Alcuni di questi incontri narrati avvengono quando Edith è nella clausura, quindi solo un volto velato dietro la grata, e la sua anima si rivela dalla voce, dalle parole. Le parole più intense su di lei sono quelle dell'amico sacerdote Eric Przywara, che descrive "l'amore fedele e incrollabile al suo popolo e (...) la forza che emanava". Confermando uno stile che, scrive Dobner, "vibra di forza classica, filosofica - nell'unione fra la filosofia fenomenologica di Edmund Husserl, allora dominante, e il pensiero di Tommaso d'Aquino - di forza artistica, prediligendo Bach e Reger e l'innodia della Chiesa".
Anche Etty, quando incontra Edith, trasmette forza. In lei la terribile angoscia dell'attesa del momento della deportazione "inspiegabilmente diviene forza di vita e non debolezza di tomba".
Il lungo e doloroso percorso di Etty è meno intellettuale di quello di Edith, più esperienziale: il vero volto della giovane ebrea olandese emerge grazie all'incontro con un originale psicanalista chirologo, Julius Spier, che la condurrà in un lungo e doloroso cammino all'interno di se stessa.
Etty è guidata in questo percorso da un filo conduttore, le parole che ha conosciuto nella Torah "Dio creò l'uomo a sua immagine", ma sa che questo filo è sottoposto a continue tensioni. In quaderni, lettere e diari, Etty racconta minuziosamente questo suo viaggio interiore, questa scoperta del suo vero volto. Proprio perché è arrivata a comprenderlo, non si porta nel campo ritratti delle persone care, sa che i loro volti sono custoditi nelle pareti del suo io interiore, dove li ritroverà sempre.
La scelta del volto come tramite privilegiato di comunicazione, da parte della Dobner, non è casuale: l'autrice infatti è ben consapevole che il tema del volto è diventato "il nuovo e più alto discorso filosofico della modernità", come ha chiaramente spiegato Emmanuel Lév045q05ainas, grande filosofo ebreo, che ha scritto che il volto, consentendo l'incontro con l'altro, apre all'idea di infinito.
"Si instaura così - scrive Dobner - una relazione in cui si cerca l'altro, il senso profondo però non è racchiuso nella relazione stessa ma rimanda più in là". E certo questa apertura all'infinito era ben presente nella mente e nel cuore delle due donne, quando si sono incontrate, entrambe aperte all'epifania del divino. Forse l'hanno incontrato insieme, anche se per pochi istanti, e il loro sguardo reciproco è stato un dono prima dell'inferno che stavano per affrontare.



(©L'Osservatore Romano 23 febbraio 2012)