Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

Spirito Santo colourdi Alberto Ridolfi  & Paul Freeman

Uno dei compiti dello Spirito Santo è quello di rinnovare la nostra vita spirituale.

Quindi non possiamo non approfondire, in verità, la conoscenza della terza persona della Santissima Trinità. Se vogliamo intraprendere un vero e ortodosso cammino spirituale e vivere una fede viva, efficace ed evangelizzatrice, non possiamo rimanere nell’ignoranza riguardo allo Spirito Santo. Come è stato già detto nell’introduzione, spesso corriamo il rischio di spiritualizzare o distorcere a nostro uso e consumo l’azione dello Spirito Santo, come anche ovviamente la figura del Padre e del Figlio Gesù, nostro Signore.

Non possiamo correre questo rischio perché Egli è colui che ci fa da collirio e che ci dà la capacità di correggere e vedere con esattezza Dio: “Lo Spirito Santo vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv 16,13).
Un buon cammino, per arrivare alla conoscenza dello Spirito Santo, può sicuramente partire dall’approfondimento dei suoi doni.

Ora cercheremo di analizzare il dono della pietà, partendo da ciò che dice in proposito il catechismo della Chiesa cattolica.

Il catechismo al n. 1830 così recita: "La vita morale dei cristiani è sorretta dai doni dello Spirito Santo. Essi sono disposizioni permanenti che rendono l'uomo docile a seguire le mozioni dello Spirito Santo." Pertanto tutta la vita morale del cristiano è aiutata e sorretta dai doni dello Spirito senza i quali ci troviamo deboli, indifesi e di conseguenza più soggetti a cadute spirituali. Questi doni sono permanenti, non provvisori e rendono ogni uomo docile, mansueto e disponibile all'azione dello Spirito. Grazie a questi doni, che ognuno di noi possiede già dal battesimo, possiamo:
lasciarci usare dallo Spirito,
capire ciò che vuole da noi  e seguirlo là dove vuole portarci.
Noi abbiamo ricevuto tutti i doni dello Spirito nel battesimo, ma è ovvio che abbiamo delle predisposizioni particolari ad attualizzarne meglio alcuni rispetto ad altri. Il primo passo per poter attuare un buon discernimento è quello di conoscerli. Dopo la prima descrizione dei doni dello Spirito, il catechismo della Chiesa cattolica va ad elencarli: "I sette doni dello Spirito Santo sono la sapienza, l'intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza, la pietà e il timore di Dio. Appartengono nella loro pienezza a Cristo, Figlio di Davide. Essi completano e portano alla perfezione le virtù di coloro che li ricevono. Rendono i fedeli docili ad obbedire con prontezza alle ispirazioni divine." (n. 1831)
In questo punto il catechismo ce li svela e ci dice quali sono, ma non dice solo questo; afferma anche che "... Essi completano e portano alla perfezione le virtù di coloro che li ricevono. Rendono i fedeli docili ad obbedire con prontezza alle ispirazioni divine." Vuol dire che essi fanno maturare il nostro "uomo spirituale". I doni, infatti, si adattano perfettamente alle nostre disposizioni spirituali, perfezionandole ed aprendole in modo particolare all'azione di Dio stesso. A questo punto entriamo nello specifico del dono della pietà.

Innanzitutto facciamo un po' di igiene psichica cioè ripuliamo la nostra mente dai significati errati consolidati nel tempo, inserendo quelli più giusti ed ortodossi, cioè veri: il dono della pietà non ha niente a che fare con il sentimento della compassione che si ha verso i miseri e che di solito esprimiamo con espressioni come: fare pietà, muovere a pietà, etc. Non ha neanche niente a che fare con il sentimento della misericordia che dovremmo provare verso chi offende il prossimo e non confondiamolo neppure con il pietismo che è la degenerazione della pietà.
Col termine pietà (pìetas, in latino), indichiamo quell'insieme di sentimenti come il rispetto, la dedizione, e l'amore che si hanno verso persone o realtà che sentiamo, in qualche modo, superiori a noi: genitori, superiori, parenti, patria e, essenzialmente, l'amore e reverenza verso Dio. La pietà fa parte della virtù della giustizia che consiste nel dare a ciascuno quanto gli è dovuto. La pietà dovuta a Dio viene chiamata religione, dove per religione intendiamo quella virtù che regola i rapporti dell'uomo con Dio e che si esprime attraverso: l'ascolto, l'obbedienza, la fede, il rispetto, la devozione, il culto, l'offerta, la preghiera, il sacrificio. Queste manifestazioni costituiscono la religione naturale, che viene praticata da tutti coloro che credono in Dio. Quindi col termine pietà si intende descrivere la virtù di religione, ovvero la disposizione di filiale obbedienza, sentita dal cristiano come una esigenza interiore, unita al bisogno di dover sottomettere la nostra volontà a quella di Dio non per paura o timore ma solamente per amore. Da questo desumiamo che il dono della pietà qualifica, appunto, il rapporto con Dio ed essenzialmente il rapporto di figliolanza con Lui. La pietà infatti, "viaggia" ad un livello molto superiore, anzi unico, perché permette al cristiano di conoscere Dio non solo come Creatore, Signore e Provvidente (dono del Timor di Dio), ma anche come Padre. Questo perché Dio ha voluto rivelarsi al mondo in Gesù Cristo come Padre. Ma non è tutto, infatti se da una parte il dono della pietà mette il cristiano nella condizione di sentirsi figlio di Dio ed avere Dio come padre, dall'altra lo dispone anche ad un atteggiamento di delicatezza e di rispetto verso tutto ciò che Dio ha istituito nella Chiesa e nel mondo come un riflesso della propria universale Paternità. Quest'ultimo concetto è vero, ma vorrei che uscissimo da questa introduzione sul dono della pietà con questa piena consapevolezza: il nostro rapporto con Dio non è più fondato soltanto su una serie di doveri da adempiere, di prescrizioni e di decreti, ma sulla coscienza che abbiamo un Dio che ci è Padre e che ama farsi chiamare dai suoi figli con il nome di Abbà.
Abbà non ha una traduzione in italiano perché più che essere una parola, in ebraico è un suono, un atteggiamento, una onomotopea di relazione; possiamo comunque provare a dire che esprime la tenerezza e l'intimità che a noi sono note con il nome di papà, babbino, paparino, meglio ancora "caro papà mio".
La cosa più importante è che rivolgerci a Dio con il nome di Abbà significa stare davanti a Lui con il cuore di un figlio che sta davanti a suo padre. Il cristiano che si accosta a Dio ancora con la mentalità legalista e formale, non è ancora diventato cristiano.
Ciò che ci rende veramente cristiani è proprio il cuore di figli nei confronti di Dio.

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