Rassegna stampa Speciali

Cinque anni fa 21 copti furono trucidati in Libia. Come nella passione dei primi martiri

martirio 21 coptiLa diocesi copta ortodossa di Samalut, al centro dell’Egitto, commemora oggi il martirio, avvenuto cinque anni fa, dei ventuno copti trucidati in Libia dai jihadisti del sedicente Stato islamico (Is). Le celebrazioni si svolgono nella cittadina di El-Aour, nell’Alto Egitto — da dove provenivano tredici dei martiri — nella chiesa che custodisce i loro resti mortali e nel santuario-museo a loro dedicato, entrambi edificati in tempi rapidi con il sostegno concreto del governo egiziano e inaugurati nel 2018.
Da quest’anno, il museo, dove sono attualmente custodite come reliquie le manette che legavano le mani dei martiri, propone un supplemento di materiale documentario sulla loro vicenda, con pannelli illustrativi e contributi audiovisivi predisposti in arabo, inglese e francese. Tra gli oggetti già esposti ci sono le monete trovate nelle tasche delle vittime, insieme ad alcuni documenti di identità e ai registri di lavoro su cui due di loro trascrivevano le attività compiute giorno per giorno.
Come già detto, il memoriale di El-Aour è stato finanziato dal governo del Cairo che ha erogato dieci milioni di sterline egiziane (457.000 euro). Realizzato dal Corpo degli ingegneri dell’esercito su una superficie di quattromila metri quadrati, l’edificio comprende due livelli. Un pianterreno dove sono esposte le spoglie dei martiri avvolte nelle stoffe di velluto, secondo la tradizione copta. La chiesa si trova al primo piano.
I ventuno copti egiziani erano stati rapiti in Libia all’inizio di gennaio 2015. Appena una settimana dopo, il 15 febbraio, siti jihadisti mettevano in rete il video della loro decapitazione. Il patriarca Tawadros II decise di iscriverli nel Synaxarium, il libro dei martiri della Chiesa copta, stabilendo che la loro memoria fosse celebrata proprio il 15 febbraio.
I resti mortali dei copti uccisi furono individuati alla fine del settembre 2017 in una fossa comune sulla costa libica, presso la città di Sirte. I loro corpi erano stati rinvenuti con le mani legate dietro alla schiena, vestiti con le stesse tute color arancione che indossavano nel macabro video filmato dai carnefici al momento della loro decapitazione. Accanto ai corpi, le teste dei decapitati. Tuttavia, il rimpatrio delle spoglie, più volte preannunciato dai media egiziani, ha richiesto più tempo del previsto e si è concretizzato soltanto a metà di maggio 2018. Oggi il villaggio di El-Aour è divenuto terra di pellegrinaggi e la chiesa dei martiri è gremita di fedeli provenienti da ogni angolo del paese a ogni funzione.
In merito al video, il vescovo di Guizeh dei Copti, monsignor Antonios Aziz Mina, fece notare che fu «costruito come un’agghiacciante messinscena cinematografica, con l’intento di spargere terrore. Eppure, in quel prodotto diabolico della finzione e dell’orrore sanguinario — aveva detto il vescovo — si vede che alcuni dei martiri, nel momento della loro barbara esecuzione, ripetono: “Signore Gesù Cristo”. Il nome di Gesù è stata l’ultima parola affiorata sulle loro labbra. Come nella passione dei primi martiri, si sono affidati a Colui che poco dopo li avrebbe accolti. E così hanno celebrato la loro vittoria, la vittoria che nessun carnefice potrà loro togliere». In quell’occasione anche il patriarca di Alessandria dei Copti, monsignor Ibrahim Isaac Sedrak, aveva invitato la comunità a guardare alla tragica morte dei fratelli copti ortodossi con uno sguardo illuminato dalla fede.
La drammatica vicenda dei copti uccisi barbaramente ha contribuito a rinsaldare i rapporti esistenti tra cristiani e musulmani in Egitto. «Se puntavano a dividerci — sottolineò padre Hani Bakhoum Kiroulos, allora segretario del patriarca e oggi vescovo di curia patriarcale di Alessandria dei Copti — il loro progetto è fallito. La dura condanna dell’università di al-Azhar è stata immediata e senza appello». E le reazioni delle autorità locali hanno dimostrato come anche l’Egitto «si sente colpito come nazione dal delirio sanguinario dei terroristi».

© Osservatore Romano - 16 febbraio 2020


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