Rassegna stampa formazione e catechesi

Quando la devozione diviene carità

L’immagine della Beata Vergine della Medaglia Miracolosa che si festeggia il 27 novembre

Colloquio con il presidente della Pontificia Academia mariana internationalis

«La devozione mariana è un patrimonio religioso-culturale da salvaguardare nella sua originaria purezza liberandolo da sovrastrutture, poteri o condizionamenti che non rispondono ai criteri evangelici di giustizia, libertà, onestà e solidarietà». Le parole del Pontefice del 15 agosto scorso rivolte alla Pontificia Academia Mariana Internationalis in una lettera risuonano nella mente e nel cuore del presidente, padre Stefano Cecchin, nel giorno che vede protagonista una delle devozioni mariane più famose: sono passati 190 anni, infatti, dall’apparizione della Vergine Maria all’ebreo Ratisbonne nella chiesa romana di Sant’Andrea delle Fratte, santuario e polo di devozione per migliaia di fedeli. La parola più importante è una, ed è forte: solidarietà. Maria è donna di fratellanza, di solidarietà, di pace e perdono. La Pontificia Academia, in pieno accordo con il Pontefice, sta concentrando i suoi sforzi per arrivare a dare di Maria un’immagine reale e concreta, «togliendo la polvere che si era depositata su di essa nei secoli» (Papa Francesco ai docenti e agli studenti della Pontificia facoltà teologica Marianum di Roma, 24 ottobre 2020).

Presidente Cecchin, pensiamo a Maria e ci vengono subito in mente devozioni, simboli, segni della cosiddetta pia pratica religiosa. È una devozione che va sì conservata, ma che — in una certa misura — ha bisogno di una sua contestualizzazione, così potremmo dire, nella società di oggi. Quanto è importante — nel nostro presente — questo tema per la Pontificia Academia?

Direi assolutamente importante. Non possiamo pensare a una Chiesa slegata dalla società, prima di tutto. E Maria è Chiesa. Nel Vangelo troviamo una Maria che cammina: va da Elisabetta; ogni anno sale al tempio o, ad esempio, dopo l’evento di Cana la vediamo camminare con Gesù e i discepoli. Sarà una presenza silenziosa sino alla croce, dalla quale Gesù ce la rivela come madre. Così vediamo che la Vergine non si erge mai lontana, vive la società della sua epoca, attenta alle situazioni (“non hanno più vino”). Così oggi Maria e, dunque, le devozioni a lei legate è impossibile che non debbano prendere in considerazione il popolo di oggi. Maria non è lontana nel tempo, perché presente nel nostro quotidiano. Le devozioni, i simboli — come la Medaglia miracolosa — hanno necessità di uno studio che metta in risalto la loro “funzione” di oggetti che richiamano la fede. Non sono oggetti “morti”, ma “vivi”: e vivono solo in virtù della fede di chi indossa quegli oggetti. È la fede, come pure la viva partecipazione ai sacramenti, che ci guida nella via della salvezza e ci protegge dai mali, dando anche un valore a quella medaglia. Non è certo la medaglia in sé che ci protegge: è la mia fede, la sua profondità, il mio rapporto con Dio e con i fratelli che dà valore alla medaglia.

Ed è proprio a questo punto che “entra in gioco” la parola “solidarietà”, “prossimità verso il prossimo”. Chi ha devozione, non può non tenerne conto, giusto?

Maria assieme a Gesù è la prima donna che ha perdonato. Dopo la morte del figlio, accoglie gli apostoli anche se alcuni di loro lo hanno rinnegato. Ha perdonato. Il perdono è carità, prima di tutto. Noi saremmo in grado di perdonare qualcosa di simile? Eppure Maria ci riesce. Ora, partiamo da un fatto: la devozione dovrebbe avvicinarci a questo o quel santo. In questo caso parliamo di Maria. Chi è devoto della Madre del Signore ha nel suo cuore il desiderio di imitare la sua vita. Questo può sembrare impossibile, ma mettiamoci in cammino per farlo: questo sì. La vera devozione è anzitutto imitazione, perché «Maria è il modello della Chiesa», come insegna il Vaticano ii. E per essere Chiesa dobbiamo imitare Maria, quella donna che ha saputo “accogliere” la Parola di Dio tanto che in lei è divenuta carne. Così anche la Chiesa, imitando il suo modello, diventa “accoglienza”. Posso recitare non so quanti rosari, posso portare addosso non so quante medaglie, ma se non ho nel mio cuore l’accoglienza, se non ascolto l’altro, se non guardo alle sue necessità e mi apro alla solidarietà tutto è vano. È una devozione sterile.

Certamente, da queste sue parole viene in mente proprio quella Madonna con le braccia aperte che è l’effige della Medaglia.

Perché no? Necessario però dire che in questo caso la funzione di Maria è quella di “mediatrice”: dispensatrice di grazie. Ma, al contempo, non sbaglieremmo se in quell’immagine della Vergine a braccia aperte, potremmo ritrovare l’idea di una Chiesa che si fa accoglienza, solidarietà verso il prossimo. Maria abbraccia tutti, indipendentemente dalla fede di ognuno, perché ci vede tutti suoi figli: noi, “tutti fratelli”. È la Chiesa di Papa Francesco.

di Antonio Tarallo

© Osservatore Romano - 28 novembre 2020


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