Rassegna stampa formazione e catechesi

LA SAPIENZA. LO SGUARDO DEL "NUDO E SEMPLICE VERO" CHE TUTTO SOSTIENE

Crocifisso volto“Grande infatti è la sapienza del Signore;
forte e potente, egli vede ogni cosa.

I suoi occhi sono su coloro che lo temono,
egli conosce ogni opera degli uomini.
A nessuno ha comandato di essere empio
e a nessuno ha dato il permesso di peccare.” (Sir. 15,18-20)

“Insegnami, Signore, la via dei tuoi decreti
e la custodirò sino alla fine.” (Sl. 118,33)

"La Sapienza di Dio...
Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria" (1Cor. 2,6.8)

“Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.” (Mt. 5,20)

La sapienza di Dio è il Suo cuore.

Qui è racchiuso il suo desiderio, nascosto nei secoli eterni, di farci figli nel Figlio e renderci così compartecipi della sua gioia.

È cosa da noi conosciuta per via di catechesi ma ben poco per via di esperienza perché è più facile per noi conoscere una nozione che assaporarne, nella Sapienza, il gusto.

L’accidia rimanda la via della sapienza e ingolfa il cuore dell’uomo.

Non è escluso, infatti, che l’eccesso di catechesi, inteso come nozione, senza catecumenato, cioè senza esperienza della vita di Dio in Dio, nella Chiesa, produce fariseismo.

Dunque una giustizia senza Giustizia, un sapere senza Sapienza.

Una sorta di empietà strutturata rivestita di cristianesimo.

E' più facile per noi sapere le cose per abitudine che rimanerne "rapiti" per dono di Scienza.

Infatti debole è la nostra vita di orazione e debole la violenza che facciamo a noi stessi e al nostro uomo vecchio.

Ancora non siamo consapevoli realmente del dono senza confini che il Padre ci ha fatto in Cristo.
Ancora non siamo coscienti della cura e dell'attenzione che occorre dare alla vita nuova nello Spirito Santo.

Pertanto ci comportiamo come i "dominatori di questo mondo" di cui parla l'apostolo, perché noi, pur conoscendo per nozione e catechin definitiva, realmente, non "conosciamo" biblicamente il Signore della gloria, ma, sovente, lo crocifiggiamo con la nostra pochezza e con i nostri vizi e peccati.

Ma ciò che addolora di più il cuore di Dio non è tanto il peccato ma la nostra empietà.
Siamo ladri.
Anzi "criminali" - così il termine rawshà in ebraico, cioè empio - perché pur sapendo la legge la infrangiamo, pur sapendo il cuore della legge che è la comunione con Cristo, la calpestiamo per molto meno di trenta denari.

Alcune "zone" della nostra vita e della nostra esperienza non sono "evangelizzate" e su queste aree viviamo come se Dio non esistesse.

Dice infatti l'apostolo che "Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta (la Sapienza); se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria".

Questa affermazione sulla Sapienza ha un duplice significato.

Da una parte una visione positiva legata allo sguardo: se l'uomo smettesse di guardare a sé stesso e di avere "il volto" curvato su di sé (come Caino) e guardasse a Gesù, capirebbe l'immenso dono che Dio ha fatto all'umanità in Cristo e, pertanto, non lo avrebbe ucciso.
E non lo ucciderebbe tutt'ora con la sua empietà.

Da altra parte una dimensione misterica: se satana e i suoi accoliti, istigando l'uomo, l'empietà sopraffina di Giuda, la miseria dei suoi discepoli, il potere dell'epoca, l'opportunismo di Pilato, la "democrazia" manipolabile della folla, avesse saputo che facendo uccidere il Cristo avrebbe affermato la condanna dell'empietà e la redenzione dell'uomo, non lo avrebbe mandato a morte.

Mettendo a morte il Cristo, infatti, satana, ha deciso la sua condanna ed è stata resa giustizia alla sapienza di Dio.

Pertanto per l'apostolo, Cristo Crocifisso, non è un uomo che ha fallito ma "il Signore della gloria".
Reso tale perché nella sua carne e nella Sua morte di croce, ha adempiuto perfettamente alla Sapienza di Dio.

Dal fatto del peccato, l’Incarnazione, voluta comunque come esemplare ab-æterno della creazione dell’uomo, non poteva che, sapienzialmente, offrirsi definitivamente nel dono libero di sé fino alla morte e alla morte di Croce.
Nel più abissale abbandono.

Qui l’empietà è stata svelata e qui la pienezza dell’Amore, della Gloria e della Sapienza è stata effusa immarcescibilmente e metastoricamente.
Qui, nell’ultimo alito del Cristo, il tempo si ferma e si spacca come l'istante prima del parto e nasce la nuova vita per ogni uomo.
Qui la creazione si rigenera.
Nell'Amen di Cristo sulla croce, resa ed abbandono perfetti e totali, risuona ogni nostro piccolo e fievole "amen", rafforzato infinitamente nella compiutezza dell'Amore del Figlio di Dio.

A questa sapienza, sovra ogni umana sapienza, qui ci chiama il Padre.
Lo Spirito ci spinge dal di dentro a fissare lo sguardo sul Signore della gloria.
Da qui ogni adempimento della legge.
Dalla contemplazione in questo sguardo e in questo evento ogni scelta morale.
Qui ogni guarigione.

A tale titolo, firmato nell'amore fatto carne e fatto carne offerta, Cristo può dire "vi è stato detto, ma Io vi dico!".

Ecco perché l'uomo morale è anzitutto un contemplativo, un innamorato, un "piccolo", grande solo dell'abbraccio di Dio.
Un rapito del Crocifisso e della Sua Sapienza.

Ecco, dunque, dove si situa la Giustizia ed è qui, in questo luogo, in questo sguardo, in questa pietra angolare del cuore che l’uomo entra nel “Regno”, cioè vede, sin dal principio, per poter entrare, il “nudo e semplice vero” che tutto sostiene.

PiEffe