Rassegna stampa formazione e catechesi

Da oltre un secolo i cappuccini in Amazzonia. I quattro giovani frati che fecero l’impresa

nave ospedaleEgidio Picucci

Ai padri riuniti in Vaticano lo scorso martedì 15 ottobre per il Sinodo speciale sull’Amazzonia è stato mostrato un video che illustra il lavoro svolto dalla nave ospedale Papa Francesco al servizio delle popolazioni fluviali dello Stato brasiliano di Pará lungo un tratto di 1000 chilometri del Rio delle Amazzoni.
Ma di questa iniziativa non tutti conoscono un precedente illustre, che si deve ai frati cappuccini, i quali negli anni Settanta equipaggiarono una barca ospedale, la Maria Cristina, con a bordo il missionario medico padre Pio Conti da Pieve Torina. Il religioso percorreva ininterrottamente su e giù il fiume per distribuire medicinali ai malati, compresi i lebbrosi.In effetti, tra i primi missionari impegnati nell’Amazzonia brasiliana ci furono proprio i cappuccini, che vi arrivarono dall’Umbria nel 1909, cioè centodieci anni fa. Giunsero quando la gente stava partendo: il boom dell’estrazione del caucciù era finito e i Nordestini tornavano nel loro aridissimo sertão, più poveri di quando erano partiti. L’ingegnere vicentino Malvezzi, incontrandosi un giorno con il missionario che risiedeva a Benjamin Constant, disse: «Padre, questi popoli progrediranno quando si potrà impacchettare la miseria e renderla in Europa». Aveva ragione perché l’Amazzonia era un verde immenso prato sospeso, e «sempre al verde» perché popolata da gente immersa in una povertà endemica.
I primi cappuccini che vi arrivarono erano quattro, come punti cardinali che dovessero fissare riferimenti certi alla gente delusa e disorientata dal tracollo del commercio della gomma. Erano giovanissimi e bisogna ricordarli: padre Domenico Anderlini da Gualdo Tadino, padre Ermenegildo Ponti da Foligno, padre Agatangelo Mirti da Spoleto e fra Martino Galetta da Ceglie Messapico. Il territorio loro affidato aveva i confini degli orizzonti: 140.000 chilometri quadrati (17 volte l’Umbria da cui provenivano) e circa 20.000 abitanti, dispersi negli anfratti più nascosti, e più poveri degli stessi indios che vi erano nati e si erano rifugiati vicino alle sorgenti dei fiumi. La zona era già stata evangelizzata e la gente, almeno ufficialmente, era tutta cristiana; ma dell’antica evangelizzazione rimanevano soltanto due campane a São Paulo de Olivença e cinque campanelle a Tonantins. Era poco, quasi niente, ma erano sempre voci che potevano riprendere un discorso soltanto interrotto. Qualcosa di simile era avvenuto alla metà del Settecento nel Tibet, quando furono cacciati i cappuccini che avevano aperto nella capitale una casa e avevano battezzato alcune centinaia di persone. Cacciati dai Lama che vedevano diminuire il loro prestigio, essi lasciarono nella capitale-roccaforte del buddismo (e c’è ancora) una campana, la Te Deum laudamus, l’unica che fino a oggi abbia diffuso i suoi rintocchi sulle giogaie dell’Himalaia. La storia ha un difetto: talora si ripete.
I cappuccini lavoravano — e lavorano — lungo il Solimões (così è chiamato il Rio delle Amazzoni all’ingresso in terra brasiliana), un corso d’acqua a cui la parola fiume va molto stretta: perciò gli indigeni lo chiamano più semplicemente Rio Mar.
Qualche mese per l’ambientamento, poi la prima e scontata decisione: aprire le scuole, dato che senza istruzione non si va avanti in nessun campo. Fazendeiros e madeireiros lo sapevano e per questo ostacolarono l’iniziativa, vedendo nel missionario un uomo che avrebbe impedito lo sfruttamento della povera gente. Cominciò il governo centrale a cui il superiore scrisse chiedendo aiuti per la residenza più insalubre: Remate de Males (un villaggio vicino all’odierna Atalaia do Norte, sentinella del Nord). Non ebbe nessuna risposta. A una seconda lettera fu risposto che non c’erano fondi disponibili, e intanto si concedevano 4.000 contos (14 milioni di lire nel 1920) per la catechesi laica e positivista fra gli indigeni.
All’indomani del loro arrivo a São Paulo de Olivença, il municipio votò una legge che proibiva la vendita della terra agli stranieri; sempre a Remate de Males ai missionari fu opposto un sacerdote sospeso a divinis, accompagnato a battezzare qua e là per i fiumi; ad Amatura, la canoa che era stata chiamata dal recreio (nave che porta passeggeri), quando seppe che c’era da trasportare un missionario, scomparve nella notte. I seringueiros — raccoglitori della gomma — non fecero opposizioni aperte, ma fecero difficoltà a capire che non si potevano mantenere certe usanze dopo il battesimo che tutti reclamavano. Padre Evangelista scrisse: «Se si desse ascolto alle gravi difficoltà che a ogni passo si incontrano, non si farebbe mai cosa alcuna». E ancora: «Da un anno e mezzo tartarughe, pesci di fiume, fagioli, farina di manioca e acqua sono il nostro cibo quotidiano». C’era di che scoraggiarsi, se lo scoraggiamento fosse figlio della pigrizia.
I missionari, oltre alla preghiera, ricorsero all’astuzia: vollero apparire più grandi di quello che erano e cominciarono la costruzione di un collegio che (è una loro espressione) «incutesse rispetto». Non era facile, perché nell’Alto Solimões non si trovano pietre; un mattone distava dieci giorni di celere navigazione e, portato sul posto, costava quattro lire (1921); il falegname doveva venire da Manaus (a 1.300 chilometri). Tuttavia bisognava riuscire. E quando anche la sfortuna si metterà contro (una mina esplosa fuori tempo spezzò il braccio a un operaio e ne accecò un altro, spaventando tutto il gruppo che si allontanò dal lavoro) lo stesso prefetto apostolico si inoltrò nella foresta per trovare il legno necessario alla costruzione che pian piano fu completata. Mentre alcuni insegnavano nei collegi aperti a São Paulo de Olivença, ad Amaturà (dove arrivavano richieste di iscrizione perfino da Manaus) e perfino nell’isola di Urutuba, altri, come padre Diego da Ferentillo, trovavano il tempo di insegnare la coltivazione razionale del caffè e della canna da zucchero; altri, come padre Ludovico da Leonessa, indicavano la zona più adatta per la costruzione della città più grande dell’allora prelazia, Beniamin Constant; e altri ancora (non nomina ut adsint numina) dirigevano due stazioni meteorologiche, curavano gli ammalati nei piccoli dispensari della missione, introducevano le api italiane e uno di loro fu nominato presidente degli apicoltori dell’Amazzonia.
Facevano troppo perché non fossero notati, e l’università di Rio de Janeiro conferì la laurea ad honorem in filosofia al prefetto apostolico con questa motivazione: «Perché benemerito dell’istruzione civile e religiosa della gioventù brasiliana». Il segretario municipale di Remate de Males scrisse al prefetto apostolico: «Mi sia lecito render noto che P. Ludovico è di un’attività fantastica, e dal suo dinamismo ammirabile sorgono realtà sorprendenti e promettenti».
E tutto questo nonostante le contrarietà dell’ambiente; non tanto quello che siamo abituati a immaginare, quanto il clima, costantemente umido, segnato dalla presenza di nuvoli di insetti piccolissimi, talora addirittura invisibili, che pungono impietosamente, indebolendo anche le fibre più robuste. Dei quattro missionari arrivati nel 1909, il primo a cedere fu padre Agatangelo, morto di febbre gialla a 27 anni. Nei primi 76 anni di missione si ebbero sette morti e quattro rimpatriati per malattie gravi. Padre Evangelista Galea da Cefalonia, ricevuto in udienza da Pio XI il 18 novembre 1925, disse al Papa: «Il clima in cui viviamo rende inabili due missionari l’anno». L’unico rimedio era rifugiarsi periodicamente negli ospedali di Manaus, definita da padre Giuseppe da Leonessa «valetudinario dei missionari». Ma nessuno cedette, fedeli a quanto si dice, e cioè che i cappuccini vanno dove altri non vogliono andare. I missionari che nel ‘600 andavano in Congo non dicevano «andiamo in missione», ma «andiamo a morire in missione».
Dall’insegnamento e dalla promozione umana, si passò a un’intensa evangelizzazione, grazie all’arrivo di nuovi e giovani missionari che raccolsero soprattutto il lavoro fatto con gli indios, arrivando perfino a scoprire una nuova tribù, i Caribus, con padre Venceslao da Spoleto: un evento di cui parlò la stampa mondiale. Le preferenze, tuttavia, furono — e sono — per gli indios Tikuna (la tribù più numerosa di tutto il Brasile), tra i quali aveva lavorato padre Fedele Schiaroli da Alviano, che si immedesimò talmente con loro da essere inserito in una delle “nazioni” in cui è suddivisa la tribù. Altri raccolsero e svilupparono il tentativo di spingersi all’interno della selva per salvare con le vaccinazioni tribù di cui non si conosceva il nome, ma si conosceva la tragedia. Arrivarono addirittura, come detto, a equipaggiare la barca ospedale Maria Cristina: una provvidenziale iniziativa che oggi Papa Francesco ha fatto sua donando un’imbarcazione simile al vescovo di Obidos, Bernardo Bahlmann, per lo stesso scopo.
Non è facile lavorare con gli indios, soprattutto con i giovani. I missionari si sono scervellati e alla fine hanno deciso di impegnarli in qualcosa di nuovo, visto che il nuovo ai giovani piace. E cioè? Si pensò a varie novità, ma si scelsero queste due: organizzare un festival e mettere nelle loro mani la catechesi. Da una decina d’anni a Belem do Solimões, capitale spirituale della tribù, si organizza un festival della cultura e delle attività degli indios, compresi quelli di etnie vicine: pesca, caccia, musica, artigianato, tiro con l’arco, tiro con la cerbottana, canottaggio, atletica, raccolta di proverbi, leggende, e via dicendo. Per una settimana Belem è una piccola-grande palestra a cielo aperto; le strade diventano piste per le corse e per le sfilate; le capanne piccoli alberghi per le degustazioni; la maloca (capanna comunitaria) un caleidoscopio di luci e di colori. La preparazione, che dura oltre un anno, è tutta in mano ai giovani che passano di capanna in capanna per interrogare gli anziani e riscoprire, così, usi, riti e attività scomparse, ma risuscitate dal racconto che le avvicina e le abbellisce. Da quando c’è il festival, sono diminuiti i suicidi tra i giovani, una piaga che insieme all’alcolismo è tristemente diffusa in Amazzonia. E non è poco!
Al festival è stata unita la catechesi settimanale nei villaggi vicini, fatta nella lingua locale. Si parte in canoa cantando e bagnati da schizzi d’acqua che volano da un’imbarcazione all’altra; si arriva al villaggio radunato all’ombra di un mango e si discute su come una parabola evangelica possa essere applicata alla vita della tribù. «È bello — ha scritto un catechista — vivere insieme momenti di canti, di preghiere e di danze al sole e accompagnati dal canto degli uccelli». Le più attive, come sempre e come dovunque, sono le giovani donne, con le quali i missionari stanno tentando di iniziare una forma di vita consacrata “stile tikuna”. Le prospettive sono buone; due già vivono in comunità senza segni particolari: vestono, vivono, pescano come le amiche del villaggio, ma dentro hanno un qualcosa che arde e fa luce. Sarebbe un miracolo se domani arrivassero alla consacrazione religiosa, dato che fino a oggi dalla tribù non si è avuta nessuna vocazione. L’unico successo, se così può chiamarsi, è l’ordinazione di un diacono. «Pensando al passato — ha detto un missionario — si può parlare di miracolo. Che attendiamo, vista l’accoglienza delle aspiranti nella tribù, fiera che alcune delle sue donne lavorino come i missionari nella casa di Tupana (Dio)».

© Osservatore Romano - 18 ottobre 2019


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