Rassegna stampa formazione e catechesi

Chi ha paura di Giovanni Paolo II? Presentazione del libro

chi ha paura di GPII

In occasione del centenario della nascita di Giovanni Paolo II che si celebra quest’anno due vaticanisti, Giacomo Galeazzi, noto per le sue inchieste e Gian Franco Svidercoschi, amico personale del Papa polacco, coautore, insieme al Papa di “Dono e Mistero”, redattore dei libri del card. Stanislao Dziwisz, hanno dato alle stampe per Rubbettino un libro insolito su Karol Wojtyla, con la prefazione dello stesso Dziwisz, dal titolo «Chi ha paura di Giovanni Paolo II. Il Papa che ha cambiato la storia del mondo». (fonte: Il Sismografo)

Prefazione del Card. Stanislao Dziwisz
Voglio essere sincero. Quando Giacomo Galeazzi e Gian Franco Svidercoschi mi hanno chiesto di scrivere un commento o comunque una riflessione su questo loro libro, ho pensato immediatamente di rispondere di no. Saprete delle polemiche in cui sono stato coinvolto, a proposito della tremenda piaga della pedofilia. Così come saprete delle accuse che mi sono state rivolte (e che continuo a respingere decisamente, in piena coscienza) di aver “coperto” alcuni preti pe- dofili e, questo soprattutto, di aver nascosto al Santo Padre la vita scandalosa di alcune persone che lui incontrò.
Ebbene, ho pensato subito di rispondere di no alla richiesta degli autori di questo libro, temendo che qualsiasi parola avessi scritto  sarebbe stata strumentalizzata in un senso o nell’altro, e comunque  sarebbe andata a danno della figura e della memoria di san Giovanni  Paolo II. E, quindi, a danno dell’obiettivo stesso di questo libro, che è, dichiaratamente, quello di recuperare e rilanciare il grande tesoro della eredità che papa Wojtyla ha lasciato, non solo ai credenti, ma anche ai tanti “cercatori di senso”, anche agli agnostici. Volevo dire di no, e invece poi ho accettato. Dovevo accettare. Dovevo! Avendo avuto l’enorme privilegio di stare accanto a Karol Wojtyla per quasi quarant’anni, dodici a Cracovia e ventisette in Va- ticano, dovevo assolutamente testimoniare la grandezza di Giovanni Paolo II, la sua spiritualità, la sua umanità, il suo coraggio apostoli- co, la sua santità. Dovevo assolutamente testimoniare come l’opera di questo Papa sia stata decisiva, sia in rapporto al rinnovamento della Chiesa (attraverso l’azione purificatrice del Giubileo del 2000, l’attuazione dei documenti del Concilio Vaticano II, e l’avvio di una nuova evangelizzazione a livello mondiale), sia in riferimento alla storia, anche politica, del Novecento (con il contributo dato alla caduta del Muro, al tramonto del marxismo, ma anche al ritorno alla democrazia in America Latina, così come all’allargamento degli spazi di libertà in Africa e in Asia). Ho voluto ricordare tutto questo, senza poter essere esaustivo, per- ché ho preso sul serio quell’interrogativo che fa da titolo a questo libro. Forse, in Polonia, quell’interrogativo potrebbe suonare un po’ stonato. In Polonia, san Giovanni Paolo II è e sarà sempre un “eroe”, uno dei pilastri fondamentali della nostra storia. Ma fuori della Polonia, nel mondo, e in Vaticano, è la stessa cosa? O non è forse vero – come ci dicono Galeazzi e Svidercoschi – che c’è anche chi ha “paura” di Gio- vanni Paolo II? E c’è anche chi lo ha, spesso volutamente, dimenticato? Non è forse vero che il suo “progetto” di Chiesa non è stato finora tradotto in una vera e propria esperienza ecclesiale? Nessuno potrà negare che la Chiesa lasciata da Giovanni Paolo II fosse profondamente cambiata rispetto a quella che lui aveva preso nelle sue mani il 16 ottobre del 1978. Nessuno potrà negare la vasta trasformazione messa in opera da Papa Wojtyla all’interno (una Chiesa che fosse meno gerarchica, meno istituzionale, meno cleri- cale, e sempre seguendo la via tracciata dal Vaticano II) e all’esterno (qui specialmente con il sostegno dei viaggi, un Papa comunicatore del Vangelo nel mondo, e con un nuovo atteggiamento nei riguardi della modernità, senza paura, senza complessi). Poi, ci furono anche degli aspetti negativi. Ci furono resistenze al “nuovo”, sia nella Curia romana sia in parecchi episcopati. E del resto è inevitabile che un Papa, nella sua azione di governo, subisca dei condizionamenti, e che non possa sempre decidere tutto o, al- meno, decidere come avrebbe voluto. Perciò, se non aiutato, se non sostenuto dal Collegio episcopale, un Papa può incontrare grosse dif- ficoltà a risanare certe situazioni particolarmente gravi, vergognose. Penso sia successo qualcosa del genere per la questione pedofilia. Allo scoppiare dello scandalo, specialmente negli Stati Uniti, ci fu un perfetto accordo nel come affrontarlo tra il Santo Padre e il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dot- trina della Fede. E ci fu ugualmente un pieno accordo, nell’aprile del 2001, quando si decise che l’abuso sessuale di un minore da parte di un chierico venisse inserito nell’elenco dei delitti canonici riservati esclusivamente all’ex Sant’Offizio. Giovanni Paolo II era un vero leader. «Un leader naturale – come osservò acutamente il cardinale Camillo Ruini – e tuttavia (cosa rara) non esclusivo, bensì alla ricerca di altri leader che lavorassero al suo fianco». Ecco com’era papa Wojtyla. Si comportava così. Governava così. Ma, evidentemente, non tutti, tra quanti detenevano una re- sponsabilità, in Curia o negli episcopati o nelle diocesi, seguirono quella linea di condotta. La collegialità episcopale non sempre fun- zionò bene. Con il risultato di ritardare gli interventi per stroncare questo male spaventoso. Due parole anche sulla vicenda di Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo. A parte la “bravura” del personag- gio nei depistaggi, nei ricatti, e nel riuscire a bloccare ogni inchiesta nei suoi confronti; a parte questo, non posso far altro che ripetere quanto scrissi sei anni fa: «Il Santo Padre, quando lo incontrò, non sapeva nulla! Assolutamente nulla! Per lui, era ancora il fondatore di un grande ordine religioso, e basta! Nessuno gli aveva detto niente! Neppure delle voci che giravano!». Semmai c’è da chiedersi perché chi aveva sentito queste “voci” in giro, non avesse avvertito il Santo Padre o, almeno, qualcuno dei suoi collaboratori. Ma non vorrei ridurre la mia testimonianza solo a questo. Invece, vorrei ricordare ancora una volta la grandezza di questo Papa, che ci ha mostrato il volto umano di Dio e ci ha aiutato a riscoprire il senso della nostra umanità. E vorrei – d’accordo con gli autori di questo libro – sollecitare una nuova vera attenzione all’eredità che san Giovanni Paolo II ci ha lasciato. Una eredità che, se approfon- dita nelle sue molte prospettive, potrebbe essere di grande aiuto nel portare finalmente a compimento la riforma della Chiesa nella linea del Concilio.

Card. Stanislao Dziwisz


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