Rassegna stampa etica

L’Europa e il dovere della solidarietà

Intervento del segretario per i Rapporti con gli Stati

 

«Diritti, doveri. Europa: 1979-2019» è stato il tema dell’incontro svoltosi nel pomeriggio di mercoledì 21 agosto, nell’ambito del quarantesimo Meeting per l’amicizia tra i popoli in corso a Rimini. Pubblichiamo l’intervento tenuto dall’arcivescovo segretario per i Rapporti con gli Stati.

 

Questi sono i miei primi momenti a un Meeting di Rimini di Comunione e liberazione e devo dire che sono molto commosso dal grande pubblico che partecipa a questa riunione.

Certamente il tema proposto obbliga in qualche modo a ricentrare il dibattito sull’Europa, spesso sbilanciato a favore della rivendicazione di diritti, personali e sociali, rispetto al concetto stesso di dovere, percepito talvolta in modo ostile dalla mentalità moderna. Lo rilevava proprio Papa Francesco al Parlamento europeo: «al concetto di diritto non sembra più associato quello altrettanto essenziale e complementare di dovere, così che si finisce per affermare i diritti del singolo senza tenere conto che ogni essere umano è legato a un contesto sociale, in cui i suoi diritti e doveri sono connessi a quelli degli altri e al bene comune della società stessa» (Francesco, Ripensare il futuro dalle relazioni. Discorsi sull’Europa, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2018, 18).

A ben vedere, se osserviamo la storia del progetto europeo, sorto alla fine del secondo conflitto mondiale, notiamo che esso nasce principalmente come una “comunità di doveri”. Lo fa intendere chiaramente Alcide De Gasperi, di cui proprio due giorni fa abbiamo ricordato il 65° anniversario della morte, in una conferenza pronunciata a Bruxelles nel 1948 (cfr. De Gasperi e l’Europa, scritti e discorsi, a cura di M. R. De Gasperi, Brescia 1979, 68-71). De Gasperi notava che «per salvare la libertà bisogna salvare la pace» e che «tutta l’azione democratica deve puntare per le ragioni stesse della sua esistenza verso la pace». Occorre — proseguiva — costituire pertanto una «solidarietà della ragione e del sentimento, della libertà e della giustizia e infondere all’Europa unita quello spirito eroico di libertà e di sacrificio che ha portato sempre la decisione nelle grandi ore della storia. Questo è il compito primario di tutti».

In questa breve frase, De Gasperi traccia i pilastri su cui edificare il progetto di unificazione europea: la difesa della libertà, la promozione della giustizia e l’edificazione della pace. Al loro centro vi è il dovere della solidarietà, premessa indispensabile per conseguire gli altri beni, poiché senza di essa l’altro rimarrà sempre in qualche modo estraneo, un concorrente e dunque qualcuno da combattere e dominare. La solidarietà era l’antidoto alla sopraffazione tirannica e l’impegno, vissuto come dovere fondamentale, che avrebbe evitato il ripresentarsi delle premesse che avevano portato alla guerra mondiale.

Si badi tuttavia che De Gasperi parla di una solidarietà della ragione e del sentimento. Si tratta di un’annotazione particolarmente preziosa, specialmente nel nostro tempo altamente sentimentale, dove anche le questioni più delicate vengono trattate in modo evanescente, più per suscitare emozioni che per elaborare riflessioni. In tempi recenti c’è stato un deciso spostamento verso la “solidarietà del sentimento”, la quale invece deve rimanere strettamente congiunta alla “solidarietà della ragione”. Per De Gasperi era questa una premessa indispensabile perché il progetto europeo potesse crescere e svilupparsi. La solidarietà non è dunque «un buon proposito: [essa] è caratterizzata da fatti e gesti concreti, che avvicinano al prossimo, indipendentemente dalla condizione in cui si trova» (Francesco, Ripensare il futuro dalle relazioni, cit., 88). Essa non si basa sulla compassione o repulsione che l’altro suscita, ma sull’oggettività della comune natura umana. In termini cristiani diremmo che si basa sulla consapevolezza di essere parte di un unico corpo per cui se un membro soffre, tutti soffrono (cfr. 1 Cor 12, 26).

Ed è proprio questa caratteristica di oggettività e ragionevolezza che lega fra loro doveri e diritti. Poiché al dovere oggettivo di una solidarietà verso il prossimo, corrisponde quell’insieme di diritti altrettanto oggettivi di ogni persona umana. Laddove viene a mancare l’oggettività, lo stesso sistema dei diritti perde la sua pregnanza. È ciò che è andato accadendo negli ultimi cinquant’anni allorché «l’interpretazione di alcuni diritti è andata progressivamente modificandosi, così da includere una molteplicità di “nuovi diritti”, non di rado in contrapposizione tra loro» (Francesco, Discorso ai membri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno, 8 gennaio 2018), creando le premesse per quella che il Papa definisce la moderna colonizzazione ideologica.

Questo processo di relativizzazione dei diritti è intimamente connesso alla progressiva esclusione della sfera religiosa dalla vita sociale, a sua volta frutto di un laicismo malsano, che contrappone Cesare a Dio anziché consentire una loro positiva interazione, pur nell’ovvia distinzione degli ambiti. Dunque «non meravigliano più di tanto — affermava san Giovanni Paolo II— i tentativi di dare un volto all’Europa escludendone la eredità religiosa e, in particolare, la profonda anima cristiana, fondando i diritti dei popoli che la compongono senza innestarli nel tronco irrorato dalla linfa vitale del cristianesimo» (Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale «Ecclesia in Europa», 28 giugno 2018, 7).

Uno degli esiti drammatici di questo processo è la frammentazione dell’esistenza (ibid., 8): secondo segnale preoccupante del nostro tempo, marcato dalla solitudine e dall’individualismo (cfr. Francesco, Ripensare il futuro dalle relazioni, cit., 99-100). Purtroppo — continua Giovanni Paolo II— l’Europa ha conosciuto in questi anni «il grave fenomeno delle crisi familiari e del venir meno della stessa concezione di famiglia, (...) il rinascere di alcuni atteggiamenti razzisti, le stesse tensioni interreligiose, l’egocentrismo che chiude su di sé singoli e gruppi, il crescere di una generale indifferenza etica e di una cura spasmodica per i propri interessi e privilegi» (Giovanni Paolo II, Ecclesia in Europa, 8). Sono parole che a sedici anni di distanza rimangono ancora profetiche.

L’affievolirsi del senso del dovere e la progressiva soggettivazione dei diritti ha dunque indebolito il cuore stesso del progetto europeo. A questo squilibrio, in quelle che potremmo definire le sue “premesse teoretiche”, hanno contribuito, nell’ultimo decennio, le molteplici crisi che hanno colpito il continente: da quella finanziaria, che ha messo a dura prova la tenuta dell’euro, all’esito del referendum britannico, che ha messo in qualche modo in discussione la coesione dell’intero progetto europeo; dalla questione migratoria, che ha fatto emergere le notevoli fratture che esistono tra gli Stati membri dell’Unione europea, nonché il problema dell’identità religiosa e culturale in un continente sempre più scristianizzato, all’avanzata dei populismi e di sentimenti antieuropeisti che hanno posto in evidenza uno scollamento da tempo in atto fra l’ideale di un’Europa unita e i popoli che la compongono. A queste crisi, si somma la crescente emotività e reattività delle scelte politiche, spesso prive di una visione di fondo e impegnate in una sorta di “navigazione a vista”, piuttosto che in un progetto lungimirante che affronti i problemi ricercando soluzioni durature.

Tra le varie crisi che ho citato, mi soffermo brevemente su quella migratoria, considerata la sua costante attualità e la capacità che l’argomento possiede di “accendere gli animi”, alimentando contrapposizioni ideologiche che non tengono pienamente conto della complessità del problema. Credo che risulti a tutti evidente come non si possa affrontare efficacemente un tema così delicato senza una chiara visione politica a tutti i livelli. Ma come si può avere tale visione, senza una prospettiva culturale che permetta di affrontare l’ampio spettro di problematiche connesse? Come evitare di soffermarsi in modo reattivo all’eco mediatica della questione? Come evitare che un grave problema umano ed umanitario si trasformi solo in un’arida diatriba su quote e confini? Come far sì che non ci si limiti semplicemente a contrapporre da un lato i bisogni dei migranti ai diritti dei cittadini? Come evitare che i migranti continuino ad essere vittime dei trafficanti e che i cittadini, specialmente di Paesi che come l’Italia sono in prima linea, percepiscano un generale senso di insicurezza e di impotenza di fronte ad un problema che, nonostante gli sforzi, rimane in gran parte ancora non affrontato?

Se c’è un aspetto che colpisce chiunque entri in contatto con Papa Francesco è la sua profonda umanità. Egli vede nell’altro essenzialmente e primariamente una persona. Tutte le altre caratteristiche di quella persona finiscono in qualche modo in secondo piano. Si comprende allora perché egli abbia spesso insistito, parlando di Europa, sulla centralità della persona, come antidoto principale al tentativo di “cosificare” e categorizzare gli altri. «Il primo, e forse più grande, contributo che i cristiani possono portare all’Europa di oggi — afferma il Papa — è ricordarle che essa non è una raccolta di numeri o di istituzioni, ma è fatta di persone» (Francesco, Ripensare il futuro dalle relazioni, cit., 98), dotate di dignità trascendente (cfr. ibid., 19), ovvero di una «innata capacità di distinguere il bene dal male, [di quella] quella “bussola” inscritta [nel cuore] e che Dio ha impresso nell’universo creato» (ibid.). E le persone hanno nomi, hanno volti, che descrivono la loro identità più intima e profonda, il loro essere in rapporto con l’infinito mistero di Dio: «Nacque il tuo nome da ciò che fissavi», come recita il suggestivo titolo di questo Meeting, tratto da una poesia di Karol Wojtyła. Il nome e il volto scaturiscono proprio dal legame con Dio che rende persona. E proprio all’origine dell’idea d’Europa vi è — segnala De Gasperi — «la figura e la responsabilità della persona umana col suo fermento di fraternità evangelica, [...] con la sua volontà di verità e di giustizia acuita da un’esperienza millenaria» (A. De Gasperi, La nostra patria Europa. Discorso alla Conferenza Parlamentare Europea, 21 aprile 1954, in: Alcide De Gasperi e la politica internazionale, Cinque Lune, Roma 1990, vol. III, 437-440). Ma — aggiunge Papa Francesco — riconoscere che l’altro è anzitutto una persona, significa valorizzare ciò che mi unisce a lui. L’essere persone ci lega agli altri, ci fa essere comunità» (Francesco, Ripensare il futuro dalle relazioni, cit., 99). E comunità è una parola cardine dell’Europa, poiché il progetto europeo sorge con l’idea di dare vita ad una comunità di popoli che accettano di vincolarsi con doveri reciproci.

Dunque, ritornando alla delicata questione migratoria, occorre riscoprire i doveri, più che i diritti, che sono in gioco. Vi è anzitutto il dovere più ovvio: quello della solidarietà umana verso la persona che è nel bisogno, nella sofferenza e spesso in pericolo. È un dovere che prima di riguardare gli Stati e i governi, riguarda ciascuno di noi. È l’abc della carità cristiana: «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi» (Mt 25, 35-36).

Il dovere di aiutare il prossimo in quanto persona è un dovere fondamentale, ma certamente non l’unico. Esso deve essere bilanciato dall’altrettanto importante dovere che appartiene agli Stati di offrire opportunità di integrazione ai migranti e sicurezza ai propri cittadini. In tal senso, il Santo Padre, che ha anzitutto a cuore le persone, è stato particolarmente chiaro: non si può prediligere un dovere a scapito di un altro. Occorre la «virtù della prudenza che è la virtù del governante, (...) un popolo che può accogliere ma non ha possibilità di integrare, meglio non accolga» (Francesco, Conferenza stampa sul volo di rientro dall’Irlanda, 26 agosto 2018), poiché «non si può pensare che il fenomeno migratorio sia un processo indiscriminato e senza regole» (Francesco, Ripensare il futuro dalle relazioni, cit., 105), ha sottolineato Papa Francesco.

Vi è poi un dovere di solidarietà fra gli Stati. È questo — come ho richiamato poco fa — un principio cardine dell’esistenza stessa dell’Unione europea. Non si può dunque pensare che la questione possa interessare solo i Paesi “di frontiera”. Non sta ovviamente a me, né ancor meno alla Santa Sede, offrire soluzioni pratiche da questo punto di vista, poiché è una questione interna. Tuttavia, non si può non rilevare lo sbilanciamento attualmente presente, che necessita di essere corretto, poiché le ricadute di tale squilibrio sono evidenti a tutti.

Infine, occorre rammentare che vi è pure un dovere dei migranti stessi. È il dovere di familiarizzare con la terra nella quale si è giunti, impararne la lingua, conoscerne le tradizioni culturali e religiose. Talvolta c’è la sensazione che si prediliga la nascita di ghetti per evitare le “contaminazioni” che giungono dall’esterno. È una soluzione comoda, non di rado ricercata alla stessa stregua dai migranti come da chi accoglie. La cronaca ha già mostrato quanto tale soluzione sia di corto respiro e acuisca i problemi, anziché risolverli. Il dovere dei migranti di integrarsi è invece una grande opportunità. Per loro, anzitutto, perché li inserisce nel nuovo contesto sociale in cui sono giunti e li libera dalle dinamiche da cui erano fuggiti in patria e che spesso si ripresentano nelle terre di approdo rimanendo in seno alle loro comunità nazionali. È parimenti un’opportunità anche per chi accoglie, di riscoprire, valorizzare ed efficacemente comunicare la propria tradizione culturale e la propria identità popolare.

di Paul Richard Gallagher


© Osservatore Romano - 24 agosto 2019


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