«Ha vissuto la passione per il sacerdozio spinto dal desiderio di rendere l’Eucaristia una realtà viva in tutti gli angoli di questa isola come pure in altri Paesi». Così il cardinale Angelo Becciu ha ricordato il cardinale Jaime Lucas Ortega y Alamino, arcivescovo emerito di San Cristóbal de La Habana, morto il 26 luglio scorso. Nella messa di suffragio celebrata nei giorni scorsi nella capitale cubana, il prefetto della Congregazione delle cause dei santi — nunzio apostolico nell’isola caraibica dal luglio 2009 al maggio 2011 — ha sottolineato in particolare l’impegno del porporato «per i suoi sacerdoti»: impegno svolto «non con un paternalismo stucchevole, ma esigente perché fossero sacerdoti secondo il cuore di Cristo, dediti agli altri perché chiamati per puro amore». Voleva che «fossero sacerdoti in uscita, come chiede Papa Francesco», non con una «visione parziale e limitata, ma aperta al mondo, respirando l’universalità della Chiesa» e sentendo l’impatto di ciò che «si vive nelle altre parti del mondo, per amare maggiormente Cuba senza provincialismi, ma con fedeltà».
Il cardinale Becciu ha fatto notare come Ortega y Alamino si sia offerto «gratuitamente al popolo che gli fu affidato senza risparmiare le forze». Ha amato «le sue origini, il suo paese natale, Jagüey Grande, la sua provincia di Matanzas, la sua prima diocesi come vescovo, Pinar del Río, e la Chiesa di La Habana, che Dio gli ha dato, per ultima, come sposa». È impressionante, ha aggiunto, la testimonianza che ci ha lasciato sua madre Adela: «Lei lo aspettava fino a che non ritornasse dalle sue visite pastorali, a volte fino a tarda notte». Il figlio le diceva di non farlo ed ella rispondeva: «Ti aspetterò sempre, fino a che non tornerai e dopo ti aspetterò in cielo». Questo è il cuore delle madri, «il cuore della madre di un sacerdote. Il sacerdote, il vescovo, non vivono per se stessi, ma per Dio e per gli altri». Così lo hanno conosciuto i suoi fedeli, che «lo avvicinavano per manifestargli il loro sostegno e che pregavano per lui, anche durante la malattia». In questi fedeli, ha detto il prefetto, «possiamo vedere la madre Chiesa che non lo ha mai lasciato, ma lo accompagnava e sosteneva». Un pastore di questa portata, come è stato il cardinale Ortega y Alamino, «lascia una impronta nei suoi sacerdoti e fedeli. Ora — ha affermato rivolgendosi ai presenti — voi avete la responsabilità di continuare a vivere la vostra vocazione con totalità e fedeltà perché tutti credano».
Da qui l’invito a non smettere di pregare per la Chiesa di Cuba che «egli ha amato tanto, per i suoi sacerdoti, per i seminaristi, per le vocazioni al sacerdozio, alla vita consacrata, perché la testimonianza di uomini e donne dediti a Dio e agli altri possa indurre questo popolo a continuare ad approfondire la sua fede, sicuri che Cristo vive».
Il cardinale Ortega y Alamino lascia «una vita ricca di segni evidenti del suo ardore di portare agli altri la gioia della salvezza». Infatti, quando «si è pieni di Dio, è possibile iniziare un cammino di incontro con le altre culture, con le altre confessioni religiose, con i fratelli lontani; si realizzano ponti di amicizia, creando una società sempre più giusta e solidale». Con il suo zelo, il defunto porporato ha rafforzato «legami di amicizia con gli altri, anche con quelli di differenti vedute, e ha avviato un dialogo costruttivo con le autorità di governo e con i Paesi vicini». A questo proposito, Becciu ha ricordato il ruolo di Ortega y Alamino nei negoziati per avvicinare Cuba agli Stati Uniti d’America. «La dedizione e l’amore per il suo popolo, la sua capacità di dialogo e lungimiranza — ha rimarcato — lo hanno posto in una posizione chiave perché le tensioni svanissero e i nodi si allentassero».
Se si guarda alla recente storia cubana, così come alle tante storie personali di persone semplici, ci si accorge che queste sono contrassegnate dal passo del cardinale Ortega y Alamino. «Nessuno è rimasto indifferente davanti alla sua parola e alle sue opere», ha specificato il prefetto. Come sacerdote e vescovo, ha voluto «vivere lo spirito dei discepoli di Emmaus». È stato «un missionario entusiasta e dedito, ha cercato Dio per darlo agli altri con le parole e i gesti concreti», specialmente ai bisognosi e agli ultimi della società, «creando luoghi di accoglienza e di carità perché la loro dignità fosse rispettata e valorizzata». Siamo consapevoli, ha aggiunto il cardinale Becciu, di quanto «amasse questa terra cubana, terra che lo ha visto nascere, crescere, maturare e anche morire. Ha amato la sua gente e la portava nel suo cuore». Ha lavorato senza sosta per rendere «realtà quelle parole che indicano un prima e un dopo: “Possa Cuba aprirsi con tutte le sue magnifiche possibilità al mondo e possa il mondo aprirsi a Cuba”», come disse durante la cerimonia di benvenuto all’aeroporto internazionale di La Habana, il 21 gennaio 1998, Giovanni Paolo II, primo Pontefice a visitare Cuba. Successivamente anche Benedetto XVI e Papa Francesco si sono recati nell’isola «come segno di questa comunione tra la Chiesa di Roma e la Chiesa particolare cubana e come espressione delle relazioni reciproche e d’intesa tra la Santa Sede e il Governo di questa nazione».
© Osservatore Romano - 18 settembre 2019