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suor Jolanda KafkaA colloquio con la presidente dell’Uisg suor Jolanda Kafka

«Quando incontro i giovani la cosa che sempre domando loro è: “Ma ascolti Dio? Qualcuno ti aiuta ad ascoltare Dio?”. Perché ascoltare Dio può essere anche pericoloso!». In un italiano perfetto, sorride divertita suor Jolanda Kafka, religiosa di Maria Immacolata, missionaria clarettiana, eletta a maggio scorso presidente della Unione internazionale delle superiore generali (Uisg).

«A me hanno insegnato ad ascoltare Dio nella preghiera, ed è stato un dono grande. Certo, poi non sempre gli dico di sì...». In una luminosa mattina d’inverno, nella sede della Uisg davanti Castel Sant’Angelo, suor Jolanda — sessant’anni ottimamente portati — si racconta. Con passione e grande cura, dipana una matassa che ha origine nel nord Europa, e precisamente nella città polacca di Bytom, in Slesia.

«Tutta la mia famiglia ha lavorato nell’industria del carbone, una famiglia semplice, di lavoratori, dove il dovere, la responsabilità, la cura vicendevole — siamo tre figli — si interfacciava con una fede che definirei essenziale, perché sempre centrata su Gesù e Maria. È stato per me un passaggio importante: nello sviluppo del mio cammino di fede, infatti, avere come centro Gesù e Maria è diventato il pilastro della mia vocazione. Un’altra influenza decisiva è stata quella della mia parrocchia natale, San Michele Arcangelo, retta da sacerdoti che davvero hanno accompagnato nel cammino la comunità, anche negli anni della messa in pratica del concilio Vaticano II: insieme, abbiamo imparato a cantare in polacco, a celebrare la messa in polacco. Fu in parrocchia che conobbi il movimento giovanile di formazione alla fede Luce e Vita, ribattezzato familiarmente “Oasi”. Iniziai a frequentarlo a 14 anni, facendo una scoperta di fede personale e di incontro con Dio. Lì ho imparato a pregare, a leggere la scrittura e i documenti della Chiesa, ma soprattutto a compromettermi con la vita della Chiesa. Questo movimento — che mi ha accompagnata finché sono entrata in congregazione — è la mia seconda casa. Le amicizie che si sono forgiate allora durano fino a oggi. Ed è proprio lì che è sorta questa scintilla di inquietudine interiore: ascoltando Dio sentivo che qualcosa mi stava succedendo.

Intanto aveva finito la scuola, e si era iscritta all’università.

E all’università mi sono un po’ persa. Probabilmente volevo anche fuggire da questa inquietudine interiore, però credo che qui Dio abbia davvero vinto! Quindi quando ho conosciuto la congregazione delle missionarie clarettiane fondata da sant’Antonio Maria Claret e da madre Paris ho sentito che si stava realizzando quella sintonia interiore che ti fa esclamare: «Questo mi attrae!». In Polonia la congregazione a quei tempi non esisteva, c’era solo il ramo maschile che conobbi grazie alla parrocchia (tre dei miei amici divennero clarettiani). Iniziai quindi ad avere contatti con la congregazione a Roma: due anni di discernimento. Anche perché in famiglia la mia decisione aveva provocato una reazione negativa. Non dimentichiamo che quelli erano tempi difficili in Polonia: agli inizi degli anni Ottanta il movimento di Solidarność stava prendendo piede, sia politicamente che socialmente c’era molta inquietudine. E siccome entrare nella congregazione comportava uscire dalla Polonia, il disappunto dei miei genitori era in fondo comprensibile. Il passaporto era un sogno, riceverlo fu un vero miracolo.

E così giunse a Roma.

Quando arrivai, non mi impressionò tanto la casa, quanto la stanza. Ricordo benissimo il letto, il tavolino, il lavandino, sulla parete un quadro della Madonna e una croce, un piccolo armadio. Ricordo perfettamente la luce di quella stanza: mi dissi «Questa è la mia casa».

Dopo gli anni di teologia alla Regina Mundi, la sua prima missione è stata in Puglia.

A Conversano, vicino a Bari, in un centro di spiritualità diocesano che animavamo con una comunità. Erano gli anni bellissimi di proiezione apostolica giovanile, catechetica, pastorale, la sfida di mettere in pratica tutto ciò che avevo imparato. Fu una sfida anche nella mia piccola comunità: i primi scontri di frustrazione apostolica ma anche le prime gioie! È stato per me davvero un laboratorio di comunità. E di lavoro sul territorio. Dopo i voti perpetui, la superiora generale mi disse che avevano deciso di fondare la comunità in Polonia. «Ma io sono membro di una congregazione missionaria — esclamai — e sono entrata perché voglio andare nel mondo intero, non per tornare a casa». «Ma lavorerai per la missione!», mi fu risposto. Mi costò molto accettare. Vissi nove anni a Varsavia in una piccola comunità: iniziammo a offrire il nostro carisma alla Chiesa polacca, un’esperienza di immersione pastorale parrocchiale, di missioni popolari e di religione nella scuola pubblica. A questo ci chiamava la realtà polacca e questo potevamo offrire. Nel capitolo generale venni poi eletta membro del consiglio generale, con l’incarico della formazione nella congregazione: me ne sono occupata per 18 anni. Tornai quindi a Roma e da allora sono qua!

Che eredità le hanno lasciato questi 18 anni?

La mia congregazione è presente in 25 paesi del mondo: accompagnando la formazione, e cioè coordinando diversi progetti formativi per il pianeta, ho fatto un’esperienza ricchissima di incontro con le culture, con altri modi di vivere la Chiesa, la fede, di leggere la realtà. Abbiamo lavorato molto, e personalmente ho ricevuto tantissimo. Sento che in questo percorso di servizio, davvero Dio mi sta formando, mi sta “pulendo”, anche con tante fatiche, difficoltà, situazioni complesse, limiti umani, debolezze mie e altrui, conflitti. Questo incontro/scontro culturale l’ho sperimentato, so quanto dono porta ma anche quanta morte. Due anni fa poi, in un momento in cui credevo di essere in procinto di tornare alla base missionaria, sono stata eletta superiora generale.

E a maggio l’elezione a presidente della Uisg. Quali saranno le priorità dei prossimi 6 anni?

Stiamo vivendo un momento nella Chiesa e nel mondo in cui sembra tutto così fragile, sul punto di rompersi: credo che davanti a questo sia fondamentale andare all’essenziale della chiamata vocazionale, all’essenziale del vangelo, della comunione ecclesiale perché è questa la roccia su cui è stata edificata agli inizi la vita religiosa. Andare all’essenziale: è questa la profezia della vita religiosa, ma anche la prima sfida che vedo come presidente: aiutarci nella rilettura dei nostri carismi. Ciò significa che dobbiamo curare non solo la parte di riflessione teologica e di spiritualità, ma anche quella parte che è sempre stata essenziale nella vita religiosa, cioè la carità, la testimonianza di Gesù fatto gesto. C’è una descrizione che mi piace molto nell’esortazione per la vita consacrata: siamo il prolungamento del modo in cui Gesù storico visse. Un’altra sfida è la comunione. Il Papa ci ricorda in tanti modi la centralità della sinodalità, del camminare insieme, dell’imparare dagli altri e offrire quello che possiamo, non autoreferenziandoci ma referenziandoci con gli altri. La Uisg è esattamente una scuola di comunione: lavoriamo in rete, collaborando dall’oriente all’occidente. Il consiglio stesso, composto da 12 persone, è una riprova di questa differenza di carismi, di provenienza, di esperienza. Vogliamo essere promotrici di tutto questo, tra noi e con gli altri. Per esempio lavoriamo con l’Unione superiori generali, ma anche con i dicasteri (i rapporti sono molto cresciuti negli ultimi anni) e a livello di dialogo interreligioso (c’è una commissione apposita della Uisg che se ne occupa). È bellissimo se possiamo contribuire anche come donne a tutto questo. La terza priorità è la concretezza nel rispondere alle chiamate urgenti e attuali. Penso agli ultimi documenti del Papa, si parla di evangelizzazione, di cura della casa comune, di contribuire a rinnovare il volto della Chiesa dolente e ferito. È esattamente quello che facciamo, anche se non se ne parla: dove c’è un bisogno, le sorelle sono presenti. È la profezia della speranza, declinata concretamente: penso alle reti di solidarietà di Giustizia e Pace, ai progetti specifici come Solidarity with South Sudan, al Progetto Sicilia, a Talitha Kum, al lavoro con i minori vittime di violenze. Si parla della crisi della Chiesa, sarà anche vero, ma non dimentichiamo che esiste anche tanta vitalità, e che possiamo lavorare per rafforzarla. Sono convinta che la risposta alle sfide non potrà venire da una meditazione non incarnata, senza contatto con la realtà. Al contrario, dobbiamo fare un’immersione nuova in questa realtà che ci fa male perché è così dura. È il continuo richiamo a scendere, ad abbassarci dove Gesù è; perché lui è ai piedi dell’umanità.

In Italia l’umanità sembra passata di moda, e così si sono legittimate posizioni di cui prima ci vergognavamo.

È vero. Eppure all’estero dell’Italia si diceva che, pur con i suoi difetti, era comunque un paese in cui c’era umanità, culto dell’accoglienza del prossimo indipendentemente da chi fosse. Oggi le cose sono molto diverse, e così anche qui sono necessari luoghi e persone capaci di accogliere, di ascoltare, di essere positivi, gentili, educati. Sono cose elementari, eppure ora abbiamo la necessità di ribadirle e metterle in pratica. Che ci succede? Cosa stiamo diventando?

Mi torna in mente l’immagine della scintilla di cui parlava prima: la scintilla può andare in una direzione ma può andare anche in un’altra. E a 14 anni serve la scintilla, non serve il fuoco.

Già. Quando apparve quella scintilla negli anni seguenti, cercavo di dirmi: «È sbagliato, vado di là». Ma di nuovo la scintilla tornava. È la stessa che mi ha portata fin qui, a questa Uisg così ricca di proposte, di energia. Questa Uisg che deve continuare ad ascoltare le congregazioni: se gli ultimi anni sono stati anni di forte sviluppo, dobbiamo proseguire perché abbiamo visto arrivare tanti frutti ma anche tanti bisogni. E siccome abbiamo questo legame profondo con la base della vita religiosa, dobbiamo portarla nei tavoli di dialogo e nelle iniziative dei dicasteri. Il cammino della Chiesa è sinodale e solo chi si ascolta e conosce sempre più la realtà, può illuminarla e può discernere. Una cultura di comunione: questo dovrebbe essere lo stile.

di Giulia Galeotti



© Osservatore Romano - 4 gennaio 2020