Castello di Fumone, 19 maggio 1296: dopo quasi un anno di prigionia muore il Pontefice eremita Celestino V, al secolo Pietro del Morrone. Stesso luogo, 670 anni dopo: Paolo VI rende omaggio al suo predecessore. La visita di Benedetto XVI a Sulmona per l'anno giubilare celestiniano, in programma domenica 4 luglio, rimanda a quella compiuta 44 anni fa da Papa Montini nella fortezza del frusinate. Per lui si trattò di un ritorno, essendovi già stato nel 1948 quando era sostituto della Segreteria di Stato. Ma nel 1966 giunse come successore di Pietro per rendere onore al Pontefice molisano che eletto al soglio il 5 luglio 1294, rassegnò le dimissioni il successivo 13 dicembre.
Celestino fu catturato a Vieste nel giugno 1295 mentre tentava di raggiungere l'eremo di Sant'Onofrio. Consegnato al nuovo Papa Bonifacio VIII - Benedetto Caetani, eletto il 24 dicembre 1294 - fu imprigionato nel mese di agosto a Fumone, dove rimase fino alla morte. Fu lo stesso Paolo VI a illustrare i due grandi insegnamenti dettati dalla vita di Celestino: "Il primo - disse - ce lo dà la storia che ci riporta a circa 700 anni orsono, mentre il medioevo si avvia al tramonto e fa vedere già l'alba di nuove condizioni di vita per Roma, per l'Italia, per l'Europa intera". La sua figura di Pontefice richiama - aggiunse - "alle origini della Chiesa, all'investitura data da Nostro Signore a San Pietro e ai suoi Successori: dobbiamo meditare su questa continuità apostolica - esortò - che supera le vicende, le quali sembrano le meno propizie e si perpetua fino a noi e nei secoli avvenire, perché c'è il dito di Dio, una presenza divina nella Chiesa. (...) Ecco l'essenza della Chiesa, ecco il destino di Roma sede del Successore di Pietro: ovunque la decadenza è fatale ma nella Chiesa c'è un carisma, c'è la promessa e la presenza divina: "Io sarò con voi fino alla fine dei secoli". Questo è il miracolo vivente del cattolicesimo". Quanto al secondo insegnamento di Celestino, Montini lo individuò nella santità, nell'intreccio "delle virtù cristiane con tutte le miserie e umane debolezze, che ne sono superate". Egli - spiegò Paolo VI - comprende "che è ingannato da quelli che lo circondano, che profittano della sua inesperienza per strappargli benefici. Ed ecco rifulgere la santità sulle manchevolezze umane: il Papa, come per dovere aveva accettato il Pontificato supremo, così, per dovere, vi rinuncia; non per viltà, come Dante scrisse - se le sue parole si riferiscono veramente a Celestino - ma per eroismo di virtù, per sentimento di dovere".
(©L'Osservatore Romano - 4 luglio 2010)
Nel 1966 Paolo VI andò a Fumone
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