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Giuseppe Dalla TorreLa Corte d'Appello dell'Oregon ha riconosciuto che la Santa Sede non può essere accusata di responsabilità dirette in casi di abusi sessuali commessi da qualsiasi esponente del clero nel mondo. Il commento di Giuseppe Dalla Torre: "Questa sentenza è un segnale di svolta, che dovrebbe portare alla conclusione di una vicenda durata troppo a lungo e giuridicamente fondata su argomentazioni non opportune e insostenibili"

M. Michela Nicolais

  La Chiesa non è una “holding”, e i preti non sono i “dipendenti” di un’azienda. Secondo Giuseppe Dalla Torre, rettore della Lumsa e presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, sono due dei profili giuridicamente rilevanti della sentenza della Corte d’Appello dell’Oregon, che ha stabilito che la Santa Sede non può essere accusata di responsabilità dirette in casi di abusi sessuali commessi da qualsiasi esponente del clero nel mondo. Il pronunciamento statunitense, con il quale è stata archiviata l’ultima causa intentata contro la Santa Sede in un caso di pedofilia negli Stati Uniti, pone la parola fine a una vicenda partita nel 2002, e in ordine di tempo viene dopo altre due sentenze analoghe delle Corti del Kentucky e del Winsconsin. “Grande soddisfazione” è stata espressa dall’avvocato della Santa Sede, Jeoffrey S. Lena. Abbiamo raccolto il parere del professor Dalla Torre.

Qual è, a suo avviso, la portata di questa sentenza?
“È una decisione giusta, anche se chiude temporalmente una vicenda che dura da troppo tempo. Il primo profilo per cui tale sentenza è rilevante è quello per cui sancisce che certamente la Chiesa non è assimilabile a una holding: non è un insieme di società collegate tra loro, il cui capofila è da ritenere responsabile di ciò che pongono in essere gli altri collegati. Il secondo profilo che rende la sentenza rilevante è che la Chiesa si struttura in Chiese particolari, in diocesi, nell’ambito delle quali il vescovo ha la pienezza della responsabilità a livello legislativo, organizzativo e giurisdizionale, oltre che pastorale. In sintesi, il pronunciamento americano stabilisce che non si può configurare una responsabilità diretta della Chiesa universale in caso di abusi sessuali commessi da qualsiasi esponente del clero nel mondo”.

Se la Chiesa non è una holding, i preti non sono dipendenti di un’azienda...
“Certamente. È questo il terzo profilo di rilevanza della sentenza. Il rapporto dei sacerdoti con la Chiesa non è assimilabile a un rapporto di lavoro, in cui il datore di lavoro è responsabile di comportamenti sconvenienti dei suoi dipendenti, né è qualificabile in termini di rapporto familiare, dove i genitori sono responsabili nei confronti degli atti che compiono i figli minori. Dal punto di vista giuridico, l’assetto della Chiesa è del tutto atipico. Per questo la sentenza dell’Oregon è importante in sé: sappiamo, infatti, quale peso assuma la giurisprudenza nell’organizzazione giudiziaria americana. È importante che si sia creato un precedente”.

Quali conseguenze sono ipotizzabili per il futuro?
“Questa sentenza è un segnale di svolta, che dovrebbe portare alla conclusione di una vicenda - non specifica, ma intesa in senso più generale - durata troppo a lungo e giuridicamente fondata su argomentazioni non opportune e insostenibili. Il ruolo del precedente giudicato è molto importante nel sistema di common law. Quella dei processi di pedofilia negli Stati Uniti è una vicenda molto tormentata, grave per i fatti in sé ma anche perché ha contribuito a certe forme di reazione che nascono a distanza di anni, con interessi molto lontani da una giusta persecuzione di illeciti penali”.

Oltre alla questione giuridica, c’è anche una “questione culturale” che riguarda i casi di abusi all’interno della Chiesa?
“Già il pontificato di Giovanni Paolo II, ma soprattutto quello di Benedetto XVI, hanno portato a una serie di provvedimenti - culminati nelle Linee guida inviate a tutti i vescovi del mondo sui casi di abusi - e all’acuirsi di una sensibilità ecclesiale, onde evitare che situazioni così incresciose vengano a riproporsi. Nell’ambito della Chiesa si è fatto molto, il problema è il rapporto con la giurisprudenza dei vari Stati. E proprio a questo livello, la sentenza della Corte d’Appello dell’Oregon è esemplare, perché ha sancito che questi comportamenti gravemente illeciti non sono imputabili alla Santa Sede. Anche nelle Linee guida, del resto, si dice che la responsabilità nel trattare i delitti di abuso sessuale di minori da parte dei chierici appartiene al vescovo diocesano o al superiore dell’ordine religioso”.

Anche di recente Papa Francesco ha ribadito la linea della “tolleranza zero” nei confronti della pedofilia nella Chiesa...
“Credo che da questi primi mesi di pontificato emerga forte la linea della continuità tra Papa Benedetto e Papa Francesco, la linea del rigore, che comporta anche avere una sensibilità pastorale sia verso chi commette questi fatti riprovevoli - i quali vanno senza dubbio sanzionati, ma avendo la consapevolezza che a commetterli sono state comunque persone di cui deve essere pensato il recupero - sia soprattutto nei confronti delle vittime, che vengono lese nella loro dignità e nel loro equilibrio psichico e spirituale. Fermo restando, tuttavia, che gli episodi di abusi sessuali all’interno della Chiesa sono molto marginali, in termini di percentuale, rispetto alla percentuale del fenomeno pedofilia in genere, che purtroppo annovera la maggioranza dei casi nelle famiglie. Fatti che, comunque, destano scalpore perché da esponenti della Chiesa ci si aspetta altri tipi di comportamenti”.

© www.agensir.it - 8 agosto 2013