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croce e terremotatiHanno sfidato il vento e il freddo, che in questi giorni sferza i loro territori, quelli dell’Italia centrale colpiti dal terremoto della scorsa estate. Lo stesso clima inclemente hanno ritrovato anche a Roma, dove sono venuti per incontrare Papa Francesco. Sono persone che hanno perso affetti, case, lavoro: persone alle quali rimane solo la speranza in un domani migliore.
Nell’aula Paolo VI si sono ritrovate in circa duemilaottocento, guidate da cento sindaci, a rappresentare le migliaia di terremotati che ancora vivono nella precarietà e nella paura per un sisma che sembra non avere fine. A farsi portavoce di tante famiglie e comunità immerse nella sofferenza sono stati Raffaele Festa di Amatrice, che ha raccontato l’esp erienza vissuta con la moglie Iole e i piccoli figli Leonardo e Lavinia, e don Luciano Avenati, parroco dell’abbazia di Sant’Eutizio, in diocesi di Spoleto-Norcia. In particolare, Festa ha ricordato i tragici momenti della scossa del 24 agosto, quando lui e i suoi cari sono riusciti a salvarsi. Con grande coraggio è riuscito ad aiutare i vicini e a liberare una famiglia intrappolata in casa, grazie agli attrezzi da lavoro che aveva nel furgone. «Da quel giorno — ha raccontato — la nostra vita certamente non è più la stessa. La casa dei nostri sogni è ormai demolita, ma la vita è salva. Tuttavia, la fortuna di essere usciti vivi da quell’inferno non potrà mai cancellare il dolore di aver perso tanti amici». Gli ha fatto eco don Avenati, che ha espresso gratitudine al Papa per aver accolto i terremotati nella sua “casa”. Sottolineando il termine “casa”, perché — ha spiegato — «p er noi che abbiamo perduto le nostre case, questa parola ha il sapore della nostalgia e insieme quello della speranza nel futuro». Il sacerdote ha fatto notare come la loro presenza nell’aula Paolo VI abbia testimoniato la sofferenza che «ha fortemente segnato la gente» ma soprattutto «la fortezza d’animo, il coraggio, la tenacia, e insieme la pazienza, la solidarietà nell’aiuto vicendevole». L’amore alla terra — ha rimarcato — «ci ha fatto rimanere anche quando ci è stato proposto di vivere l’emergenza altrove. La nostra terra si sarebbe sentita ferita ancora di più, e questa volta non dal terremoto ma da noi. Abbiamo vissuto insieme dormendo in macchina, poi nelle tende, poi nelle roulotte, e ora qualcuno comincia a sistemarsi in piccole casette». Questa situazione ha prodotto una crescita nelle relazioni umane e fraterne: «Sono avvenute — ha raccontato il parroco — alcune riconciliazioni, in una parola abbiamo perso le case, ma siamo diventati una grande famiglia. E in questi giorni di Natale ci siamo detti più volte che non dobbiamo sentirlo come il più brutto della nostra vita, ma forse il più vero, quello che ci fa sentire più vicini a Gesù che è nato fuori casa, e che ha piantato la tenda in mezzo a noi». Don Avenati ha aggiunto che, nella mobilitazione a cui tutti sono chiamati, «la cosa più importante è ricostruire il tessuto sociale e umano, e ricostruire la comunità ecclesiale». A questo proposito ha ricordato una parola cara a Paolo VI : «Ogni generosità è chiamata a ricostruire la Chiesa nel suo tempo». All’udienza hanno partecipato i cardinali Edoardo Menichelli, arcivescovo di Ancona-Osimo; gli arcivescovi Renato Boccardo, di Spoleto-Norcia, Francesco Giovanni Brugnaro di Camerino San Severino Marche; i vescovi Domenico Pompili di Rieti, Giovanni d’Ercole di Ascoli Piceno, Stefano Russo di Fabriano-Matelica, Carlo Bresciani di San Benedetto del Tronto Ripatransone Montalto, e Nazzareno Marconi di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia. Tra le autorità politiche e civili erano Vasco Errani, commissario straordinario del governo italiano per la ricostruzione, Fabrizio Curcio, capo del dipartimento della protezione civile, e i presidenti delle regioni Umbria, Catiuscia Marini, e Marche, Luca Ceriscioli. Al termine dell’udienza — durante la quale è stata portata la croce delle gmg che verrà condotta in pellegrinaggio nei luoghi del territorio — Francesco ha voluto ringraziare i presenti per l’esempio che hanno dato e, rinnovando l’assicurazione della propria vicinanza, ha recitato con loro un’avemaria.

© Osservatore Romano - 6 gennaio 2017