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bimbadi GIULIA GALEOTTI

"Di norma le persone non sanno dire qual è stato il momento preciso in cui hanno smesso di essere bambini e sono passati a un'altra età, diversa, più matura e più difficile. Io invece lo so", scrive Eraldo Baldini in L'uomo nero e la bicicletta blu (Torino, Einaudi, 2011). Anche io, nel mio piccolo, forse lo so. Il momento per me è stato quello in cui ho capito che era possibile essere insieme femministe e cattoliche. Fino a un certo punto, infatti, i dati raccolti dalla bambina che ero, non apparivano molto incoraggianti: Dio mi veniva proposto come una figura maschile, suo figlio era maschio, i sacerdoti erano tutti maschi, così come gli autori delle Scritture e i Papi. Per contro, a messa c'erano quasi solo donne, mentre le raffigurazioni sacre e le catechiste (donne anche loro) me le presentavano nel migliore dei casi come madri a tempo pieno, ovvero come docili e mansuete figure di contorno. Decisamente, tutto questo non mi convinceva. Ero tentata - dato che il messaggio del cristianesimo mi piaceva, e mi piaceva molto - di fare tabula rasa di tutto quello che la storia, cioè la Chiesa, aveva edificato nei secoli su quel messaggio.
 Diventare grande significò rinunciare non solo ai miei progetti di distruzione radicale, ma anche a quelli (subentrati poco dopo) di abbandonare una organizzazione che sentivo così maschilista (proposito accantonato perché io ci volevo stare, e criticare da fuori mi sembrava troppo facile e troppo comodo). Provare a diventare grande, però, significò soprattutto assumersi la responsabilità di cercare di capire cosa fosse successo (e perché), cosa fosse possibile fare e sperare. E fu un bell'esercizio di umiltà prima e di sorellanza poi, constatare che tante donne di fede avevano "patito" e "pativano" con me. E così, con la sua Ave Mary, Michela Murgia ha anche richiamato in vita quella bambina che fui (scrivendo - dice l'autrice - "ho pensato alle donne [...]. Questo libro è stato scritto anche per loro, con la consapevolezza che da questa storia falsa non esce nessuno se non ci decidiamo a uscirne insieme": bambine incluse!). Quella bambina, poi, qualche passo avanti l'ha fatto, e qualche risposta l'ha trovata, soprattutto grazie a studi di altre donne.
Proprio per questo, leggendo Ave Mary spesso mi è venuto da dire: "Bella scoperta!", dovendo anche superare alcuni passaggi sinceramente fastidiosi (su Maria Goretti e su Gianna Beretta Molla in primis: non comprendere o condividere alcune scelte è lecito, meno lo è raccontarle con un tocco di razzismo).
Che nella storia la Chiesa abbia trovato difficoltà con le donne - con le figure femminili del Vangelo e, poi, con le donne nel corso dei secoli - è infatti fuor di dubbio. Come è indubbio che il messaggio di Gesù era molto femminista. "Con una simile madre - scrive Murgia - non c'è da stupirsi se Cristo per tutta la sua vita pubblica ha usato alle donne un'attenzione altrettanto anticonformista rispetto al contesto in cui è vissuto". Addirittura - aggiungo io - rispetto al contesto in cui ancora viviamo noi, donne del XXI secolo. Gesù e il suo messaggio restano emancipatori come nessuno, né prima né poi.
Se dunque nella sua critica di fondo Murgia ha qualche ragione, non si può, però, negare che la scrittrice dimostra di non conoscere quella nutrita letteratura che nel tempo (e con una grande accelerazione negli ultimi decenni), ha riletto quanto nei secoli è stato elaborato e detto con una certa misoginia (storicamente forse inevitabile). Quella nutrita letteratura che ha riscoperto ciò che in un'ottica femminista era già stato pensato e scritto, facendo capire non solo quanto le donne hanno dato alla Chiesa, ma anche quante possibilità la Chiesa ha dato alle donne. Possibilità che la società del tempo non offriva. Giusto un esempio. Per lunghissimi secoli - in Italia addirittura fino al 1968 - il diritto canonico è stato il solo a parificare adulterio maschile e adulterio femminile: contava il tradimento, non il sesso di chi lo avesse commesso. D'altro canto, in Due in una carne (Roma-Bari, Laterza, 2009), Margherita Pelaja e Lucetta Scaraffia offrono un'approfondita analisi della figura di Maria Maddalena nei secoli (dal tempo di Gesù alle interpretazioni successive) che merita davvero di essere letta. Scrivere un testo come quello di Murgia e ignorare del tutto questo filone di ricerca apre la porta a interpretazioni erronee. Come, ad esempio, quella che la scrittrice dà, sviante e superficiale, del matrimonio cristiano.
Tutt'altro che dirompente (come invece molte recensioni l'hanno salutato), Ave Mary si inserisce dunque in un filone che nella Chiesa e nel femminismo cattolico esiste da tempo. In questo contesto si colloca la mia presa di distanza rispetto a un libro che comunque merita interesse. Una menzione particolare va, ad esempio, alla serrata demolizione che Murgia fa della campagna misogina promossa nel 2009 dal Ministero delle pari opportunità italiano (una rosa bianca dentro un bicchiere di vetro viene contaminata da gocce di inchiostro; il fiore assorbe il colore, diventando nero a sua volta prima che una mano pietosa lo tolga da lì mettendolo in un altro bicchiere pulito: tu donna sei solo una immobile vittima nel vetro bisognosa di protezione, e qualcuno ti salverà).
A chiusura della sua denuncia di un atteggiamento che tanto male avrebbe fatto alle donne in carne e ossa - e, probabilmente, alla Chiesa in carne e ossa, aggiungerei io - Murgia scrive: "Che questa lettura possa venire abrogata è auspicabile, ma altamente improbabile". No. Questo proprio non si può dire. Da quel felice 19 aprile 2005, infatti, Benedetto XVI ha dimostrato che la probabilità va in tutt'altra direzione. Quando ci sono i segni, bisogna saperli vedere. Parola di donna.

(©L'Osservatore Romano 12 giugno 2011)