di Don Massimo LapponiL’ex prete Don De Donno che si presenta alle elezioni di Ostia potrebbe rappresentare il simbolo di una generazione di sacerdoti che ha avuto il suo momento di affermazione soprattutto a partire dall’immediato dopo-concilio.
I nomi dell’abate benedettino Dom Giovanni Franzoni, del salesiano Don Giulio Girardi e di tanti altri richiamano alla memoria una stagione tra le più drammatiche della storia della Chiesa recente. Ciò che accomuna figure ecclesiastiche molto diverse per formazione ed esperienze di vita è quel prevalere dell’interesse sociale che in quegli anni straripò ben oltre i confini della dottrina sociale della Chiesa per divenire come un fiume in piena e spazzare via ogni tradizione spirituale e ogni armoniosa composizione tra quelle che si chiamavano solitamente “vita attiva” e “vita contemplativa”.
Di fatto si trattava di definizioni improprie, come era impropria la contrapposizione, che allora divenne di moda, tra “orizzontalismo” e “verticalismo”.
Con il primo si indicava l’attività sociale e politica - o al limite rivoluzionaria - rivolta all’attuazione della giustizia su questa terra, e con l’altra la vita spirituale, rivolta alla santificazione personale.
L’accusa dei “progressisti orizzontalisti” contro i “conservatori verticalisti” - accusa che allora sembrò riscuotere un successo travolgente, e che in qualche misura ancora sussiste, anche se possiamo dire che ormai che “viva di rendita” - era il marchio infamante dell’egoismo, per il quale il contemplativo, e in particolare il religioso o la religiosa claustrale, cercava esclusivamente la propria salvezza eterna rifiutando di occuparsi di instaurare su questa terra il regno delle giustizia.
Come si è detto, questa accusa ebbe un successo travolgente e causò un generale abbandono dell’ascetica spirituale tradizionale, rivolta alla “salvezza dell’anima”, convogliando la maggior parte delle energie dei credenti e dello stesso clero verso l’impegno sociale e politico, e a volte verso la rivoluzione - come dimostra il successo della “teologia della liberazione”, che si diffuse soprattutto in America Latina, ma che fu elaborata sostanzialmente in Europa, e in particolare in Germania.
Non deve stupire che questa tendenza “orizzontalista”, nelle sue manifestazioni più vistose, finisse per abbracciare campagne favorevoli al divorzio, all’aborto, all’omosessualismo, alla liberazione sessuale, all’eutanasia e ad analoghe sfide alla dottrina morale tradizionale.
È del tutto conseguente, infatti, che, se si colloca la sorgente di tutti i mali nel solo ingiusto assetto sociale e politico, e contestualmente si sottrae l’interesse per la vita intima e profonda dell’individuo, i temi propri della morale personale finiranno per essere assorbiti nelle generali questioni sociali, e perciò risolti non a partire dalle leggi della vita morale personale, ma dai dati sociologici e politici. A quella generazione di sacerdoti che erano giovani nel post-concilio appartiene Don De Donno, ormai anziano, ma animato ancora da un “giovanile” spirito post-conciliare.
Non c’è dubbio, infatti, che nel suo programma ancora risuonino i temi dell’“orizzontalismo” iper-sociale di quegli anni e della crisi della morale tradizionale che l’accompagnava.
Ci si può chiedere, tuttavia, se questa sua “seconda giovinezza” non sia piuttosto invecchiata: se, cioè, quei motivi che a quel tempo attraevano grandi masse di giovani oggi non esercitino il loro fascino postumo se non soprattutto su quelli che erano giovani allora, e che oggi non lo sono più da un pezzo. Qualche anno fa un giovane sacerdote di Torino mi raccontava, con molto rammarico, di un suo ormai vecchi confratello che ancora si vantava di avere, in occasione della riforma liturgica, pubblicamente bruciato le sacre vesti tradizionali della sua parrocchia.
Alla nuova generazione queste bravate non piacevano affatto, come non piaceva la deriva morale conseguente ad una politicizzazione radicale della religione.
Giovani ormai disincantati nei confronti di rivoluzioni politiche che avevano clamorosamente tradito tutte le loro promesse, non potevano non rimanere perplessi di fronte al degrado morale che appariva come il vero concreto risultato di un impegno iper-sociale che aveva portato all’abbandono dell’impegno morale e spirituale tradizionale. Nulla di strano, dunque, che al Catechismo Olandese o alle lettere pastorali di Don Franzoni preferissero gli scritti immortali di Sant’Agostino e dei Padri della Chiesa.
Ma questo riscoperta della grande eredità spirituale della Chiesa non si è risolta in un semplice ritorno su posizioni precedenti. L’esperienza del movimento dei preti politicizzati non è stato affatto vano. La nuova generazione che ha riscoperto Sant’Agostino e i Padri della Chiesa ha imparato anche l’inconsistenza delle vecchie contrapposizioni tra vita attiva e vita contemplativa e tra orizzontalismo e verticalismo. La cosiddetta vita contemplativa in realtà è tanto contemplativa quanto attiva, ma la sua attività vuole radicarsi sulla consapevolezza di valori esenziali per la vita umana, che sono, sì, presenti nell’intimo della coscienza, ma che non sono per questo meno presenti nella vita sociale; e a sua volta la cosiddetta “vita attiva” non è meno impegnata della “vita contemplativa” nell’elaborazione di idee e di approfondimenti intellettuali, ma essi si collocano su un piano di astrazione che finisce per perdere di vista l’impegno per quel miglioramento personale senza il quale ogni più avveniristico progetto di riforma sociale è destinato a fallire. “Cambiando l’ordine dei fattori, il risultato non cambia”, dice la ferrea legge matematica.
Potete sconvolgere come volete l’ordine della società, ma se i suoi membri rimangono immutati nelle loro disposizioni personali, o addirittura peggiorano perché si insegna loro che il laovoro su se stessi non conta nulla, il ruslutato non cambia o, se cambia, cambierà in peggio.
È avvenuto, così, che mentre l’iper-socializzazione dei preti post-conciliari - che rifletteva con inconsapevole acrisia l’iper-socializzazione del marxismo e della cultura eversiva in genere - ha distolto i giovani dall’impegno morale e spirituale per attirarli verso l’impegno politico e rivoluzionario, le vocazioni di una nuova generazione hanno scoperto che la vera socializzazione non è quella della strada e dei comizi di partito, ma è quella della famiglia, nella quale si attua in modo eminente quella condivisione dell’impegno spirituale e morale che poi verrà esteso a tutta la società. E così, mentre le forze congiunte della sovversione politica, del clero iper-socializzato e di un catechismo in cui non si faceva parola della dottrina sociale della Chiesa - come ancora purtroppo avviene - hanno estraniato incalcolabili masse di giovani dall’amore per la loro famiglia, per la Chiesa e per le virtù che in esse si insegnavano, con il miraggio di una moralità “sociale” superiore, vi è la tendenza in molte giovani vocazioni a comprendere che la vera forza rigenerativa della società non può essere che in una rinnovata vita familiare, non più chiusa in una dimensione esclusivamente privata, ma invece aperta a riconoscere i propri immensi compiti sociali, senza però rinunciare, per questo, a salvaguardare quella crescita interiore, quella “salvezza dell’anima” dal degrado morale che può fiorire soltanto in un ambiente domestico preservato dall’invadenza di un’incontrollata pressione sociale.
Se Don De Donno rappresenta simbolicamente la vecchia generazione dei preti post-conciliari, il Popolo della Famiglia, che nelle elezioni al Municipio di Ostia fa appello soprattutto ai cattolici disorientati, rappresenta, invece, una nuova generazione di preti e di credenti, ormai disillusa dalle promesse di una palingenesi sociale che si dovrebbe ottenere a spese dell’integrità morale personale e familiare e della sana educazione della gioventù, ma che, nello stesso tempo, ha imparato da quella generazione, ormai invecchiata, che non si può salvare la famiglia, la morale e la gioventù se le grandi virtù coltivate nell’ambito raccolto della casa e della chiesa non diventano, poi, lievito che faccia fermentare tutta la società. Gli apostoli e i primi discepoli di Gesù non si dispersero per le strade e non andarono a fare politica, ma, timorosi nei confronti di un mondo ostile e malvagio, rimasero racchiusi nel cenacolo per custodire gli immensi doni che Gesù aveva loro lasciato salendo al cielo.
Ma ciò in attesa del giorno di Pentecoste, quando lo Spirito Santo discese su di loro e li spinse su tutte le strade del mondo, non per divenire come i pagani «che non conoscono Dio», ma per far riplendere in tutta la società il fuoco sacro che nel cenacolo aveva alimentato l’intima vita del loro spirito. Possa veramente questo confronto elettorale, che vedrà, tra l’altro, la cotrapposizione tra una vecchia e una nuova generazione di credenti e tra un vecchio e un nuovo modo di intendere l’impegno politico e sociale dei cattolici, segnare l’inizio di una nuova era, come lo fu, se pure in una dimensione immensamente più alta, il giorno di Pentecoste.
http://www.lacrocequotidiano.it - 4 novembre 2017