Un santo in “uscita”, missionario, instancabile, coraggioso, fedele a Dio e ai giovani. Non si limitano gli aggettivi per descrivere la figura di san Giovanni Bosco nel messaggio di Papa Francesco al rettor maggiore dei salesiani Ángel Fernández Artime nel bicentenario della nascita del fondatore. Il testo, datato significativamente 24 giugno, solennità di san Giovanni Battista e onomastico di don Bosco, è giunto alla famiglia salesiana all’indomani della visita pastorale del Pontefice a Torino degli scorsi 21 e 22 giugno. Nella lettera il santo viene definito un uomo coraggioso, capace di prendere decisioni non facili e a volte controcorrente, come quella di volersi dedicare ai giovani poveri, per realizzare «un vasto movimento di poveri per i poveri». Così come è stata profetica e anticipatrice della società multiculturale e globalizzata attuale, «la scelta di allargare tale servizio oltre le frontiere di lingua, razza, cultura e religione, grazie a un instancabile impulso missionario». La carità e il Vangelo per don Bosco non avevano confini o limiti imposti dall’umana ragione. Al progetto di evangelizzazione e promozione umana si dedicò con uno stile particolare, quello dell’«accoglienza gioiosa e di simpatia, nell’incontro personale e nell’accompagnamento di ciascuno». In sintesi, scrive il Pontefice, il fondatore dei salesiani «visse una grande passione per la salvezza della gioventù, manifestandosi testimone credibile di Gesù Cristo e annunciatore geniale del suo Vangelo, in comunione profonda con la Chiesa, in particolare con il Papa». Il suo segreto per portare avanti una missione così difficile era la preghiera e l’unione con Dio, alimentate dalla devozione «forte e tenera» alla Madonna, da lui invocata come Immacolata e Ausiliatrice. Il santo è stato favorito anche da «esperienze mistiche» e dal «dono dei miracoli per i suoi giovani». In questa opera caritativa coinvolse anche santa Maria Domenica Mazzarello e cercò la cooperazione dei laici, «generando quella famiglia salesiana che come grande albero ha ricevuto e sviluppato la sua eredità». Una famiglia che ancora oggi si apre «verso nuove frontiere educative e missionarie, percorrendo le vie dei nuovi mezzi di comunicazione sociale e quelle dell’educazione interculturale presso popoli di religioni diverse, o di Paesi in via di sviluppo, o di luoghi segnati dalla migrazione». Infatti, quelle che erano le sfide della Torino ottocentesca che don Bosco affrontò senza timore, adesso «hanno assunto dimensione globale: idolatria del denaro, inequità che genera violenza, colonizzazione ideologica e sfide culturali legate ai contesti urbani». Alcuni di questi aspetti, sottolinea il Pontefice, «coinvolgono più direttamente il mondo giovanile, come la diffusione di internet». Tutto ciò interpella i figli e le figlie di don Bosco «a lavorare considerando, assieme alle ferite, anche le risorse che lo Spirito Santo suscita in situazione di crisi». Per questo, la famiglia salesiana è chiamata «a far rifiorire la creatività carismatica dentro e oltre le istituzioni educative», ponendosi «con dedizione apostolica sui sentieri dei giovani, particolarmente di quelli delle periferie». Il Papa augura che don Bosco aiuti la famiglia salesiana «a non deludere le aspirazioni profonde dei giovani: il bisogno di vita, apertura, gioia, libertà, futuro; il desiderio di collaborare alla costruzione di un mondo più giusto e fraterno, allo sviluppo per tutti i popoli, alla tutela della natura e degli ambienti di vita». E auspica che i salesiani siano capaci di aiutare i giovani «a sperimentare che solo nella vita di grazia, cioè nell’amicizia con Cristo, si attuano in pieno gli ideali più autentici». Il Pontefice affida poi due compiti a tutti i figli di don Bosco: «educare secondo l’antropologia cristiana al linguaggio dei nuovi mezzi di comunicazione e delle reti sociali», che plasma in profondità «i codici culturali dei giovani, e dunque la visione della realtà umana e religio sa»; e promuovere «forme di volontariato sociale, non rassegnandosi alle ideologie che antepongono il mercato e la produzione alla dignità della persona e al valore del lavoro». D’altronde, essere educatori che «evangelizzano è un dono di natura e grazia, ma è anche frutto di formazione, studio, riflessione, preghiera e ascesi». Di fronte all’«emergenza educativa», la famiglia salesiana è invitata «a favorire un’efficace alleanza educativa tra diverse agenzie religiose e laiche» per camminare «con la diversità dei carismi a favore della gioventù nei diversi continenti». In particolare, il Papa richiama «la inderogabile necessità di coinvolgere le famiglie dei giovani. Non vi può essere infatti un’efficace pastorale giovanile senza una valida pastorale familiare». Il salesiano, nel solco tracciato dal fondatore, deve far propria «l’amorevolezza», caratteristica di una pedagogia intesa come «amore manifestato e percepito, nel quale si rivelano la simpatia, l’affetto, la comprensione e la partecipazione alla vita dell’altro». In ambito educativo, il santo affermava che «non basta amare, ma è necessario che l’a m o re dell’educatore si esprima mediante gesti concreti ed efficaci». Il salesiano deve anche rispecchiare altri tratti distintivi della «prassi educativa» di don Bosco, che il Papa elenca: ambiente di famiglia; presenza dell’educatore come padre, maestro e amico del giovane, espresso da un termine classico della pedagogia salesiana: l’assistenza; clima di allegria e di festa; ampio spazio offerto al canto, alla musica e al teatro; importanza del gioco, del cortile di ricreazione, delle passeggiate e dello sport. Ma il salesiano non si limita a ciò, egli è un educatore che «fa risuonare sempre il primo annuncio, la bella notizia che direttamente o indirettamente non può mai mancare: “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti”», come si legge nell’Evangelii gaudium, al numero 164. Essere discepoli fedeli a don Bosco, perciò, richiede «di rinnovare la scelta catechistica che fu suo impegno permanente, da comprendere oggi nella missione di una nuova evangelizzazione». Questa catechesi evangelizzatrice «merita il primo posto nelle istituzioni salesiane, e va realizzata con competenza teologica e pedagogica e con una trasparente testimonianza dell’educatore» . Infine, il Pontefice esorta i salesiani a riscoprire l’importanza della testimonianza di don Bosco: «il cristianesimo è sorgente di felicità, perché è il Vangelo dell’amore».
© Osservatore Romano - 17 luglio 2015