Renzo Puccetti su Messale in latino
L’inclusività come dogma universale: il cortocircuito della logica cattolica
Il recente documento AGESCI “Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo” (Mozione 54/2026) con il quale la storica associazione cattolica degli scout ha aperto i suoi quadri di capi scout e di educatori alle persone LGBTQ+ ha suscitato molte reazioni contrarie nel mondo della cattolicità, tuttavia mi pare che un aspetto non sia stato colto. Si tratta delle implicazioni di questo documento, non esplicitate, ma non per questo meno reali con cui si introduce un mutamento paradigmatico che va ben oltre l’orizzonte associativo. Ponendo l’accoglienza, l’integrazione e il “cammino” come coordinate essenziali del servizio educativo e declassando la conformità dottrinale a elemento non dirimente, l’associazione non ha solo redatto un manuale di stile: ha imposto una nuova logica di “cattolicità”.
Se, come sostiene l’AGESCI con il pieno avallo della gerarchia,
la dignità della persona nel suo vissuto concreto è il valore supremo che impone il superamento di ogni ostacolo all’inclusione, allora ci troviamo di fronte a una nuova norma deontologica che non può restare confinata al perimetro scout. Le idee, come ammoniva Richard Weaver, hanno conseguenze; e la conseguenza logica di questo paradigma è la dissoluzione del “doppio standard” che ancora oggi nel diritto canonico tenta di separare l’educatore laico dal ministro ordinato.
Il vincolo logico dell’inclusione
Se il principio cardine dell’agire ecclesiale è oggi il riconoscimento pieno della dignità personale attraverso l’integrazione del vissuto a prescindere dalla coerenza con la morale sessuale, allora ogni consesso cattolico si trova oggi vincolato a questo nuovo “codice morale dell’accoglienza”.
Se un educatore scout può essere in una condizione oggettivamente disordinata o persino in modo manifesto vivere contraddicendo la dottrina e ciononostante essere guida per la formazione ai valori cattolici, su quale base logica il Vescovo, nel valutare l’idoneità al sacerdozio, può respingere un candidato che vive la medesima condizione? Quando la dignità della persona LGBTQ+ diventa il criterio che impone la rimozione di pregiudizi nell’educazione dei fanciulli, essa diventa, per una coerenza ineludibile, il criterio unico anche per la stessa rimozione quando si tratta di decidere l’accesso ai sacri ordini.
Dalla parrocchia al soglio di Pietro
Questa logica non conosce confini gerarchici. Se l’integrazione del vissuto è il sigillo di una autentica “cattolicità” contemporanea:
- La Congregazione per i Vescovi non può, senza cadere in una contraddizione intollerabile, pretendere requisiti di conformità dottrinale per l’episcopato che sono stati giudicati “discriminatori” e superabili a livello di base.
- Gli stessi Cardinali riuniti in conclave, elettori della suprema autorità, si troverebbero logicamente vincolati al nuovo paradigma: se l’esclusione di un orientamento o di un vissuto affettivo dall’educazione è un ostacolo all’integrazione e un’offesa alla dignità della persona, negare l’accesso al Papato in base a quegli stessi criteri non sarebbe altro che il perpetuare una discriminazione ormai ufficialmente dichiarata incompatibile con la pedagogia ecclesiale.
La comunione anglicana non ha forse già percorso questo itinerario logico?
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