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vescovo-di-noto-mons-staglianoNoto - L'auspicio di «un sistema di riscossione più umano e solidale» non è un vago richiamo a uno dei princìpi della dottrina sociale. Perché il richiamo ha un contesto particolare - la Sicilia e in particolare l'asse sud-est di Siracusa e Ragusa - e soprattutto un «Il grave e devastante problema che attanaglia le piccole e medie imprese, gli artigiani e gli agricoltori - e pertanto la nostra gente, le nostre famiglie, i nostri lavoratori, il futuro dei nostri giovani - a causa dell'esposizione debitoria nei confronti degli Istituti previdenziali e di riscossione e, tra questi ultimi, in particolare la Serit Sicilia Spa». Più chiari di così non potevano essere Salvatore Pappalardo (arcivescovo di Siracusa), Paolo Urso (vescovo di Ragusa) e Antonio Staglianò (vescovo di Noto). Un anatema contro «il rigido e farraginoso sistema di riscossione delle imposte e dei crediti degli Enti previdenziali e assistenziali e degli Enti locali che costringe all'insolvenza del debito, maggiorato dalle sanzioni e dagli interessi, facendo scattare il meccanismo ipotecario sui beni delle imprese indebitate ed escludendole da ogni possibile accesso al credito. Un sistema che rischia di schiacciare anche chi ha debiti di modesta entità».
A inizio ottobre, in sede di Conferenza episcopale siciliana, era stato proprio il vescovo di Noto ad avviare una riflessione sul disagio sociale e sulla crisi debitoria delle imprese. Un numero su tutti: l'indice di "indipendenza finanziaria" delle aziende del sud-est siciliano (Catania, Ragusa e Siracusa) aggiornato al 2010 è del 29,08%, al fronte di una media nazionale del 35,52%. Secondo i dati InBalance-Camera di Commercio, rielaborati dall'economista catanese Rosario Faraci, su dieci aziende soltanto tre non hanno "guai" con banche ed esattoria.
Monsignor Staglianò, qual è l'origine sociale di questo documento?
«Innanzitutto dalla condivisione dei tre vescovi della metropolia di Siracusa, dopo un lungo periodo di comprensione del problema e di accompagnamento delle persone coinvolte. Personalmente, nei due anni trascorsi nella diocesi di Noto, sono stato testimone di una situazione drammatica. Senza alcuna enfasi retorica, ho conosciuto tante persone pronte a un gesto estremo come il suicidio».
Gli altri rischi, forse meno eclatanti ma più diffusi, sono legati all'usura.
«Certamente. Una tale fragilità, che economica ma anche morale, diventa non soltanto una condizione in cui è facile essere preda dei disonesti, ma anche una tentazione che induce a delinquere in prima persona».
E quindi avete capito che era il momento di uscire allo scoperto.
«Sia chiaro che il nostro non è un documento "contro". Né contro le istituzioni, né contro la Serit Sicilia. Tra l'altro ho personalmente incontrato il governatore Lombardo, che si è mostrato sensibile, e il presidente di Serit Sicilia, disponibile al confronto. Il nostro approccio è ovviamente umanitario: in questa crisi c'è in gioco l'umano dell'uomo, abbiamo il dovere di trovare delle risposte a queste persone che si fidano solo della Chiesa».
E cosa può fare la Chiesa per loro?
«Si tratta spesso di nuovi poveri, di gente abituata a maneggiare una certa ricchezza, adesso sprofondati nel baratro della disperazione. Noi dobbiamo essere vicini a loro, non solo a parole, ma con un sostegno concreto».
Con quali strumenti?
«Già cerchiamo di farlo, con piccoli prestiti per far tornare a respirare chi ha davvero bisogno. Con le poche risorse a disposizione, qualche piccolo segnale l'abbiamo dato».
La Chiesa come microcredito della solidarietà. Si può allora estendere il modello?
«No, allora diciamo che non spetterebbe a noi individuare le soluzioni tecniche. Ma se nessuno vuol farlo noi abbiamo le risorse umane per poterlo fare noi. Faccio il nome di un esperto del calibro di Zamagni, ma c'è tutto un patrimonio della dottrina sociale della Chiesa a cui poter attingere. La Sicilia, con il suo statuto autonomo, è in grado di intraprendere un percorso immediato. E se mi permette con una buona dose di quella creatività e di quella fantasia di cui i siciliani sono molto dotati. È la via indicata da Benedetto XVI nella sua "Caritas in Veritate": un cordone di solidarietà più umano è possibile».
Basta volerlo...
«Chi legifera non è una macchina, ma un uomo. E non ci sono leggi immodificabili. Vogliamo sostenere quelle vie di soluzione che, all'insegna del bene comune e della legalità, da più parti sono state proposte e che in sede di Parlamento nazionale e di Ars vanno promosse e trasformate in norme che regolano in prospettiva umana il sistema di riscossione. Sono convinto che in Sicilia ci sono persone capaci di operare affinché questo profondo disagio possa trovare una soluzione».

 

La Sicilia

Mario Barresi


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