- Nell’opera del filosofo francese. Un grido d’allarme di Gabriele Nicolò(Charles de Pechpeyrou) Il filosofo e accademico francese Alain Finkielkraut è stato aggredito verbalmente sabato scorso nel cuore di Parigi, a margine di una manifestazione dei gilet gialli. Un atto di violenza chiaramente antisemita — che a suo avviso avrebbe potuto degenerare senza l’intervento della polizia — che ha preceduto la profanazione di due cimiteri ebraici in questi ultimi giorni in Francia. L’intellettuale commenta per «L’Osservatore Romano» la sua visione dell’antisemitismo che dilaga attualmente in Europa.
Stavo rientrando a casa a piedi quando ho visto alcuni gilet gialli, mi sono avvicinato per vedere la manifestazione qualche istante. Sono stato rapidamente riconosciuto e alcune persone hanno iniziato a urlare talmente forte che non sentivo il significato di quello che dicevano, sono stato costretto a fare marcia indietro e sono stato immediatamente protetto da un cordone della polizia perché probabilmente alcuni scalmanati erano pronti per un regolamento dei conti. Sono tornato allora a casa attraverso un altro itinerario.
Come ha vissuto quell’episodio?
Non pensavo inizialmente che questa scena fosse stata filmata, non avevo visto le telecamere, e pensavo che la mia avventura sarebbe rimasta nel cerchio delle mie conoscenze. Invece ci sono state delle immagini, sono state diffuse e quello che è successo ha preso un’altra dimensione. È molto più spaventoso rivedere queste immagini che vivere la scena sul momento. Quando ho scoperto sugli schermi i volti degli aggressori, che erano un po’ lontano da me, mi sembravano veramente terribili. Così la paura è venuta in un secondo tempo, dopo lo stupore iniziale. Devo dire che non ho subito sentito le terribili frasi che mi erano rivolte. Il mio aggressore ripreso dalle telecamere è senza dubbio un radicalizzato, come si dice oggi, d’altronde è stato già identificato dalla polizia. Lo slogan scandito “La Francia è nostra” non era una variante dello slogan dei nazionalisti “la Francia ai francesi”. Voleva dire invece la “Francia all’islam”, il salafita si poneva in un’ottica di rimpiazzo. D’altronde quando diceva di voler rimandarmi a Tel Aviv, per lui in realtà anche lì non ero al mio posto, visto che questa terra è occupata dagli ebrei mentre appartiene, sempre secondo lui, al popolo palestinese, quindi ai musulmani. La conclusione che traggo da questa mia disavventura è che l’antisemitismo più frequente e più violento oggi si esprime nella lingua dell’antirazzismo.
Non accetta invece l’ipotesi di un antisemitismo popolare, che potrebbe essere rappresentato da alcuni gruppi, come ad esempio i gilet gialli?
In ogni caso, coloro che mi hanno aggredito non erano certamente degli artigiani, dei commercianti o dei piccoli imprenditori. Quelli che hanno lanciato il movimento dei gilet gialli, i rappresentanti delle periferie, di questa Francia invisibile, non erano certamente i miei insultatori. Ciò detto, un certo numero di gilet gialli è permeabile a discorsi tossici come quelli sulla potenza dei Rothschild, sul complotto ebreo, questo non posso negarlo. Uno dei suoi leader non vede nessun inconveniente a che si parli di una mafia ebrea che governa la Francia. Ma in ogni caso ribadisco che i miei assalitori non erano i gilet gialli della prima ora. Israele è demonizzato, il sionismo è demonizzato. È un premio Nobel e non un gilet giallo, José Saramago, a dire che gli ebrei non meritano alcuna compassione per quello che hanno subito durante l’olocausto perché fanno subire un olocausto ai Palestinesi. I gilet gialli non fanno altro che tradurre in ingiurie e veleno la formula del premio Nobel José Saramago. Dunque se sei complice di uno stato che ha commesso un genocidio, è legittimo aggredirti; è questo tipo di ragionamento dominante dell’antisemitismo contemporaneo.
Al di là delle espressioni di condanna e solidarietà, cosa si può fare per evitare che simili episodi si ripetano?
La prima cosa essenziale è non ripetere sempre le stesse cose, non cedere alle esagerazioni e fare una buona diagnosi. La situazione attuale non è la peste nera ma quella di un altro tipo. Bisogna conoscere la lingua dell’antisemitismo, conoscere l’identità dei nuovi antisemiti. È difficile immaginare nuovi rimedi, soluzioni, ci vuole una buona diagnosi e non sbagliare di obiettivo e di nemico. Bisogna immaginare una nuova politica migratoria, e lo dico ancora più volentieri perché sono intervistato dall’Osservatore Romano, un’altra politica migratoria. Smettiamo di dire che i migranti sono i nuovi ebrei, che la solidarietà esige di accoglierne un numero sempre crescente. Naturalmente tra i migranti ci sono persone animate da ottime intenzioni, ma più aumenteranno i migranti in provenienza dall’Africa, dal Maghreb o dal Medio Oriente più aumenterà l’antisemitismo in Francia. E non parlo soltanto della Francia, parlo anche dell’Europa. Vorrei dirlo a papa Francesco, certamente bisogna trattare con dignità le persone che bussano alle nostre porte e che sono nello sconforto, ma si deve avere anche il senso della realtà, la nuova composizione demografica dell’Europa spiega ampiamente l’emergenza e l’esplosione dell’antisemitismo. A forza di buone intenzioni stiamo preparando un avvenire cupo per gli ebrei europei. L’espressione “i migranti sono i nuovi ebrei” utilizzata dagli operatori umanitari è un discorso ripreso dagli intellettuali di sinistra radicale, che dicono che gli ebrei di oggi sono i musulmani. Per quanto riguarda me, sono riconoscibile, basta che sia identificata la mia faccia per essere insultato, per non dire peggio, è vero, adesso non è opportuno che io partecipi a raduni come per esempio quelli dell’estrema sinistra.
Come considera la mobilitazione popolare e la grande copertura mediatica di questi ultimi episodi di violenza rispetto a quello che denunciava nel 1983 nell’«Ebreo immaginario», cioè «l’ignoranza, lo scetticismo, il distacco» da parte di opinione pubblica e media nei confronti della Shoah?
Per venire alla mia piccola avventura posso dire che i messaggi di solidarietà ricevuti sono stati davvero incredibili. C’è stata una grande mobilitazione popolare, una folla di persone anonime unite alle personalità politiche e religiose. Ho ricevuto la telefonata personale del presidente della Repubblica. La popolazione francese, nella sua stragrande maggioranza è ostile all’antisemitismo e quello a cui stiamo assistendo oggi da parte di coloro che fanno circolare messaggi di odio è il ribaltamento della Shoah contro gli ebrei. Si tratta tuttavia di una frangia minoritaria, ma è proprio quella che si è espressa contro di me. Hanno visto in me il sionista. Per la sinistra radicale sono un ebreo, amo lo stato di Israele e dunque sono complice di crimini contro l’umanità.
Nel suo libro «Nel nome dell’altro» uscito nel 2003 sottolineava che gli intellettuali ebrei ricevevano delle «lettere estremamente sgradevoli». Abbiamo oltrepassato questo livello?
Rispetto alla situazione descritta nel mio scritto, non sono più solo lettere a essere inviate, sono espressioni di odio gridate per strada. Penso che questo episodio possa ripetersi, anche se ho la fortuna di non essere anonimo.
Nell’opera del filosofo francese
«Ci vuole coraggio per indossare una kippa nella metropolitana parigina e in quei luoghi feroci che chiamano citès sensibles; il sionismo è criminalizzato da un numero sempre più ampio di intellettuali, l’insegnamento della Shoah si rivela impossibile proprio nel momento in cui diventa obbligatorio». Queste parole (sarebbe forse meglio dire tale dichiarazione solenne) sono state scritte da Alain Finkielkraut nel 2003 nel libro Nel nome dell’Altro. Alla luce di quanto accaduto qualche giorno fa a Parigi — quando il filosofo e intellettuale francese è stato “ferito” durante le proteste dei gilet gialli da offese antisemite lanciate dai dimostranti — assumono un valore profetico, tanto palese quanto imbarazzante. E anche il sottotitolo del libro, Riflessioni sull’antisemitismo che viene, si configura come un grido d’allarme che tradisce la chiara consapevolezza di un’ostilità sempre serpeggiante e suscettibile di trasformarsi in odio verso l’altro sentito come diverso e come inferiore. Quel grido d’allarme che ha appunto trovato un inquietante riscontro nel linciaggio del filosofo.
Nel denunciare “la miseria del mondo” Finkielkraut sottolineava, nel 2003, che come tutti gli intellettuali ebrei, anch’egli riceveva delle lettere «assai spiacevoli». Ma chi firma tali missive? In realtà è un’unica mano, quella del “mostro” che inveisce contro l’“Altro”: le due entità — rileva l’intellettuale francese — sono divise da un’incompatibilità ontologica. Il mostro vuole la pelle dell’altro, l’Altro è la preda del mostro, ed è innocente. E se esso reagisce, tale innocenza non viene né macchiata, né lesa, perché qualunque sua reazione è dettata dal principio della legittima difesa. «Se egli commette degli atti condannabili — scrive Finkielkraut — lo fa come reazione allo spirito di reazione, in risposta alle misure di apartheid e alle pratiche di esclusione di cui egli è vittima». E se si arrabbia, è perché lo sfruttamento assieme all’esclusione fanno di lui un diseredato, un vagabondo, un paria eterno.
La denuncia di Finkielkraut smette i veli del linguaggio diplomatico ed espone il male senza riserve. «I diritti dell’Altro — scrive — sono vilipesi in Francia». Per poi aggiungere: «L’ombra onnipresente di Hitler disonora l’antisemitismo degli aventi diritto, ed espone il nome di Israele alle rimostranze indignate degli “aventi vergogna”».
Le cronache di questi giorni che hanno riportato il triste episodio delle offese a Finkielkraut hanno spesso usato l’aggettivo «sconcertante». La stessa parola che il filosofo, sempre nel libro Nel nome dell’Altro, usa per definire «il mettere alla gogna congiuntamente la maggioranza degli ebrei di Francia e i vecchi demoni dell’ideologia francese». È possibile, si chiede Finkielkraut, che il pensiero che lo pervade non sia, in fine dei conti, così recente, così nuovo, così originale. «Può darsi — afferma — che esso si riannodi, al di là del breve periodo in cui l’Occidente si è espresso nell’idioma del razzismo, con il discorso che accusava il popolo eletto di credersi superiore alle altre nazioni e di rifiutare la buona novella della comune identità di tutti gli esseri umani». Può darsi che sia l’antica condanna dell’ebreo “secondo la carne”, del suo particolarismo, del suo esclusivismo, del suo egoismo nazionale, che, «sotto l’impatto sempre più penetrante del trauma nazista», conosca una nuova giovinezza, trovando degli accenti «irresistibilmente moderni». Ma il “può darsi” non deve cancellare il fatto che non bisogna confondere i risentimenti, né prendere per una recrudescenza dell’antisemitismo francese «l’attuale fiammata di violenza contro gli ebrei in Francia». Queste parole, come le altre, sono state scritte nel 2003: purtroppo conservano una drammatica attualità anche sedici anni dopo, nel 2019.
La problematica ebraica, che innerva la ricca e intensa produzione di Finkielkraut, domina anche L’ebreo immaginario (1980), un libro che scorre lungo i binari di una denuncia di un male che continua a spargere veleno perché non è stato mai combattuto come si sarebbe dovuto. «Abbiamo visto, dopo la guerra, altri genocidi — scrive il filosofo — ed è vano reclamare per gli ebrei il privilegio morale o il monopolio dello sterminio, perché in questo campo i nazisti furono dei precursori e non delle eccezioni. Qualcosa però è unico in questi quattro anni di abbandono, e non è come vuole un luogo comune comodo, la rassegnazione delle vittime». Infatti durante la seconda guerra mondiale non fu fatta — denuncia il filosofo — nessuna petizione. Nessun mass media “coprì” l’Olocausto, né si sviluppò alcun movimento di opinione. Insomma, nessun segno dall’esterno. «Tra gli agonizzanti e l’altra parte c’era un muro insuperabile, fatto di ostilità, di distacco, di scetticismo o di ignoranza» scrive l’intellettuale francese. E quel muro, alla luce degli avvenimenti più recenti, risulta essere purtroppo ancora intatto e solido. E al di là del muro, l’orizzonte ha tinte fosche.
© Osservatore Romano - 23 febbraio 2019