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lavoro1ROMA, 30. Il primo maggio «resta una giornata di lotta — “non cont ro ”, ma “p ro ”, tutti insieme — sempre necessaria, per la tragedia crescente di questa crisi». È quanto si legge nel messaggio per la giornata del primo maggio diffuso dalla Commissione per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace della Conferenza episcopale italiana. Al centro del documento, intitolato «Nella precarietà, la speranza», è appunto il «lottare per il lavoro», che «ci ha indicato Papa Francesco nella sua visita in autunno in Sardegna: “Signore Gesù, a te non mancò il lavoro, dacci lavoro e insegnaci a lottare per il lavoro e benedici tutti noi!”».
Secondo i presuli, anche le celebrazioni e gli incontri di preghiera che per l’occasione si tengono in tante diocesi e parrocchie assumono «un significato particolare. Si fa invocazione, ma anche impegno. Per tutti». Infatti, «nessuno, oggi, in questo momento, può tirarsi indietro». Di qui l’ammonimento centrale del messaggio: «Nessuno può scaricare la croce sulle spalle dell’altro, ma come cirenei della speranza, chiediamo a tutti, come vescovi della pastorale sociale, una particolare empatia, davanti ai tantissimi drammi sociali». Empatia, in particolare, è «il condividere, lo star vicino, nella capacità di aiutarci tra di noi, per dimenticare un po’ l’egoismo e sentire nel cuore il “Noi”, come popolo che vuole andare avanti», sottolineano i vescovi ricordando come sia proprio il Papa a dare «il tono, il coraggio, la forza in questa delicata situazione storica che viviamo». I presuli ricordano poi come la Chiesa in Italia si stia preparando al convegno di Firenze, previsto per il 2015, incentrato sulla figura di Cristo che dà senso e significato al nuovo umanesimo. Tuttavia, «ci rendiamo sempre più conto che senza lavoro nessun giovane e nessun padre di famiglia ha dignità né sicurezza». Infatti, «senza il lavoro, non c’è umanesimo. È un costruire sulla sabbia la nostra civiltà. Perché non rispetta la persona. Vittime come siamo di un’economia che ci vuole rubare la speranza, per i sistemi ingiusti che crea, perché spesso il denaro governa invece di servire. È una sudditanza agli idoli». È una «nuova idolatria del denaro che esclude e non include», a cui «ci siamo impegnati a dire di no». In questa prospettiva, i vescovi sottolineano come venga in aiuto la «riflessione acutissima della Evangelii gaudium», quando descrive «l’attuale situazione di aperta ingiustizia». E lo fa andando «ben oltre le tradizionali analisi di natura marxista che spesso in passato venivano utilizzate». Infatti, «non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’o p p re s s i o -ne, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “s f ru t t a t i ”, ma rifiutati, “avanzi!”». Incoraggiati dunque dal magistero pontificio, i vescovi invitano a lottare «con più forza per il lavoro, imparando a conoscere i meccanismi di esclusione che vengono attuati, spesso con spietata durezza». Ecco allora la proposta di cammino individuata dai vescovi che hanno scelto di riflettere su questo in uno specifico convegno che si terrà a Salerno dal 24 al 26 ottobre prossimi. E come icona biblica per questo cammino, è stato scelto il brano evangelico della pesca miracolosa (Luca,5, 1-11). A fronte del dramma delle “re t i vuote” i vescovi richiamano tre condizioni essenziali per reagire: solida formazione, coraggiosa volontà d’impresa, fraterna cooperazione.

© Osservatore Romano - 1 maggio 2014

Nella precarietà, la speranza