La cultura nella quale viviamo racchiude i frutti positivi di un processo storico segnato dalla decolonizzazione (avendo un potente movimento concesso alle donne uno status sociale mai raggiunto prima) e dalla caduta del marxismo-leninismo. In un tempo di globalizzazione accelerata, essa sembra celebrare, forse più che in qualsiasi cultura precedente, l’uguaglianza di tutti gli esseri umani. La nostra generazione ha anche la possibilità di scoprire e di meravigliarsi dell’affascinante diversità dei popoli e delle culture e del loro contributo specifico e insostituibile all’umanità. Percepiamo però un pericolo in un processo definibile come globalizzazione che s’impone dall’alto e che, sotto forma di pari diritti e di non discriminazione, utilizza i canali del governo mondiale per cercare di adattare un consenso a interessi particolari, attraverso un uso manipolatore del linguaggio nel corso del processo di costruzione di tale consenso. Non possiamo negare l’esistenza di una lotta culturale, politica e giuridica che ha luogo in questo forum riguardo all’identità sessuale, all’orientamento sessuale, al contenuto dei diritti e al senso dell’universalità. In questa lotta il linguaggio è un fattore critico. Esaminiamo la storia del termine genere nel discorso dell’Onu. Il termine è entrato nel linguaggio dei testi negoziati a livello internazionale attraverso i documenti di consenso non-vincolanti del processo delle conferenze dell’Onu degli anni Novanta. Ha avuto grande successo nella Piattaforma d’azione di Pechino (1995), dove la prospettiva del genere è stata al centro e la parità dei sessi è stata l’obiettivo principale. Sulla scia di Pechino, il Segretariato dell’Onu ha subito condotto, con grande efficacia, un esercizio d’integrazione della prospettiva del genere (gender mainstreaming) attraverso tutto il sistema dell’Onu. La parità dei sessi è stata rapidamente identificata come priorità trasversale del governo mondiale, divenendo in pratica una condizione dell’aiuto allo sviluppo. L’uso del termine genere e delle sue numerose espressioni derivate rappresenta un taglio rispetto al linguaggio degli strumenti giuridici vincolanti adottati prima degli anni Novanta. I trattati dei diritti dell’uomo si riferiscono di fatto agli uomini e le donne o ai coniugi, genitori, madri o marito e moglie, quando trattano l’uguaglianza di tutti gli esseri umani (per dignità e diritti) o questioni relative a famiglia, matrimonio e educazione dei figli. Si riferiscono al sesso quando affrontano la questione della non-discriminazione. Così, ad esempio, la Carta dell’Onu (1945) afferma la sua fede negli «uguali diritti degli uomini e delle donne» (preambolo/2), come fanno la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (DUDH p re a m - bolo/5), la Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici del 1966 (CID CP art. 3), la Convenzione Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali (CIDESC art. 3) e la Convenzione sull’Eliminazione di Ogni Forma di Discriminazione nei confronti delle Donne del 1979 (CEDAW preambolo). La Convenzione sui Diritti dell’Infanzia (1979) si riferisce all’uguaglianza dei sessi (CDE art. 29). La Carta Internazionale dei Diritti riconosce anche la famiglia (al singolare, non le famiglie) come base naturale e fondamentale della società, avente diritto alla tutela della società e dello Stato (DUDH art. 16/3, CID CP art. 23, CIDESC art. 10), fondata sul matrimonio tra uomo e donna (DUDH art. 16/12) contratto solo per assenso libero e pieno dei coniugi consenzienti, intesi inequivocabilmente nel contesto di questi documenti come indicanti un marito e una moglie, un uomo e una donna (DUDH art. 16/2, CID CP art. 23/3). Essa afferma la dignità inerente (inerente significa appartenente alla loro natura specifica) di tutti i membri della famiglia umana. La dignità inerente alla persona umana, la sua differenziazione sessuale in uomo e donna, la loro uguaglianza nella dignità, il matrimonio come unione tra uomo e donna, la procreazione e la maternità, la famiglia come cellula di base naturale della società, il diritto dei genitori di scegliere l’educazione da dare ai propri figli (DUDH art. 26/3), l’identità sponsale dell’essere umano sono realtà universali, collegate tra loro, inalienabili e indissolubili. Il linguaggio dei trattati sui diritti dell’uomo chiama tali realtà così come sono, essendo di fatto questa la funzione del linguaggio. La DUDH non mette in dubbio la loro interdipendenza e neppure l’unità ontologica dell’uomo e della donna, di cui l’identità biologica non è che una componente. La DUDH dichiara ciò che tutte le donne e tutti gli uomini, «dotati di ragione e di coscienza» (art. 1), possono liberamente e universalmente riconoscere come vero. Di fatto la funzione del diritto non è costruire la realtà e la verità, ma dichiarare ciò che è giusto. Se così non fosse, la legge e l’universalità sarebbero imposizioni arbitrarie. Il significato tradizionale del genere si riferisce alle categorie grammaticali maschile, femminile e neutro, nelle lingue antiche e in quelle moderne. Ma i sociologi e gli psicologi appartenenti all’intellighenzia p ostmoderna occidentale, dalla metà degli anni Cinquanta, hanno elaborato un significato molto diverso. Nutrendosi allo stesso tempo del femminismo radicale e del movimento omosessuale (che hanno entrambi lottato per ottenere l’uguaglianza solo in termini di potere sociale), hanno distinto il genere dal sesso, limitando il sesso alle caratteristiche biologiche che definiscono uomini e donne, e utilizzando il genere in riferimento a quelli che consideravano essere i ruoli socialmente costruiti dalla società per uomini e donne. In pratica hanno trattato la maternità, la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, la complementarietà tra i due, l’identità sponsale della persona umana, la femminilità e la mascolinità, l’e t e ro - sessualità, come altrettante costruzioni sociali o stereotipi che sarebbero contrari all’uguaglianza, discriminatori e, pertanto, da decostruire culturalmente. Al termine del processo rivoluzionario, lo stesso corpo maschile e femminile era considerato come socialmente costruito. L’agenda del genere fa divorziare la persona umana da se stessa, per così dire dal suo corpo e dalla sua struttura antropologica. Così radicalmente ridefinito, il genere è una pura costruzione intellettuale, difficile da cogliere per le culture non-occidentali. Nulla potrebbe essere più contrario allo spirito della DUDH. Poiché la rivoluzione del genere è un processo che decostruisce le realtà universali in essa menzionate, non meraviglia che il linguaggio che indica tali realtà stia tendendo a scomparire da quello del governo mondiale da quando quest’ultimo si è identificato con la gender agenda. Un nuovo insieme semantico si è imposto, di cui il genere non è che una componente: la salute e i diritti sessuali e riproduttivi (anziché della procreazione), la famiglia in tutte le sue forme o le famiglie (termine intenzionalmente vago per includere “tutte le scelte possibili”, anziché la famiglia), l’aborto senza rischi, la libertà di scelta, gli stereotipi (anziché la complementarietà), le costruzioni sociali, i partner uguali (anziché i coniugi), le gravidanze forzate, per citarne solo alcuni. L’ambivalenza è il tratto comune del nuovo linguaggio, che non è chiaramente definito perché non indica realtà ma costruzioni ideologiche. L’ambivalenza non ha portato a pacifiche relazione tra Stati membri dell’Onu, tra culture occidentali e non occidentali, tra credenti e laici, tra maggioranze silenziose e lobby minoritarie partecipative. Invece di esprimere un consenso autentico, ha portato divisione. Nonostante la sua grande preminenza nel documento e la sua relativa novità nella terminologia dell’Onu, il genere non è definito nella Piattaforma di azione di Pechino. I promotori del suo programma, governativi e non, che avevano integrato il termine con successo nel documento, hanno strategicamente evitato di definirlo in modo da avanzare in modo furtivo. L’evanescenza ha creato un terreno politico vago. Molti hanno interpretato il genere nel suo senso grammaticale tradizionale. Altri, consapevoli dell’agenda nascosta, hanno cercato di combatterlo. Il malessere era tangibile. La sola definizione che gode di un accordo intergovernativo e legalmente vincolante è quella che dà l’articolo 7/3 dello Statuto della Corte Penale Internazionale (1998): con «il termine “genere sessuale” si fa riferimento ai due sessi, maschile e femminile, nel contesto sociale. Tale termine non implica alcun altro significato di quello sopra menzionato ». Di conseguenza, non esiste obbligo legale, politico o morale di conformarsi all’interpretazione ideologica occidentale del genere. Quando interessi particolari diventano politica e si trasformano in legge, partecipano alla funzione di educazione civica del diritto e del governo e quindi alla creazione di una cultura che è in conflitto con l’aspirazione di tutti gli esseri umani a un consenso autentico. Dopo Pechino, l’agenda nascosta ha cominciato a venir fuori. Gli organi dell’Onu hanno prodotto diverse definizioni del genere , in modo da inquadrare ideologicamente l’applicazione della Piattaforma d’azione di Pechino. Queste cosiddette definizioni sono lunghe e vaghe. Cambiano incessantemente e non consentono a nessuno di avere una visione chiara del concetto. Eppure sono formulate in modo da permettere un’interpretazione che includerebbe l’orientamento sessuale e l’identità del genere, categorie che non hanno definizione chiara né sono oggetto di un accordo nel diritto internazionale. La definizione attuale d’Onu Women, riferendosi non solo alle relazioni tra donne e uomini, ma anche e specificatamente alle “relazioni tra donne” e a quelle “tra uomini”, illustra bene questa posizione: il genere si riferisce agli «attributi sociali e le opportunità legate al fatto di essere uomo o donna e alle relazioni tra donne e uomini e tra ragazze e ragazzi, come pure alle relazioni tra donne e alle relazioni tra uomini. Questi attributi, opportunità e relazioni sono socialmente costruiti e vengono appresi nel corso di processi di socializzazione. Sono specifici di alcuni contesti ed epoche e sono mutevoli. Il genere determina ciò che ci si attende, si permette e si valorizza in una donna o in un uomo in un dato contesto. Nella maggior parte delle società esistono differenze e disuguaglianze tra donne e uomini nelle responsabilità loro assegnate, nelle attività intraprese, nell’accesso alle risorse e nel loro controllo, come anche nelle opportunità decisionali. (...) Altri criteri importanti per l’analisi socio-culturale includono la classe, la razza, il grado di povertà, il gruppo etnico e l’età». Specie nel mondo in via di sviluppo, cresce la consapevolezza del contenuto reale, non consensuale, dell’agenda del genere nel momento in cui si passa in modo deciso dalla sua interpretazione femminista alla sua interpretazione omosessuale, sotto la guida di lobby potentemente finanziate, il sostegno dell’Onu e il consenso (a volte in definitiva la leadership ) di alcuni governi.(©L'Osservatore Romano 14-15 maggio 2012)