Gli amici scrivono

Osservando quanti sono gli elettori che vanno a votare allora si è stimolati a leggere e possibilmente a studiare un testo profetico, purtroppo non più pubblicato e forse introvabile: “L'errore democratico”. Sottotitolo: Il problema del destino dell’Occidente (noto in lingua originale come Liberty or Equality) è un saggio del 1952 del pensatore cattolico e liberale austriaco Erik von Kuehnelt-Leddihn, tradotto in Italia nel 1966 da Giovanni Volpe Editore.

Il trapasso dalla democrazia alla tirannide della maggioranzaPossiedo il libro dal lontano 1977. L’ho riletto con più attenzione in questi giorni. L'opera delinea una critica radicale alla democrazia di massa, considerandola non come una garanzia di libertà, ma come un pericoloso veicolo di tirannia e appiattimento culturale.

Quali sono i pilastri del pensiero del filosofo austriaco che analizza il declino dell'Occidente attraverso alcuni punti focali:

L'uguaglianza contro la libertà: Kuehnelt-Leddihn sostiene che l'uguaglianza e la libertà sono in contrasto. L'ossessione democratica per l'omologazione distruggerebbe la diversità e l'individualità, portando al conformismo e al controllo sociale.

La tirannia della maggioranza: La sovranità illimitata del numero e delle masse conferisce allo Stato un potere immenso, aprendo la strada a derive totalitarie (come il nazionalsocialismo, visto in parte come degenerazione democratica e socialista).

La fallacia della competenza: L'autore critica l'idea che la massa dei cittadini possa esprimere giudizi politici razionali e informati, specialmente in politica estera o su questioni complesse, finendo per eleggere leader demagogici.

La difesa di un liberalismo aristocratico: Il pensatore propone un modello sociale basato sulla massima libertà personale possibile, coniugata con una visione tradizionalista e conservatrice, scettica verso il centralismo statale e ostile al livellamento egualitario.

Il libro costituisce un importante contributo alla lotta contro l’infatuazione democratica. Una critica che non parte da chi ama regimi dittatoriali di tipo “fascista”, ma parte da visuali cattoliche e “liberali”. Anche se l’autore non si riferisce qui all’ideologia del “liberalismo” nata nella Rivoluzione francese. Kuehnelt-Leddihn intende quella massima libertà possibile della persona contro ogni sua soffocazione e menomazione: sia essa politica (verticale), sia essa comunitaria e sociale (orizzontale). Lo scienziato austriaco nel libro critica il dogma di base della democrazia: l’eguaglianza. Il lettore nel libro troverà una raccolta ricchissima di testimonianze di autori di ogni genere – statisti, pensatori, letterati, sociologi e storici – i quali hanno accusato, non da oggi ma quasi da due secoli, l’errore democratico, prevedendo anche che, per una fatale dialettica, già indicata da Platone, il regime democratico, oltre che ad ogni genere di corruzioni e di irresponsabilità, può dar luogo ad una forma di tirannide: nel miglior caso, a quella del totalitarismo al quale oggi i paladini della democrazia vorrebbero contrapporre la loro ideologia. Una schiera di pensatori profetici, che avevano capito il disastro a cui può portare la democrazia come ideologia. Sono veramente tanti i nomi di questi grandi pensatori, si fa fatica a ricordarli tutti. Il testo è composto di sei capitoli.

Il Primo capitolo (Definizioni e principi fondamentali) I termini libertà e uguaglianza, non hanno un carattere assoluto, ma relativo. Le etichette politiche di “liberalismo” e “democrazia”, forse le più abusate secondo il nostro autore. Chi è il vero liberale, o il vero democratico. Kuenhelt-Leddihn come punto di riferimento prende la democrazia classica a partire dal 500 a.C. da Platone, Aristotele, Tommaso d’Aquino, etc. Guardando alla Storia, il pensatore austriaco riesce a fare diversi esempi dell’uso politico dei termini di democrazia. “Non solo teoricamente ma anche di fatto il 51% di una nazione può istituire un regime totalitario e opprimere le minoranze, oppure restare democratico, là dove un dittatore del tipo antico può riservarsi solo certi privilegi astenendosi dall’interferire nella sfera della vita privata dei cittadini”.  E’ certo che il Congresso americano o le Camere francesi abbiano un potere, che avrebbe suscitato l’invidia di un Luigi XIV. I vari atti totalitari che ti impone il cosiddetto regime democratico, nessun re assoluto del XVII secolo ti avrebbe imposto. Altri termini vuoti della politica sono “Destra”, “Sinistra”. Nel Capitolo Secondo (il più corposo) lo studioso austriaco sviluppa il rapporto tra Democrazia e Totalitarismo. Chi sono i profeti che hanno previsto questa deriva della democrazia. Si inizia con Joseph De Maistre, che esortò con argomenti razionali a difendere il regime monarchico. Altri hanno cercato di trovare un nuovo equilibrio politico, con l’avanzata del regime democratico. Altri erano convinti che prima o poi si giungeva a un capovolgimento dialettico della democrazia nel senso previsto da Platone o da Aristotele, a questo gruppo appartenevano Donoso Cortes. Altri ancora, quelli che erano convinti che la democrazia sfociasse nel dispotismo livellatore, tra questi Edmund Burke. Naturalmente il punto di riferimento filosofico e politico di tutti questi autori è la Rivoluzione Francese, vero spartiacque storico tra il passato e il futuro. L’idea che la democrazia possa avere tendenze anti-libertarie e perfino apertamente totalitarie, è stata condivisa da una serie di autori moderni. A cominciare da Nietzsche: “l’idea democratica porta alla creazione di un tipo umano predisposto alla schiavitù, nel senso più sottile del termine. J.J. Bachofen è arrivato a dire: “odio la democrazia perché amo la libertà”. Bachofen non temeva tanto “l’egualitarismo piccolo-borghese quanto i capricci delle masse atee capaci di distruggere ogni libertà, in una cieca frenesia, dominate dall’emotività”. Fu Alexis De Tocqueville a prevedere in un modo più preciso e concreto di tutti i suoi contemporanei “il pericolo del trapasso dalla democrazia – specie nel repubblicanesimo democratico – alla tirannide”. Anche se questo liberale passò alla storia come un fautore democratico, ma non lo era. Badate che le repubbliche democratiche non riabilitino il despotismo delle monarchie assolute. Circa gli antichi despoti, De Tocqueville scriveva: “La loro tirannide gravava su alcuni ma non si estendeva ai più […] sembra invece che se il despotismo verrà a stabilirsi nelle nazioni democratiche dei nostri giorni esso avrà un carattere diverso: sarà esteso e più dolce, degraderà gli uomini senza tormentarli”. Il filosofo francese delinea egregiamente una descrizione dello Stato Totalitario che assomiglia sempre più al Leviathan. Il principio democratico della sovranità della maggioranza favorisce la quantità sulla qualità. Attenzione a queste due tendenze per il nostro discorso. “Il pericolo che questa sovranità della massa basata sulla quantità e sulla maggioranza dia luogo ad una inaudita ‘ pressione orizzontale’ è stato riconosciuto da vari teorici della politica […]”. Canning constatò che, “La filosofia della Rivoluzione Francese sgretola la nazione riducendola a semplici individui per poterli poi agglomerare in plebi”. Anche Soren Kierkegaard tuonava contro la crescente soffocazione di tutto ciò che è nobile, derivante dall’emergenza delle masse. Il filosofo danese scrisse: “Di tutte le tirannidi, il governo del popolo è la più deprecabile e la più vuota di spirito […] vivere sotto tale regime sarà il peggior tormento, quand’anche sarà possibile viverci”. Edmund Burke, addirittura parla di possibile persecuzione popolare della maggioranza, sulla minoranza. Sono certo, in democrazia “la maggioranza dei cittadini è in grado di esercitare la pressione più crudele sulla minoranza ogni qualvolta in questo genere di regime le divisioni prevalgono […]”. Tra i profeti del totalitarismo si distingue in modo particolare il marchese Juan Donoso Cortes de Valdegamas. Nel suo discorso pronunciato alla Camera a Madrid il 4 gennaio 1849 lo studioso spagnolo tracciò un quadro sinistro del futuro della civiltà moderna. Il pensiero di Donoso Corte, cattolico liberale conservatore, presenta delle analogie con quello di De Tocqueville, di Joseph De Maistre. “Il mondo procede a grandi passi verso l’istituzione del despotismo più grande e più oscuro che sia mai esistito a memoria d’uomo”, affermò Donoso Cortes. La Riforma protestante aveva propiziato il sorgere in tutta l’Europa delle monarchie assolute, le quali istituirono eserciti permanenti armati di tutto punto. “Ma che cosa sono i soldati se non degli ‘schiavi in uniforme’? Per quanto riguarda lo Stato totalitario Leviatano, lo studioso austriaco evidenzia l’aspetto della centralizzazione, iniziato con i Giacobini francesi. La mania di centralizzazione che va di pari passo con la democratizzazione e la burocratizzazione. Un altro aspetto da cui guardarsi è il nazionalismo dello Stato, soprattutto quello biologico e razzista. Verso la fine del capitolo lo studioso austriaco riporta il pensiero profetico di alcuni pensatori che vedevano in futuro, l’alternativa tra America e Russia. Quest’ultima offrirebbe un ottimo terreno ad un regime dispotico. Constantin Frantz era convinto che la Russia avrebbe invaso l’Europa occidentale e che in tale guerra futura gli Stati Uniti avrebbero avuto una parte decisiva. Il Terzo capitolo, tratta della critica alla democrazia. Per esaminare le forme moderne della democrazia occorre fare riferimento alla filosofia, per questo Kuehnelt cita Luigi Sturzo, che parla di convergenza e reciproca influenza tra filosofia e storia. Pertanto, non bisogna stupirsi che la storia della democrazia dei paesi protestanti è diversa da quella delle nazioni cattoliche. Il fattore religioso occupa il primo posto nella cultura di un dato paese. Qui è è importante la distinzione fatta da Kuenehlt-Leddihn tra democrazia e liberalismo. La democrazia si occupa di chi deve assumere il potere politico. Il liberalismo si preoccupa della libertà dell’individuo, prescindendo dalla struttura del governo. Pertanto, “una democrazia può essere antiliberale in sommo grado mentre un sovrano assoluto può essere un autentico liberale senza essere, per questo, per nulla democratico”. Kuehnelt-Leddihn è convinto che il potere delle democrazie è più grande di quello dei sovrani assoluti. Il capitolo quarto mette a confronto la Democrazia e la Monarchia. Secondo lo studioso austriaco, la democrazia si può realizzare con comunità piccole. Poi riassume in 10 punti la sua critica alla democrazia. Anche se non esiste una forma di governo perfetta, tuttavia secondo il professore Kuehnelt-Leddhn, è da preferire un regime misto (regimen mixtum), e poi c’è la definizione di bene comune, che non può essere indicata con una formula semplicistica. Presentando l’essenza della monarchia, lo studioso conservatore, prima di emettere verdetti gratuiti, occorre rimuovere il pregiudizio che le repubbliche sono “progressiste” e le monarchie “arretrate”. Certamente dal punto di vista teologico non esiste una connessione del cattolicesimo con una forma specifica di governo. Nel confronto particolareggiato fra monarchia e democrazia, mi piace sottolineare una delle tante definizioni date alla Monarchia: è interrazziale (I re e le regine non sono razziste, spesso sposano “stranieri” di altri Paesi) è unitaria e non divisiva come le democrazie, non è oligarchica, mentre il regime democratico lo è. La Monarchia è paternalistica (già sento il latrare di certi ambienti politici). Il calendario liturgico è pieno di santi re, principi e principesse. Non posso elencare tutti i confronti, concludo scrivendo che le democrazie hanno prodotto pochi statisti, la corruzione è maggiore nelle democrazie. Gli ultimi due capitoli affrontano il Problema dell’autorità politica, e le tendenze politiche dei popoli cattolici. Nelle conclusioni lo scienziato austriaco si sbilancia dando anche delle soluzioni politiche pratiche sempre affidandosi ai lineamenti e principi della Dottrina Sociale della Chiesa, sviluppando in particolare il principio della sussidiarietà, immaginando una rappresentanza popolare a carattere corporativo, in una Camera corporativa.

Torino, 9 giugno 2026

Sant’Efrem dottore della Chiesa.       DOMENICO BONVEGNA