Di fronte al mistero del male

Chi diventa il malato di Alzheimer
alzheimer
di GIULIA GALEOTTI
«Mostrò perdite di memoria in rapido aumento; non si orientava in casa sua; spostava oggetti da una parte all’altra; si nascondeva, a volte pensava che qualcuno volesse ucciderla e cominciava a urlare. (...) Era disorientata nel tempo e nello spazio». A chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la malattia che colpisce in Italia il 5 per cento delle persone con più di sessant’anni, per la quale notoriamente non esistono farmaci; con la malattia che terrorizza con il suo corrodere il cervello della persona, isolando lei e i suoi cari, questa descrizione suona dolorosamente familiare. Si tratta di un estratto della prima descrizione in assoluto firmata nel 1901 dal patologo e psichiatra tedesco Aloysius “Alois” Alzheimer (1864-1915).
La paziente era la signora Auguste Deter, di anni cinquantuno, conosciuta il 25 novembre di quell’anno nell’ospedale psichiatrico di Francoforte sul Meno. Presentata la scoperta alla comunità scientifica, fu però solo dopo l’inserimento del termine alzheimerische krankheit nell’ottava edizione del manuale di Kraepelin del 1910 che si avviò un articolato dibattito sulla natura di questa demenza, e sulle metodologie per comprenderla. Anche in Italia si svilupparono studi sul tema, con il primo contributo nel 1911 che fu di Angelo Piazza, vice direttore del manicomio provinciale di Ascoli Piceno. Questa vicenda è oggetto del volume di Matteo Borri, Storia della malattia di Alzheimer (Bologna, il Mulino, 2012, pagine 181, pagine 16). Lo storico italiano parte dalla individuazione del nuovo reperto neuropatologico da parte del dottor Alzheimer (colpito più dal disturbo linguistico della sua paziente, che dai disturbi della memoria) e arriva alle attuali posizioni sul concetto di malattia di Alzheimer, soffermandosi in particolare sulle domande ancora aperte. A più di un secolo da quella prima descrizione, resta il dramma di una malattia sconvolgente per gli effetti che provoca nella mente del malato. Colpendo il cervello, infatti, l’Alzheimer altera i comportamenti, provoca la perdita progressiva di molte facoltà, deforma la memoria dandole un’organizzazione pressoché impossibile da ricostruire per chi sta accanto, arrivando non raramente a snaturare la persona. I momenti della vita si sovrappongono, le nozioni di presente e di passato smettono di esistere in un misterioso intreccio di allucinazioni, attualità e presenze lontanissime. «Nella malattia di Alzheimer — nota Borri — scompaiono i neuroni e scompare anche l’individuo». Proprio questo aspetto è analizzato da un’ottica particolare nel lungo ricordo, Broken, che Jerry Ryan ha dedicato sulla rivista statunitense «Commonweal» a René Page, Piccolo fratello di Gesù recentemente scomparso a 86 anni (nato ad Aubiers, presi i voti nei Piccoli fratelli nel 1948, sacerdote dal 1952, ne è stato il secondo priore, eletto dopo il fondatore René Voillaume). Ebbene, nella seconda parte del suo affezionato contributo, Ryan medita proprio sul senso dell’Alzheimer che ha colpito, e poi sconfitto, René Page. «Questo grande tempio dello Spirito è stato fisicamente e mentalmente svuotato. Sembrava che l’invocazione del Miserere , non togliermi il tuo spirito, Signore, fosse stata semplicemente rifiutata». Sembrava non solo che lo Spirito avesse abbandonato Page, ma che altri spiriti lo avessero invaso. René, prima così compassionevole e così simile a Cristo, iniziò a compiere gesti violenti che gli erano del tutto estranei», al punto che gli infermieri lo classificarono come una persona crudele, «l’ultima cosa che René avrebbe tollerato da sé e da altri». Jerry Ryan è pietrificato dalla sorpresa e dal dolore, deve trovare un senso per la violenta e radicale trasformazione che la malattia ha imposto al suo amico («ho il sospetto che la qualità e l’intensità della compassione di René per gli altri abbia in qualche modo contribuito alla sua malattia»). «La medicina moderna può spiegare il peggioramento di René come il risultato del deterioramento dei suoi neuroni; uno psicologo potrebbe spiegarlo come manifestazione di istinti repressi; uno psicopatologo come una sorta di regresso all’infanzia e ai suoi impulsi incontrollabili». Tutto vero, probabilmente, «ma io credo che questa esperienza può includere anche un’altra dimensione. La dinamica della grazia e del male possono dare un altro significato a esperienze ordinarie. La distruzione di una personalità unica, ad esempio, mi colpisce come una manifestazione del mistero del male». Prosegue Ryan: «ogni anno la festa di Pentecoste celebra la venuta dello Spirito Santo e la manifestazione dei suoi doni. Ma se lo Spirito ci conforma a Gesù, inevitabilmente saremo condotti anche alla Croce. In un certo modo dobbiamo lasciare andare lo spirito, esattamente come Gesù ha fatto sulla croce. Per passare a un altro livello, dobbiamo seguire Gesù nelle profondità dell’Inferno». L’inizio dell’ultima fase dell’Alzheimer di Page e la crudeltà che egli ha manifestato in questo tempo, così radicalmente lontana ed estranea da tutto ciò che egli aveva rappresentato e vissuto, è probabilmente analoga alla sofferenza vissuta dall’agnello che ha tolto i peccati del mondo, morendo, sconfiggendo la morte e risuscitando. «Dove è entrata la vita — conclude Ryan — la morte non può più esistere» .

© Osservatore romano _ 4 luglio 2012