L'immigrazione e l'America che verrà
- Details
- Hits: 1625
di JOSÉ HORACIO GÓMEZArcivescovo metropolita di Los Angeles
Trovo frustrante il nostro dibattito politico sull'immigrazione. Spesso penso che stiamo solo girando intorno ai veri problemi. Tutti gli aspetti di questo argomento sono ispirati da un'idea bella e patriottica della storia e dei valori americani, ma di recente ho cominciato a chiedermi di quale America parliamo veramente. Il Paese sta cambiando, e da parecchio tempo. Le forze della globalizzazione stanno modificando la nostra economia e ci stanno costringendo a ripensare finalità e scopo del nostro modo di governare. Le minacce di nemici esterni stanno cambiando il nostro senso della sovranità nazionale. L'America sta cambiando anche dall'interno. La nostra cultura sta cambiando. Abbiamo una struttura legale che permette l'uccisione di bambini nel grembo materno, e addirittura paga per essa. I nostri tribunali e le nostre assemblee legislative stanno ridefinendo le istituzioni naturali del matrimonio e della famiglia. Abbiamo una cultura elitaria - nel Governo, nei media e nel mondo accademico - che è apertamente ostile alla fede religiosa.
L'America sta diventando un Paese completamente diverso nelle fondamenta. È tempo per tutti noi di riconoscere questo dato di fatto, indipendentemente dalla nostra posizione sulla questione politica dell'immigrazione. Dobbiamo riconoscere che l'immigrazione è parte di un insieme più ampio di domande sulla nostra identità e sul nostro destino nazionali. Che cos'è l'America? Cosa significa essere americani? Chi siamo come popolo e dove stiamo andando come Paese? Come sarà l'America che verrà?
Come cattolici, leali cittadini americani, dobbiamo rispondere a queste domande in un contesto di riferimento più ampio. Come cattolici dobbiamo sempre ricordare che nella vita di qualsiasi nazione vi è molto più delle esigenze del momento politico, economico e culturale. Dobbiamo considerare tutte queste esigenze e le discussioni su di esse alla luce del disegno di Dio per le nazioni. Si tratta di una grande sfida per noi in questa cultura che ci spinge a privatizzare la nostra fede, a separarla dalla nostra vita sociale. Dobbiamo sempre resistere alla tentazione. Siamo chiamati a vivere la nostra fede nelle nostre attività, case e comunità e nella nostra partecipazione alla vita pubblica. Questo significa che nel dibattito sull'immigrazione dobbiamo introdurre una prospettiva di fede cattolica. Non possiamo affrontare la questione soltanto da democratici o repubblicani oppure da liberali o conservatori.
Penso che tutti conosciamo gli insegnamenti della nostra Chiesa sull'immigrazione. Quello che dobbiamo capire meglio è come considerare l'immigrazione alla luce della storia e degli obbiettivi dell'America, nella prospettiva della nostra fede cattolica. Se immaginiamo l'immigrazione da questa prospettiva, riusciamo a capire che essa non è un problema per l'America, ma un'opportunità. L'immigrazione è la chiave del rinnovamento americano. Fra i nostri problemi attuali vi è quello di aver perduto il senso della storia nazionale dell'America. Quando la conosciamo, la conosciamo in maniera incompleta e se non conosciamo la storia intera, finiamo per avere idee sbagliate sull'identità e la cultura americane.
Tuttavia, la storia dei Padri Fondatori e le verità che ritenevano ovvie non è tutta la storia dell'America. Il resto della storia comincia più di un secolo prima dei pellegrini. Comincia negli anni venti del Cinquecento in Florida e un ventennio più tardi in California. Non è la storia di un insediamento coloniale e di un'opportunità politica ed economica. È la storia di esplorazione e di evangelizzazione. Questa storia non è anglo-protestante, ma ispanico-cattolica. Non è incentrata nel New England, ma nella Nueva España, agli angoli opposti del continente.
Da questa storia apprendiamo che ancor prima che questa terra avesse un nome, i suoi abitanti venivano battezzati nel nome di Gesù Cristo. Gli abitanti di questa terra furono chiamati cristiani ancor prima che americani. E furono chiamati così in spagnolo, in francese e in inglese. Da questa storia apprendiamo che molto prima del Tea Party di Boston, i missionari cattolici celebravano messa sul continente. I cattolici fondarono il più antico insediamento americano a Saint Augustine, in Florida, nel 1565. I missionari immigrati chiamavano i fiumi, i monti e i territori di questo continente con nomi di santi, sacramenti e articoli di fede. Ora diamo per scontati questi nomi, ma la nostra geografia attesta che la nostra nazione è sorta dall'incontro con Gesù Cristo: Sacramento, Las Cruces, Corpus Christi, Sangre de Cristo Mountains.
Nell'Ottocento lo storico John Gilmary Shea ha detto in maniera splendida che su questa terra, prima delle case, vi furono gli altari: "Veniva celebrata la messa per santificare la terra e far discendere la benedizione del cielo prima ancora di accingersi a costruire una casa. L'altare era più antico del focolare".
Dovremmo conoscere le storie di persone come il venerabile Antonio Margil. Era un prete francescano ed è una delle mie figure preferite della prima evangelizzazione in America. Nel 1683 Antonio lasciò il suo Paese natale, la Spagna, per venire nel nuovo mondo. Disse alla madre di aver preso la decisione di venire qui perché "milioni di anime avevano bisogno di sacerdoti per dissipare le tenebre della mancanza di fede". Le persone erano solite chiamarlo "il padre volante". Camminava per quaranta o cinquanta miglia al giorno a piedi scalzi. Frate Antonio aveva un senso della missione veramente continentale. Costruì chiese in Texas e Louisiana e anche in Costa Rica, Nicaragua, Guatemala e Messico. Era un sacerdote molto coraggioso e amorevole. Scampó alla morte tante volte, minacciato dai nativi che era andato a evangelizzare. Una volta affrontò una dozzina di indiani con archi e frecce. Un'altra volta fu quasi bruciato vivo. Sono venuto a sapere di frate Antonio quando ero arcivescovo di San Antonio, in Texas. Qui aveva predicato fra il 1719 e il 1720, aveva fondato la missione di San José e parlava della città di San Antonio come del centro dell'evangelizzazione d'America: "Sarà il quartier generale di tutte le missioni che Dio nostro Signore stabilirà" in modo che "a tempo debito tutto questo nuovo mondo possa essere convertito alla sua santa fede cattolica".
È questa la vera ragion d'essere dell'America, se consideriamo la nostra storia alla luce del disegno di Dio per le Nazioni. L'America deve essere un luogo di incontro con Gesù Cristo vivente. Questa fu la motivazione dei primi missionari. Il carattere e lo spirito nazionale americani sono profondamente segnati dai valori evangelici che essi hanno portato in questa terra. Questi valori sono ciò che rende così speciali i documenti fondanti del nostro Paese. Benché fondata da cristiani, l'America è divenuta la casa di una sorprendente diversità di culture, religioni e modi di vita. Questa diversità prospera proprio perché i fondatori della nostra Nazione hanno avuto una visione cristiana della persona, della libertà e della verità umane.
I cattolici devono condurre il nostro Paese a un nuovo spirito di empatia. Dobbiamo aiutare i nostri fratelli e le nostre sorelle a cominciare a considerare gli stranieri fra noi per quello che sono realmente e non in base a categorie o definizioni politiche o ideologiche radicate nelle nostre paure. Questo è difficile, lo so. So che è una sfida particolare vedere l'umanità di quegli immigrati che sono qui illegalmente.
Tuttavia, la verità è che pochissime persone scelgono di abbandonare la propria terra. L'emigrazione è quasi sempre imposta alle persone dalle condizioni miserrime di vita in cui si trovano. Per la maggior parte, gli uomini e le donne che vivono in America senza documenti appropriati hanno viaggiato per centinaia e persino per migliaia di miglia. Si sono lasciati tutto alle spalle, hanno messo a repentaglio la propria incolumità e la propria vita. Non lo hanno fatto per se stessi o per interessi egoistici. Lo hanno fatto per nutrire i loro cari, per essere buone madri e buoni padri, per essere figli e figlie amorevoli. Questi immigrati, indipendentemente da come sono giunti qui, sono persone piene di energie e di aspirazioni. Sono persone che non hanno paura del lavoro duro o del sacrificio. Non sono affatto come li descrivono Huntington e altri ancora! Questi uomini e queste donne hanno coraggio e altre virtù. La stragrande maggioranza di loro crede in Gesù Cristo e ama la nostra Chiesa cattolica, condivide i valori americani tradizionali di fede, famiglia e comunità.
La nostra storia ci mostra che l'America è nata dalla missione della Chiesa per le nazioni. L'America che verrà sarà determinata dalle scelte che facciamo come discepoli cristiani e come cittadini americani. Con i nostri atteggiamenti e le nostre azioni, con le decisioni che prendiamo, stiamo scrivendo i prossimi capitoli della storia americana. Che Nostra Signora di Guadalupe, madre delle Americhe, ottenga per noi il coraggio di cui abbiamo bisogno per fare ciò che il nostro buon Signore richiede.
(©L'Osservatore Romano 11 agosto 2011)