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L’avvicendamento del cardinale Kasper al vertice del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani con il vescovo di Basilea, Kurt Koch, conferma una linea di promozione dell’ecumenismo cattolico teologicamente molto impegnata ed autorevole. Il decennio di Kasper, teologo tra i più importanti degli ultimi trent’anni, aveva infatti segnato una decisa svolta nell’impostazione delle attività ecumeniche della Chiesa Cattolica, passando da un ecumenismo prevalentemente “diplomatico” a uno più “dottrinale”. Il Consiglio per l’Unità era infatti nato come Segretariato durante il Concilio Vaticano II, sviluppando le ottime relazioni che si erano instaurate allora soprattutto con la delegazione ortodossa, e specialmente con i rappresentanti del Patriarcato di Mosca. Sotto la guida del cardinale Bea, e poi per un ventennio del cardinale Willebrands, l’attività ecumenica aveva vissuto una stagione molto positiva, segnata da regolari incontri a tutti i livelli e una attiva partecipazione alle iniziative degli organismi ecumenici internazionali, come il Consiglio Mondiale delle Chiese. Dopo il 1989 questa armonia si era come dissolta, e la nuova realtà creatasi soprattutto in Russia e nei paesi dell’Europa orientale aveva imposto una riflessione molto delicata. Un’altra conseguenza dei cambiamenti socio-politici era stata l’apertura di una diversa integrazione mondiale tra le culture, le economie e anche le religioni, che ha accentuato una comprensione dell’ecumenismo molto sincretistica e radicale. Una forte reazione cattolica a questi cambiamenti si era evidenziata nel 2000 con il documento Dominus Jesus della Congregazione per la Dottrina della Fede guidata dall’allora cardinale Ratzinger, che ribadiva i confini dottrinali dell’ecumenismo cattolico. Proprio Kasper, alla guida del Consiglio dal 1999, ha interpretato in questo decennio la linea dell’ecumenismo “teologico”, in sintonia non passiva, ma neanche dialettica, con lo stesso Ratzinger: il Consiglio si è comunque mosso in questi anni in parallelo con la Congregazione per la Fede, più che con la Segreteria di Stato che per trent’anni aveva esercitato una tutela quasi esclusiva sui rapporti interconfessionali (il successore di Willebrands era stato infatti un nunzio, il cardinale Cassidy). Anche il nuovo prefetto, come Kasper, è un teologo che viene dalla pastorale e non dalla Curia, e ancor più del predecessore esprime una sensibilità dottrinale molto vicina a Benedetto XVI, con un retroterra di attivo ecumenismo “tedesco”, più vicino agli evangelici che agli ortodossi, che peraltro hanno un timoroso rispetto dell’autorità intellettuale dello stesso Ratzinger. In questa epoca confusa e “liquida”, l’ecumenismo cattolico appare desideroso di contenuti solidi e ben fondati.
P. Stefano Caprio
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