Newman, mio maestro
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Pubblichiamo l’articolo del presidente emerito della Repubblica apparso l’anno scorso sulla rivista Vita e Pensiero.
Parlare di John Henry Newman, leggere le sue opere, capirne fino in fondo il pensiero non è cosa semplice, anzi è cosa difficile assai. Lo è non solo perché il suo dire è il frutto di una vasta e profonda cultura, ma perché egli è un pensatore del tutto originale. Egli è stato un poeta, un novelliere, un drammaturgo, uno dei più preziosi, per così dire, utenti della lingua inglese. Egli, che fu un grande e originale filosofo e un grande e originale teologo, rifiutò però sempre la qualifica vuoi di filosofo che di teologo. John Henry Newman è un pensatore difficile perché è un inglese, un inglese nel senso più profondo del termine, un eminent victorian, un eminente vittoriano, come lo consacrò in un celebre libro, Eminent Victorians, lo storico inglese Giles Lytton Strachey. I suoi riferimenti teologici non furono, né da anglicano né da cattolico, i teologi scolastici; non furono quindi né un Tommaso d’Aquino, né un Duns Scoto, ma i grandi Padri della Chiesa, sia orientali che latini, e tra questi naturalmente Agostino d’Ippona.