Le cure palliative antidoto all’eutanasia
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SYDNEY, 26. Le cure palliative, la terapia del dolore come risposta ferma e decisa all’eutanasia, una «falsa soluzione» quest’ultima — secondo le espressioni di BenedettoXVI — «al dramma della sofferenza, una soluzione non degna dell’uomo. La vera risposta non può essere infatti dare la morte, per quanto “dolce”, ma testimoniare l’amore che aiuta ad affrontare il dolore e l’agonia in modo umano». La Settimana nazionale delle cure palliative, che si sta celebrando in Australia, riporta ancora una volta al centro della riflessione il problema dell’eutanasia, del cosiddetto “suicidio assistito”; problema che innesca conseguenze gravi e ad ampio raggio nella società. Il problema dell’eutanasia — si evidenzia in un documento diffuso dall’arcidiocesi di Sydney — non investe soltanto l’aspetto etico, morale e filosofico del singolo ammalato, proprietario o usufruttuario del proprio corpo (diritto o no all’auto determinazione, diritto o meno a una morte dignitosa), o degli operatori sanitari (rispondere o meno alla disperata invocazione d’aiuto da parte dei sofferenti), ma riveste anche un aspetto giuridico che riguarda sia il legislatore (punibilità o meno di chi presta la propria opera per l’eutanasia) sia i responsabili delle varie categorie professionali, nonché le commissioni nazionali o sovranazionali per i diritti dell’uomo e dell’ammalato. Si può fin d’ora affermare — si rileva nella nota — che tutti gli organi competenti si sono espressi contro l’eutanasia, consentendo soltanto la sospensione del cosiddetto accanimento terapeutico, misura con la quale si intende la messa in atto di provvedimenti assistenziali, strumentali e medicamentosi, tendenti a prolungare artificialmente la vita, anche in assenza di qualsiasi speranza di guarigione o sopravvivenza. Le cure palliative praticate correttamente sono, dunque, il miglior antidoto all’eutanasia. E questo essere contro ogni pratica di morte — perché le cure palliative rispettano la vita fino alla sua fine naturale — è un dato di fatto riconosciuto anche con studi a livello internazionale. Le cure palliative, ricorda la nota, hanno una loro base e autorevolezza scientifica, conquistata in anni di rigorosa pratica da parte di decine di studiosi in tutto il mondo, a partire dalla dottoressa inglese Cicely Saunders. La somministrazione dei farmaci antidolore a intervalli regolari, l’approccio multidisciplinare che include anche l’assistenza infermieristica, psicologica e spirituale sono principi fondamentali dai quali non si può prescindere. Nel documento si invita a fare attenzione: a non confondere le cure palliative con un’assistenza degli ultimi giorni che non sia qualificata. Perché le cure palliative devono affiancarsi alle cure oncologiche, anche quando la malattia è ancora controllabile con la chemioterapia, seppur non guaribile, e quindi nessun paziente, che ha una diagnosi sfavorevole può essere definito terminale, solo perché è seguito da un servizio di cure palliative. Questa difesa delle cure palliative da parte dell’arcidiocesi di Sydney porta a una definizione chiara e precisa di che cosa significa morire con dignità. Vuol dire morire senza dolore, con sintomi controllati, con un supporto complessivo da parte di medici, infermieri, assistenti sociali e spirituali che facciano sentire al malato e alla sua famiglia l’importanza di una vita che ha senso fino alla fine. «Per eutanasia si intende un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore». Nell’enciclica Evangelium vitae (25 marzo 1995), Giovanni Paolo II — si ricorda nella nota — riprendeva la stessa definizione, sottolineandovi maggiormente l’elemento intenzionale. Sempre nei medesimi documenti, viene precisato che la rinuncia al cosiddetto accanimento terapeutico non è eutanasia, ma esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte. L’eutanasia è per la Chiesa un omicidio, come anche l’aiuto a realizzarla. Nella Carta degli operatori sanitari, la Chiesa ricorda che la medicina (l’orrore alla cosiddetta uccisione terapeutica risale al tempo di Ippocrate, il medico greco che visse 430 anni prima della nascita di Cristo e che ci ha lasciato il giuramento etico fondamento ineludibile, ancora oggi, della professione medica) si pone sempre al servizio della vita e che la linea di comportamento verso il malato grave e il morente dovrà ispirarsi sempre al rispetto della vita e della dignità della persona. La vita di ogni essere umano, anche quella in fase terminale, è dunque — evidenzia il documento dell’arcidiocesi di Sydney — un valore che non si discute, ma «si difende e si cura fino al suo compimento naturale (Carta degli operatori sanitari)». Per medici e infermieri non si tratta solo di dovere professionale; il loro atteggiamento davanti al morente diventa il banco di prova della loro responsabilità e, soprattutto, della loro nobiltà d’animo quando, alle cure mediche dovute, sanno unire cuore e coscienza; quando come “prima cura” sanno, con premurosa presenza, “essere accanto”; quando, con tatto e delicatezza, interagendo e integrandosi con assistenti sociali, volontari, cappellani, parenti e amici, sanno informare il paziente sul proprio stato di vita, aiutandolo così ad accettare e a vivere l’esperienza ultima della sua vita. Si sottrae così il morire umano a quella dimensione solo medica, biofisica della malattia, instaurando invece una relazione interpersonale in cui si incontrano una fiducia, quella della persona malata, e una coscienza, quella del medico capace di farsi carico del suo “bisogno”; un bisogno che comprende, oltre alle cure mediche, simpatia ed empatia, «disponibilità, attenzione , comprensione, condivisione , benevolenza, pazienza, dialogo». Solo curando medicalmente il dolore (la terapia del dolore è efficace nel 95 per cento dei casi) e impegnandosi nell’assistenza, nella condivisione umana e amorevole — si evidenzia nella parte conclusiva della nota dell’arcidio cesi di Sydney — è possibile affermare il vero umanesimo, non sopprimendo chi soffre. Occorre ritrovare allora quel senso, quel principio d’umanità che nella nostra società si sta smarrendo. Proprio nell’ambito del cristianesimo si è configurato l’umanesimo più alto, perché «solo in esso l’archetipo di ogni umanità, l’uomo Gesù, consente di difendere l’uomo da ogni manipolazione e asservimento ».© Osservatore Romano - 27 maggio 2012