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bimbo-3di ANGELO BECCIU

Parlare di umanesimo aperto alla trascendenza significa fare riferimento a questo fondamentale dato dell’esperienza: l’essere umano è intrinsecamente relazionato a un assoluto che lo trascende, e ciò si manifesta in particolare nel rapporto con la verità e il bene.
Accade infatti la medesima cosa nell’esperienza mora-le: il bene si manifesta come ciò che esige di essere perseguito, anche a prezzo della vita: attrae la nostra vo-lontà, ma non è in nostro potere de-finirlo e non possiamo configurarlo a nostro piacimento, né come singoli né come comunità. La pace, a sua volta, è un bene fondamentale, che si presenta come vitale, desiderabile, da perseguire, ma che non può essere plasmato se-condo il proprio volere. Se per co-struzione della pace intendessi il de-dicarmi ad assicurare il mio quieto vivere, finirei per assaporare altro dalla vera pace. La pace chiede di essere riconosciuta e perseguita per ciò che essa è in verità, e in questo senso presuppone un umanesimo aperto alla trascendenza: un umane-simo che non faccia dell’io la misura di tutte le cose, ma si lasci plasmare dall’appello che gli giunge dalla co-scienza propria e dell’altro, che chie-de di essere riconosciuto come fra-tello e non come nemico. Tutti aneliamo alla pace, ma il darsi da fare concretamente per co-struirla, nelle relazioni umane più prossime, in quelle sociali e in quelle tra popoli, richiede sempre una de-dizione autentica, e la disponibilità al sacrificio. Ma ciò che esige il no-stro sacrificio è esattamente ciò che ci trascende. Nell’essere operatori di pace, noi accettiamo che a misurare la nostra vita sia una realtà altra da noi, che ci supera e per cui la vita vale la pena di essere spesa. Ciò non significa, evidentemente, che non possano essere veri costrut-tori di pace coloro che non sono cre-denti. Significa invece che ogni uo-mo, anche chi non crede, è “esp o-sto” alla trascendenza del vero e del bene come a un mistero, e di fronte a tale mistero finisce inevitabilmente per pronunciarsi con il proprio agi-re. La condizione per costruire un futuro di pace e di collaborazione tra uomini di culture e religioni di-verse è quella di mantenere aperta la domanda sul senso ultimo di questo riferimento. L’umanesimo aperto alla trascen-denza di cui ci parla il messaggio per la Giornata mondiale della pace è un richiamo a sintonizzarci, cre-denti e non credenti, sulla lunghezza d’onda del servizio alla verità, che conosce la gioia della scoperta ma anche la sofferenza della ricerca e ta-lora la prova dell’oscurità. La verità è un orizzonte di riferimento inelu-dibile, si tradirebbe la nostra dignità di uomini se rinunciassimo a esso. La collaborazione alla costruzione della pace non implica il mettere tra parentesi la questione della verità, ma, al contrario, il riconoscerci a es-sa relazionati. Da questo punto di vista, il dialogo non è un gioco per gli scettici o per chi non è sicuro della propria strada. Non è metten-do tra parentesi la questione della verità che potremo costruire pace e comunione, ma riconoscendoci «pel-legrini della verità e pellegrini della pace», per usare la formulazione usata da Papa Benedetto per il radu-no di Assisi. La pace abbraccia l’intero spettro dell’esistenza umana: la sua costru-zione deve pertanto riguardare tutti i beni fondamentali che concorrono a realizzare l’uomo nella sua integri-tà, per questo parlo di «umanesimo integrale», parafrasando il titolo del-la celebre opera di Maritain. L’idea di un umanesimo integrale si declina oggi in una condizione storica di grande complessità e plu-ralismo, nella quale potrebbe sem-brare arduo volersi richiamare a dei principi universalmente validi. Ep-pure, se vi rinunciassimo, cadremmo inevitabilmente nella deriva dell’in-comunicabilità tra i singoli soggetti, i quali, rivendicando di poter stabili-re in completa autonomia in che co-sa consista il bene e il vero, finireb-bero per comprendersi come delle monadi, delle realtà in sé chiuse e autosufficienti. E sulla base di un ta-le relativismo sarebbe impossibile fondare un tessuto sociale, una con-vivenza in vista del bene comune. Quello che, come cristiani, siamo chiamati a fare, è rendere testimo-nianza alla comprensione integrale della natura umana, che la luce della fede ci aiuta a meglio percepire. Si tratta di un’autentica opera in favore della pace, che si realizza sia quando i cristiani apportano il proprio con-tributo alla discussione pubblica, sia quando mostrano «con i fatti e nella verità» (1 Gv3, 18) che la vita uma-na possiede la stessa dignità in ogni fase del suo percorso; che la famiglia fondata sul matrimonio è il nucleo della struttura sociale; che la causa del bene comune è degna di impe-gno e sacrificio. In questo senso, promozione di un umanesimo inte-grale e costruzione della pace cam-minano insieme. Certo, il contesto odierno mostra che tale umanesimo è destinato a convivere con visioni diverse e anche con molte forme di anti-umanesimo. Dobbiamo riconoscere che il ter-reno in cui si incontrano le diverse “cosmovisioni” non è un asettico la-boratorio, ma il mondo travagliato nel quale viviamo. Il cammino dell’uomo verso la verità è arduo, perché obbliga a mettere in gioco se stessi. Come ha più volte richiamato il Papa, non siamo noi a possedere la verità ma è la verità a possedere noi. L’apertura alla trascendenza è garanzia di questa impossibilità di possedere la verità e perciò dell’im-possibilità di possedere l’altro. Qui è la radice della costruzione di una pace autentica. Indubbiamente la si-tuazione non è esente da pericoli: quando l’uomo si incammina su vie sbagliate davvero può arrivare a di-struggersi ed è questo, in fin dei conti, il reale pericolo della deriva antropologica attuale. Come cristiani, ci rimane la fidu-cia, anzi la fede nella forza inerme ma potente della verità, il cui richia-mo la coscienza non può mai spe-gnere. È per questo, non per un in-genuo ottimismo, che crediamo nel dialogo, e che ci sforziamo di testi-moniare un umanesimo aperto alla trascendenza, un umanesimo inte-grale, certi che esso possa parlare a ogni uomo e donna anche nel nostro tempo.

© Osservatore Romano - 27 gennaio 2013