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di CLAUDIO TOSCANI

Tra due “corsivi”, entrambi di procedurale taglio poliziesco, il recente romanzo di Paola Capriolo — Caino (Milano, Bompiani, 2012, pagine 168, euro 16) — è una storia dai pochi personaggi ma di raffinata, complessa e sconcertante trama psicologica: una reticolare sequenza, tra esistenziale e introspettiva, concernente caratteri e comportamenti di Max, il padrone di casa (affermato consulente di marketing); Giulia, la moglie (avvenente borghesuccia tutta shopping e progetti weekend); il loro figlioletto (nominato Bambino, con la maiuscola, già spocchioso e indisponente da piccolo) e infine, Milagro (una ragazza “imp ortata” dal sud America e ospitata nella famigliola uso servizievole elettro domestico).
Max è impegnato in ricerche di mercato presso una di quelle aziende che, ancor prima di individuare i soggetti consumatori, creano in massa bisogni di consumo e il suggerimento del prodotto stesso da consumare, per poi affidarlo alla richiesta di mercato così surrettiziamente suscitata. Giulia, vistosa scenografia coniugale, oltre a dividersi tra parrucchiera, corso di meditazione trascendentale, scambio di inviti tra amiche o amici e sbuffi di insopportazione per la sbadata Milagro, dedica il resto del suo tempo ad adorare il Bambino, badando a non vietargli alcunché, nemmeno alcune farfugliate espressioni di insolenza nei riguardi della “negra” di casa. La quale, infine, per marginale che possa essere considerata in famiglia, risulta ben presto essere la figura più curiosa, complicata e, al limite, oscura di tutte le altre. Portando con sé, dal suo Paese d’origine, tratti e cultura intrisi di magia, mistero, animismo e religiosità, non tanto fatica a integrarsi, quanto intenzionalmente bada invece a se stessa. Strani fenomeni e inquietanti visioni di cui è oggetto, non le facilitano la vita, ma d’altra parte le permettono di rimanere se stessa: storia e ricordo della sua terra; cuore e memoria della sua famiglia e dei suoi legami, lontani ma non cancellati; forza intatta della sua formazione tra sacri princìpi d’arcana risonanza e integrali sentimenti d’umanità, umiltà, amore. Non possedendo nulla è la più appagata di tutti (e qui sta una delle tante “lezioni” del romanzo, contro lo scialo mai sazio delle risorse naturali e culturali, tecniche ed emotive dell’umanità). Al contrario, Max, stratega del consumismo, finisce schiavo del principio di desiderio che impone alla gente; si scopre turbato dall’autosufficienza di Milagro e transita dalla gentilezza all’indiscrezione, dal nervosismo all’assillo, dall’ossessione all’o dio. L’aveva già seguita, raggiungendola persino in una chiesa dove aveva riascoltato, rimanendone stravolto, quel passo del Genesi che racconta di come Abele, disarmato pastore dell’antichità biblica, offra quel poco o nulla di suo a un Dio che proprio per questo sarà con lui ben disposto, mentre Caino, ricco possidente di talenti e di armenti, non riesce a ingraziarselo nonostante i suoi straordinari sacrifici. E invidia a tal punto il fratello da ucciderlo. Così si completa un altro incontrovertibile significato del libro, alla piena luce, stavolta, di un noto e preciso riferimento religioso, diretto a ricordare la validità dei sentimenti semplici, immediati e senza secondi fini. Non sono pochi gli scrittori che hanno cercato di darci un quadro critico della società del benessere, cercando di non scivolare nel saggio o nel richiamo ideologico. Questo romanzo di Paola Capriolo è un ammirevole esempio di creatività artistica e di stile letterario uniti a temi fondamentali se non fondanti. Sovrasta la chiarezza del suo splendore linguistico e la trasparenza di cui brilla il suo dettato narrativo. Una assoluta semplicità che significa un lungo, assiduo, intelligente e colto lavoro sulla prosa del testo.

© Osservatore Romano - 19 luglio 2012