A cura di P. Pietro Messa, ofmLe preghiere di don Andrea Santoro profumate di fede e amore
Il 5 febbraio 2006 a Trebisonda fu ucciso don Andrea Santoro; i suoi funerali furono celebrai da monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia, il quale lo seguirà nella testimonianza fino all’effusione del sangue cinque anni dopo, ossia il 3 giugno 2010. Per entrambi tale testimonianza non fu un evento improvviso, ma il compimento di un cammino di fede, amore e speranza, come testimoniano le preghiere di don Andrea Santoro ora pubblicate – Un Fiore dal deserto, Milano 2015 – con una introduzione del cardinal Gianfranco Ravasi di cui si riportano alcuni brani.
«Il giusto, come il legno di sandalo, profuma l’ascia che colpisce». Mi ha sempre impressionato questo aforisma orientale: la forza dell’amore che è nel martire è più alta della potenza di morte dell’aggressore. Anzi, essa alla fine segna con una scia di profumo anche la lama gelida dell’omicida, imprime una stimmata di luce su quella mano crudele. Penso che questo motto possa essere idealmente applicato anche a don Andrea Santoro, il cui sangue adempie continuamente alla sua funzione di “seme” per nuove vite di fede, se vogliamo usare la celebre formula dell’Apologetico di Tertulliano. In modo provocatorio ma efficace il grande filosofo e credente Pascal nei suoi Pensieri non esitava a dichiarare di «credere solo alle storie i cui testimoni si lasciano uccidere» dal carnefice pur di non smentire la loro fede e amore.
Del profumo dello spirito di fede e di amore sono intrise le preghiere che don Andrea ha lasciato dietro di sé a partire dal 1977 nella parrocchia della Trasfigurazione a Roma, fino a Urfa, l’antica Edessa, in Turchia, la sua nuova patria, nel 2004, alle soglie della sua morte. Il simbolo del fiore che spunta a sorpresa in un terreno morto com’è il deserto – adottato dal titolo di questa raccolta – è l’emblema perfetto per rappresentare la testimonianza di una vita il cui programma è tutto racchiuso in questo distico luminoso: «Rallegrarmi per un fiore / piuttosto che disperarmi per un inverno». […] Don Primo Mazzolari era fermamente convinto che la testa del Battista parlasse in modo più forte quand’era sul vassoio presentato da Erodiade a Erode Antipa rispetto a quando era sul collo del Precursore. Questo accade proprio con don Andrea, la cui voce continua con più forza a echeggiare ora, la cui presenza è simile a una scheggia di luce che penetra la nostra indifferenza e superficialità, e che fa fremere anche il corpo del mondo e della Chiesa.