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bimbo-pregaPubblichiamo quasi integralmente le conclusioni del libro La libertà fragile. L’eterna lotta per i diritti umani (Milano, Mondadori, 2012, pagine 138, euro 17) del consigliere per la Conservazione del patrimonio artistico del Presidente della Repubblica Italiana.

di LOUIS GODART

Dagli albori della storia gli uomini si sono sforzati di costruire argini per difendersi dalla forza e dall’arroganza del potere e proteggere le proprie libertà. La lotta per la conquista dei diritti umani affonda le radici in un lontano passato, poiché il primo codice di cui conserviamo le tracce risale a 4.100 anni fa. Questa lotta è stata segnata da vittorie e sconfitte e il suo cammino non somiglia affatto al corso di un lungo fiume tranquillo. I primi legislatori della Mesopotamia hanno stabilito alcuni dei diritti che spettavano alle donne o agli individui più umili come gli schiavi. Quante civiltà successive hanno deliberatamente dimenticato che i deboli andavano protetti? L’antica civiltà greca, dopo aver espresso autori come Eschilo e Sofocle, pronti a difendere l’individuo dal l’arbitrio della forza bruta, e aver accolto sul proprio territorio profughi e fedeli di varie religioni, dimostrando così un raro spirito di tolleranza, ha condannato Socrate. La stessa Grecia che inventò la democrazia con Clistene nel 508 a. C. (oltre duemilacinquecento anni or sono!) è stata poi l’ultimo Paese dell’Europa occidentale a subire il duro giogo di una dittatura militare (tra il 1967 e il 1974). La Francia della Rivoluzione, patria dei diritti umani, proclama, nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26 agosto 1789, che tutti gli uomini nascono liberi e uguali nei loro diritti (Les hommes naissent et demeurent libres et égaux en droits; les distinctions sociales ne peuvent être fondées que sur l’utilité commune) e dimentica che nelle sue colonie gli indigeni marciscono incatenati per volere dei bianchi; Napoleone, figlio della stessa Rivoluzione, decide nel 1802 di ripristinare la schiavitù. E oggi, come abbiamo visto, nuove forme di schiavitù spuntano all’orizzonte. Se, come recita l’articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti umani, «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti», occorre riconoscere che la libertà e l’uguaglianza in dignità e diritti è ancora negata a molti uomini e donne, a fanciulli e fanciulle, che in molte parti del mondo vivono come schiavi. Nel passato la schiavitù consisteva, secondo la Convenzione internazionale del 1926, nel fatto di esercitare un «diritto di proprietà» su un’altra persona. Oggi nessuno Stato al mondo riconosce tale diritto su un altro essere umano. La schiavitù ha tuttavia assunto forme diverse, meno visibili ma altrettanto intollerabili. È diffusa in molti Paesi africani, ma anche in Asia e in taluni Stati europei, e colpisce soprattutto gruppi vulnerabili: bambini, donne, lavoratori provenienti da Paesi in via di sviluppo. Esistono, infatti, pratiche simili alla schiavitù, come la vendita e lo sfruttamento sessuale dei minori e delle donne, la «servitù da debito» (una persona è asservita a un’altra come garanzia per il pagamento di un debito, spesso contratto dai genitori), il traffico internazionale delle persone, la cessione di donne contro la loro volontà, come spose o come “b ene” ereditato da altri alla morte del marito. I lavoratori provenienti da Paesi poveri, spesso clandestini e perciò riluttanti a denunciare le vessazioni, sono sottoposti a forme di “lavoro nero” o, ancora, di lavoro forzato, vale a dire a prestazioni fornite sotto la minaccia di pena o punizione. Le organizzazioni criminose gestiscono il reclutamento di lavoratori poveri in Africa e in Asia e li cedono ad altre organizzazioni in Europa, dove quei lavoratori sono costretti a prestare la loro opera con compensi quasi inesistenti e senza potersi liberare da questo totale asservimento. La civilissima Europa, traumatizzata dal ricordo dei crimini compiuti dal regime nazista durante la seconda guerra mondiale, diventò promotrice, il 4 novembre 1950, della solenne Dichiarazione europea dei diritti dell’uomo (entrata in vigore il 3 settembre 1953), giurando che l’orrore dei campi di concentramento apparteneva al passato, ma ha poi assistito, drammaticamente impotente o tragicamente colpevole, al ripristino di situazioni simili nell’ex Iugoslavia. Il mondo occidentale, dopo aver sfruttato per decenni interi territori dell’Asia o dell’Africa e aver concesso, spesso con reticenza, una fragile indipendenza alle sue antiche colonie, si rende spesso complice delle lotte che lacerano questi Paesi e provocano migliaia e migliaia di morti. I crimini compiuti in nome di una qualsiasi fede sono all’ordine del giorno e coloro che rivendicano con forza il diritto a professare la propria religione negli Stati altrui sono spesso i primi a imporre con intollerabile settarismo le loro credenze nella loro terra di origine. Nelle Historiae (I, 1) Tacito loda l’epoca in cui vive per rara temporum felicitate ubi sentire quae velis et quae sentias dicere licet («la rara felicità dei tempi in cui è consentito pensare ciò che si vuole ed esprimere ciò che si pensa»). Quali e quanti, nel mondo di oggi, sono i Paesi dove non è lecito pensare ciò che si vuole ed esprimere ciò che si pensa? Temo tantissimi. Possiamo trarre qualche lezione dalle infinite insidie poste sulla strada di chi, nel corso dei millenni, ha cercato di far prevalere i diritti dell’uomo? La risposta mi pare ovvia: non vi sono mai acquisizioni irreversibili. Occorre sempre difendere dall’ignoranza e dall’intolleranza il terreno conquistato. Come ricordava Antonio Tabucchi, «ci sono voluti secoli affinché il diritto sancisse la sacralità e l’inviolabilità del nostro corpo e questo principio fosse formulato nella Dichiarazione universale dei diritti umani, solo sessant’anni fa. Ed ecco che ai nostri giorni un rinomato avvocato americano, Alan Morton Dershowitz (lo stesso avvocato che ha “dimostrato” che O. J. Simpson non aveva ucciso la moglie), professore di diritto a Harvard, propone al mondo una capziosa teoria sulla possibilità di torturare, previa autorizzazione di un giudice e altre procedure che conferirebbero “validità” giuridica a tale pratica, se questo consentisse di salvare vite umane. Alcuni grandi giuristi italiani; come Antonio Cassese e Gustavo Zagrebelsky, sono intervenuti con efficacia per smontare un simile ragionamento. Nonostante ciò, ricordava ancora Tabucchi, «l’idea di far peggio dei terroristi per combattere il terrorismo ha trovato una certa diffusione sulle gazzette nostrane, cartacee e catodiche». La propensione a tornare alla tortura è dimostrata da episodi di cui si è resa responsabile una grande democrazia come quella americana con l’istituzione della famigerata prigione di Guantánamo. L’antica civiltà classica greca ha creato un capolavoro assoluto che illustra l’imperiosa necessità di lottare per non retrocedere sulla via della barbarie. Una piccola stele rinvenuta sulla collina sacra dell’acropoli rappresenta Atena, la dea dell’intelligenza e della ragione, appoggiata sulla sua lancia. Il messaggio rivolto ai cittadini di Atene, della Grecia e del mondo dall’anonimo autore di questa scultura è chiaro: «Difendete le conquiste della mente e del cuore con la forza se non volete che le minacce del tempo e le insidie degli uomini le cancellino». Finché gli uomini popoleranno la Terra, dovranno combattere per affermare e migliorare le acquisizioni del passato. La lotta per la conquista dei diritti umani, fatta di vittorie e sconfitte, non avrà mai fine.

(©L'Osservatore Romano 16 maggio 2012)