di SILVIA GUSMANO Essere incinte ha a che fare in maniera intrinseca con la creatività. E la pancia di ogni donna in attesa è un ponte ideale verso la bellezza dell’arte. Su questo ponte si sono ritrovati e confrontati nelle settimane scorse future mamme, futuri papà, accademici, medici, pittori e qualche bimbo, nell’ambito del ciclo di incontri «Partorire con l’Arte, ovvero l’Arte di Partorire». Ideato e curato da Antonio Martino, ginecologo dell’ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma e collezionista d’arte, e da Miriam Mirolla, docente dell’Accademia di Belle Arti di Roma, il progetto è stato realizzato in uno scenario d’eccezione, il Maxxi.
In un’epoca in cui il parto soffre di eccessiva medicalizzazione, «invitare le donne incinte in un museo anziché in ospedale — ha spiegato Mirolla — è un atto semplice quanto rivoluzionario, perché presuppone l’idea che la maternità non sia una malattia, bensì un evento creativo». Dagli scienziati ai critici d’arte, dalle ostetriche agli psicologi, tutti i relatori intervenuti nel corso dei sei incontri hanno infatti sottolineato le potenzialità racchiuse nella gravidanza e il suo valore positivo per la donna e per la comunità in cui vive. Una prospettiva capovolta, non solo rispetto a certi retaggi del passato che hanno usato la maternità come alibi per confinare il femminile dentro le mura domestiche, ma anche rispetto al modo in cui l’attuale mondo del lavoro considera ancora, spesso, lo stato interessante: un handicap che penalizza la funzionalità della dip endente. Affascinante in questo senso la testimonianza di Anna Mattirolo, direttrice del Maxxi Arte, che ha raccontato la nascita del museo del XXI secolo, inaugurato nel 2010, come un’avventura in buona parte femminile, segnata da un ciclo continuo di annunci-pance-nascite e «quando le madri tornano a lavoro sono migliori»: nella capacità di organizzare il proprio tempo, di individuare le priorità, di seguire più questioni contemporaneamente. Emblematica poi la sua battuta finale: «Quando io ho partorito, a un’età comune oggi per le neomamme, ero una “primipara attempata”, mentre mio marito mio coetaneo veniva considerato un giovane padre». Alla figura del padre è stata dedicata una parte significativa della riflessione di questi incontri. Giuseppe — il padre più raccontato e analizzato del discorso sull’arte — con il suo atteggiamento di adorazione commossa da un lato e di rispettosa distanza dall’altro non finirà mai di sollecitare gli interrogativi sul concetto di paternità a tutto tondo. Tra le tante immagini sulla gravidanza e la nascita proposte al pubblico, infatti, sebbene non siano mancati numerosi esempi dell’arte contemporanea (dall’ At t e s a di Lucio Fontana alla Ma t e r n i t à di Pino Pascali), l’iconografia cristiana con la sua ricchezza in tema ha giocato un ruolo predominante. Suggestivo il viaggio tra le Sacre Famiglie proposto da Francesco Buranelli, segretario della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, che, mostrando alcune delle immagini più intense sulla Natività e sulla famiglia di Nazaret, firmate da autori come Raffaello, Mantegna, Pontormo, Guido Reni, ha sottolineato come Giuseppe, pur nell’unicità del suo ruolo, ben rappresenti tanti padri «in disparte». Il fortissimo legame madre-figlio è stato per secoli il nucleo essenziale delle rappresentazioni sulla nascita ed è quanto cogliamo in quasi tutti i capolavori sull’avvento di Gesù. Le opere in cui un san Giuseppe protagonista tiene in braccio il bambino o gli insegna il mestiere, sono rare, tardive o raccontano storie diverse. È il caso della Sacra Famiglia di Salviati dove san Giuseppe che solleva Gesù altri non è che Papa Paolo III , secondo il desiderio del committente Alessandro Farnese di vedere nel dipinto i volti della sua casata. Rare, come noto, anche le immagini di Maria incinta, la cui rappresentazione più famosa — la Ma d o n na del Parto — è stata introdotta dallo storico dell’arte Claudio Strinati. Di grande impatto il con trasto con la Gravida di Aurelio Bulzatti, tela contemporanea simbolo dell’iniziativa, sempre esposta in sala durante gli incontri. Qui la donna incinta cammina in una strada deserta di notte, a significare l’autonomia che caratterizza oggi le partorienti. La Madonna del Parto invece è seduta, ma «entrambe — sottolinea Mirolla — esprimono grande consap evolezza». Da sempre infatti la consapevolezza è la chiave per vivere la maternità e il nuovo arrivo nel modo più sereno e, per tornare alla figura del padre, sono tanti i ritrovati della scienza che oggi aiutano entrambi i genitori a sviluppare un legame con il feto sin dalle prime settimane, permettendo loro di vedere da vicino quanto avviene nel corpo materno. Ciò è istruttivo e arricchente da tutti i punti di vista, come ha spiegato la biologa cellulare Irene Martini nel suo intervento sulle potenzialità terapeutiche delle cellule staminali del cordone ombelicale e sulla possibilità di raccoglierle e conservarle al momento del parto. Il nostro corpo — ha sottolineato — rappresenta un affascinante modello di società ideale e multietnica, in cui oltre 220 tipi di cellule diverse migrano (e se non migrassero non esisterebbe la riproduzione), rispettano l’identità genetica le une delle altre e grazie a una continua comunicazione, convivono serenamente. Oggi le ecografie in 3 D o in 4 D , mostrate al Maxxi da Massimo Ammaniti quali potente strumento per generare l’attaccamento prenatale, consentono ai futuri genitori di cogliere tutto questo e di essere coinvolti sin dall’inizio nella grande avventura della vita. Opera d’arte per eccellenza.
© Osservatore Romano - 23 ottobre 2014