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alleanzadi LLUÍS MARTÍNEZ SISTACH

È trascorso un anno dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco. È stato un anno fecondo perché il documento è stato presentato e studiato in molti ambiti, specialmente in quello scientifico e tecnico, e ha inciso positiva mente sui risultati del vertice sul cambiamento climatico tenutosi a Parigi. La fondazione Antoni Gaudí para las grandes ciudades sta programmando un congresso internazionale in America del Sud sulla Laudato si’ e appunto le grandi città, incentrato sull’acqua, l’energia, l’inquinamento e gli sprechi. Constatiamo con soddisfazione che il documento del Papa ha suscitato grande consenso nella comunità scientifica mondiale.
Il Pontefice fa un ampio uso della luce che ci viene dalla ragione quando analizza la situazione economica attuale, tenendo presenti sia i dati apportati dalle diverse scienze, sia quelli provenienti dalla fede. La Laudato si’ è un esempio della fecondità intellettuale che si può conseguire quando si coniugano bene i diversi campi della conoscenza umana, rispettando l’autonomia di ogni sapere, i suoi metodi e i suoi modi di op erare. Ma l’enciclica continua a interpellarci tutti, perché affronta un problema globale che riguarda tutti e che, per essere risolto, esige il coinvolgimento di tutti. L’enciclica situa la sfida ecologica a un livello molto radicale: quello della conversione nel modo di cogliere la vita e le attività umane. Altrimenti tutte le soluzioni — siano esse tecniche, economiche, giuridiche o politiche — saranno insufficienti. Francesco in questa enciclica pone a tutti noi la domanda: che tipo di mondo vogliamo trasmettere a quanti verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo? Questa domanda ci porta a interrogarci sul senso della nostra esistenza e sul senso dei valori che sono alla base della nostra vita sociale. Il Papa ci propone una “ecologia umana integrale” e ci ricorda che c’è un rapporto diretto tra un’ecologia integrale e un’antropologia autentica. La “questione ecologica” è anche una questione essenzialmente morale. Dinanzi alla natura visibile del cosmo siamo sottoposti a leggi non solo biologiche, ma anche morali, la cui trasgressione non resta impunita. Occorre cambiare lo sguardo ma anche lo stile di vita. «Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente — dice Francesco — ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale può sfociare solamente in catastrofi, come di fatto sta già avvenendo periodicamente in diverse regioni». Il Papa spera che ognuno possa rendersi conto di questa situazione e avere il coraggio di trasformare ciò che sta accadendo nel mondo in una sofferenza personale e in un impegno. Bisogna cambiare lo sguardo sull’universo e bisogna cambiare lo stile di vita. Francesco si fa “p ortavo ce” della sofferenza dei poveri e della loro natura. Ci dice che «tra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che “geme e soffre le doglie del parto” (Lettera ai Romani 8, 22)». I poveri e la natura. Perché Francesco unisce queste due realtà? Qui l’enciclica ci mostra ancora una volta la preoccupazione sociale del Papa. Ai suoi occhi non esistono due crisi separate, una ambientale e una sociale. Il contesto naturale e il contesto umano si degradano insieme. La salvaguardia della terra come “casa comune” e l’amore per i poveri si tengono per mano. Francesco affida l’ecologia alla coscienza morale dell’umanità. Il cambiamento nella visione del mondo che ci chiede il documento s’inscrive nel rapporto dell’uomo con la tecnica moderna, ciò che il Papa chiama «la globalizzazione del paradigma tecnico». Questo paradigma pone oggi l’umanità dinanzi a opzioni veramente abissali, dando agli uomini un enorme potere su se stessi e sulla Terra, potere che alcuni non esitano a definire smisurato. Teilhard de Chardin diceva che «le grandi vette pongono l’umanità anche di fronte a grandi abissi». Il problema però è che i progressi della scienza e della tecnica non sono stati sempre accompagnati da un equivalente progresso sul piano etico e culturale. È necessario un “patto” tra scienza e coscienza, tra scienza e saggezza, e in questo le diverse culture e religioni hanno delle “riserve” umane che non possono essere sottovalutate. Il dialogo costituisce uno degli assi trasversali dell’enciclica ed è uno strumento per affrontare e risolvere i problemi. Francesco non propone soluzioni tecniche, ma un metodo consistente in un dialogo multiculturale e multidisciplinare serio e senza pregiudizi tra tutte le parte coinvolte nei problemi ecologici. Il Papa ci dice: «Noi uomini non siamo Dio». Il modo migliore per rimettere al suo posto l’essere umano e porre fine alla sua pretesa di essere il dominatore assoluto della terra è di riproporre la figura di un Padre creatore e Signore unico del mondo. L’enciclica insiste nel ricordare la grande responsabilità dell’uomo di fronte al creato, che non deve pretendere di sfruttare come vuole, ma del quale si deve sentire amministratore dinanzi alle generazioni attuali e anche a quelle future. Antoni Gaudí era un grande ecologista e credeva che l’artista collabora con Dio nell’opera della creazione, e perciò si dice che l’artista è un “c re a - t o re ”. L’enciclica dedica un capitolo al Vangelo della creazione perché Francesco crede che la fede cristiana e le altre religioni e umanesimi offrano forti motivazioni per prendersi cura della Terra. Il Papa nella sua lettera offre un solido messaggio di speranza. Non tutto è perduto. Non esistono sistemi che possono annullare completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, e neppure la capacità di reazione che Dio continua a ispirare nei cuori umani. Quando saremo capaci di superare l’individualismo, allora si potrà veramente sviluppare uno stile di vita alternativo e sarà possibile un cambiamento importante nella società. La teologia della creazione che sta dietro l’enciclica s’inserisce nel solco teologico più bello della tradizione cristiana, fiume che risale alla teologia di sant’Agostino e di san Bonaventura, come un’espressione della via pulchritudinis, il “cammino della bellezza”. È la cosiddetta “scuola francescana”. Francesco ha scritto un’enciclica profondamente francescana. Il Cantico delle creature , che ha ispirato il suo titolo, inizia con queste parole, dal soave aroma ecologico: «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba».

© Osservatore Romano - 24 giugno 2016