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giglio fioreSe desideriamo veramente servire i fratelli e le sorelle non sarà senza prezzo lo sforzo di modificare anzitutto linguaggi e terminologie che creano uno sguardo e una mens dinsinclusiva.

Un primo modo comune da rettificare e che viene usato, per comodità (psichica e sociologica) per identificare una determinata realtà è quella di “ghettizzare” e “circoscrivere” tale realtà.

Cominciamo col dire che non esistono Cristiani LGBTQ+ ma Persone (ed è qui il punto) che sperimentano, in forma più o meno radicata ed intensa, una spinta omo-affettiva oppure vivono difficoltà, anche drammatiche, di auto-riconoscimento del loro essere sessuato “anatomico” e “biologico”. Chiamare tali Persone come “Cristiani LGBTQ+” o “Cattolici LGBTQ+” capitola in una forma pietistica di ghettizzazione che ottiene il contrario dell’inclusione, di cui, piuttosto, tutti abbiamo veramente bisogno. E tutti ne abbiamo bisogno in forma bi-univoca. Perché anche chi include viene a sua volta incluso in una relazione significativa. Affermare “cattolici LGBTQ+” esclude questi fratelli e sorelle limitandoli in una categoria “protetta” che ne potrebbe alimentare alcune derive socialmente pessime (e spiritualmente sclerocardiche) quali il vittimismo, il sentirsi perseguitati oltre il reale, racchiudersi in comportamenti e modi “lobbistici”. Pertanto se amiamo questi fratelli e queste sorelle, questi uomini e queste donne, queste Persone, non è assolutamente Bene rafforzare modalità e parole disinclusive. Ci danneggia tutti. Sono tra noi e, come noi, con una dignità partecipata del Divino immarcescibile e incalpestabile e, come noi, chiamate alla Santità e alla conversione.

Varrebbe dunque la pena di purificare il linguaggio da quelle che potremmo considerare mode tipiche del mondo, mode ripiegate su ideologie soggettivistiche che rafforzano il “culto del sé” per usare, invece, una concezione della persona consona alla millenaria tradizione della Chiesa e largamente condivisa. Si eviterà di cadere in una involontaria offesa alla Dignità Personale di questi fratelli e sorelle. “Accompagnare, discernere ed integrare”[2] si riassume bene in unico atteggiamento che è l’Inclusione evangelicamente colta ed assaporata. E, nel farlo, può essere utile pensare che non occorre costruire “ponti” ma piuttosto abbattere dei muri. Muri che non hanno nulla a che vedere con il Santo Vangelo e nulla a che vedere con una morale naturale, preambolo alla libertà del Vangelo. Una Persona è una Persona ed ogni Battezzato è carne di Cristo di cui è bene coltivare e custodire la reciproca appartenenza e il sacrario della coscienza profonda.

Appartenenza e custodia sono una grave responsabilità non invasiva, colma di profondo rispetto e tuttavia reale con cui comprendere che la coscienza di ogni Persona è in formazione permanente e in purificazione permanente, come vedremo tra breve. Qualcuno potrebbe obiettare: “Usiamo questo linguaggio per parlare come loro”. Lo sforzo di avvicinarsi anche nel linguaggio è indice di buona intenzione e di sollecitudine ma il rischio è l’“impantanamento” e la "non incarnazione” che sono alla base di pessima pastorale.

Certamente, come Gesù, siamo chiamati ad adattarci al linguaggio dell’interlocutore ma affinché scopra la Sua Dignità Personale e non perché venga confermato nelle deformazioni a cui ha aderito e la Sapienza sta anzitutto nel comprendere che non c’è affatto un “noi” e “loro” ma c’è un “noi” in cui tutti siamo grati e chiamati a crescere, come discepoli di colui che è “Via, Verità e Vita” (Giov. 14,6).

Detto per inciso, dietro “l’impantanamento” potrebbe celarsi quella forma sottile di clericalismo che è vanità.

Vanità di sentirsi migliori, vanità di sentirsi avari possessori di un messaggio piuttosto che “servi inutili” (Lc. 7,10).

(Tratto da Indicazioni pastorali per le Persone con tendenza omoaffettiva)