Home

Papa e fratelli poveriPubblichiamo di seguito il testo del Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la X Giornata Mondiale dei Poveri che sarà celebrata domenica 15 novembre 2026, XXXIII Domenica del Tempo Ordinario:

Messaggio del Santo Padre

Il Signore è il rifugio del povero (cfr Sal 14,6)

1. Il Signore è il rifugio del povero (cfr Sal 14,6). Le parole del Salmista suggeriscono il percorso che siamo chiamati a compiere in vista della X Giornata Mondiale dei Poveri. Ancora una volta è necessario ritornare alla Parola di Dio per verificare l’importanza che i poveri hanno nella vita della Chiesa. L’espressione del Salmo diventa criterio di giudizio per l’esistenza cristiana perché rivela il volto di Dio e riconosce la povertà umana. In un momento storico drammatico, infatti, quale fu la distruzione del tempio di Gerusalemme, il popolo si sentì privato della presenza di Dio e sperimentò una miseria materiale e morale senza precedenti.

Ad ogni generazione questa Parola appare in tutta la sua attualità. Fin dall’inizio mostra la contraddizione in cui si cade spesso ancora ai nostri giorni. La prima costatazione, in effetti, è questa: «Lo stolto pensa: “Dio non c’è”. Sono corrotti, fanno cose abominevoli: non c’è chi agisca bene» (Sal 14,1). Essa evidenzia il contrasto tra quanti si comportano con saggezza e quanti invece trascinano la loro vita come se non ci fosse nulla sopra di loro. Si nota, purtroppo, come sia diffusa anche ai nostri giorni un’ingiustizia sociale che sgorga dalla corruzione tracotante, tanto deplorevole quanto discriminatoria. La perdita di senso della trascendenza nella vita quotidiana non è più tanto una negazione teorica dell’esistenza di Dio; piuttosto si evidenzia nella mancata considerazione della sua bontà e misericordia per la costruzione della giustizia personale e sociale.

I primi a doverne subire le conseguenze sono i poveri, non a caso in aumento in molte società. L’assenza di Dio pone le persone non più una accanto all’altra nel rispetto reciproco, ma una sopra l’altra nel segno del dominio e della sopraffazione. Viene così esibita una dissacrante logica di prevaricazione e di scarto che emargina e umilia. In questa condizione si trovano non solo singole persone, ma intere popolazioni. Le parole del Salmo risuonano ancora colme di verità: «Divorano il mio popolo come il pane» (Sal 14,4).

2. Il grido di giustizia dei poveri oggi viene spento con molteplici tecniche, sempre più subdole, fino a rendere afono ogni loro sforzo di fare udire le proprie richieste. L’ambiente digitale radicalizza il pregiudizio nei loro riguardi e accresce la cortina di indifferenza che circonda le loro cause. Al povero non resta che gridare verso Dio (cfr Sal 34,7) e far giungere a Lui il lamento, avendo certezza di essere ascoltato perché Dio è fedele e ricco di misericordia. Quanti sono oppressi, umiliati e indifesi crescono anche oggi nella certezza di doversi abbandonare a Dio carichi di fiducia e di attesa. In questo totale affidamento, rifiorisce il senso della propria dignità, si riconoscono sorelle e fratelli con cui organizzare i propri sogni, la speranza diventa silenziosamente realtà. Rifugiarsi in Dio equivale a trovare la protezione vera e sicura, quella che i potenti non possono garantire e preferiscono negare.

Il povero, però, sa riconoscere più di altri l’essenziale, perché vive dell’essenziale. Più simile di tutti a Cristo, riconosce Dio come proprio rifugio anche quando le circostanze sembrano smentirlo, ed è colmo di speranza per la sua giustizia, che non tarda a manifestarsi. Nella notte dell’abbandono e della solitudine, il povero “abita al riparo dell’Altissimo” (cfr Sal 91,1). Quanti sono afflitti, quanti subiscono ingiustizia e vengono offesi, quanti sono nella sofferenza e nel dolore, quanti sono soli e privi di senso della vita possono trovare consolazione e nuova motivazione presso il Signore.

3. Essere rifugio non è solo una promessa, ma diventa realtà nella persona di Gesù Cristo. Dio prende dimora presso di noi con l’incarnazione del Figlio, che rende concreto e visibile il rifugio sperato. Gesù Cristo è realmente il rifugio di Dio per i poveri. Per la sua obbedienza al Padre, discende fino al punto più basso, dove si trovano gli ultimi. A tutti viene incontro e a ciascuno offre rifugio sicuro: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). In Gesù, Dio non solo protegge, ma condivide la povertà umana fino alla croce.

I poveri dei nostri giorni sono i dimenticati e gli emarginati: derubati di una parola e di un volto, oltre che del pane. Possano costoro incontrare il Figlio di Dio, che a tutti si fa prossimo senza trascurare nessuno. Lo incontrino, anzitutto, in coloro che si dicono cristiani. Nella Chiesa, suo Corpo, è Gesù che offre pane e amicizia; porta luce e un orizzonte di speranza; pronuncia il nome di ciascuno e restituisce a tutti dignità. Gesù di Nazaret è il dono di Dio ai poveri. In Lui tutte le promesse diventano realtà. Per quanti sono privi di una casa, di un lavoro, dell’istruzione, del cibo, della salute si apre una nuova via: la condivisione come espressione del Regno di Dio (cfr Mt 5,3). All’ossessione di quanti accumulano ricchezze solo per sé si oppone l’ostinazione di Dio che, nella testimonianza di persone in carne e ossa, apre il cuore e accoglie nel suo amore.

4. In Cristo siamo chiamati dunque anche noi a diventare poveri e a farci rifugio per il povero. La comunità cristiana non può rimanere insensibile davanti ai tanti che oggi sono alla porta e rimangono invisibili a quanti stanno chiusi tra le proprie mura. La Chiesa, per sua stessa natura, è chiamata ad essere povera e rifugio per i poveri. Non dimentichiamo il commento di Sant’Agostino alla parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro: «Ci ha taciuto il nome del ricco e ci ha detto il nome del povero. Il nome del ricco andava di bocca in bocca, ma Dio l’ha taciuto; il nome del povero passava sotto silenzio, ma Dio ce l’ha rivelato. […] Tu cosa sceglieresti? Essere povero come Lazzaro o essere ricco come l’altro? Non lasciarti ingannare! Ascolta quale fu la fine e nota la scelta cattiva» (Sermo 33A, 4).

Come ho ricordato nell’Esortazione apostolica Dilexi te, «verso i poveri Dio mostra predilezione: prima di tutto a loro è rivolta la parola di speranza e di liberazione del Signore e, perciò, pur nella condizione di povertà o debolezza, nessuno deve sentirsi più abbandonato. E la Chiesa, se vuole essere di Cristo, dev’essere Chiesa delle Beatitudini, Chiesa che fa spazio ai piccoli e cammina povera con i poveri, luogo in cui i poveri hanno un posto privilegiato” (n. 21).

Sorgono inevitabili alcune domande, che in questa X Giornata Mondiale dei Poveri abbiamo urgenza di far risuonare nella nostra mente e nel nostro cuore. Siamo segno di un Dio che è rifugio per i poveri? Abbiamo coscienza della nostra povertà e la preferiamo all’ingiusta ricchezza? Arriviamo là dove si trovano i poveri, sperimentando la loro marginalità? Ne ascoltiamo i pensieri e ne condividiamo le attese? Ne pronunciamo nomi con tenerezza divina? La nostra carità riattiva e sostiene in loro il desiderio di giustizia e di riscatto? Questi e molti altri interrogativi obbligano a un serio esame di coscienza, per verificare quanto ancora siamo chiamati a diventare a favore dei poveri e per la loro liberazione. Allora vedremo che i poveri diventano loro stessi rifugio per altri. L’esperienza della povertà rende particolarmente sensibili a una rinnovata solidarietà davanti alle sfide.

L’amore di Cristo ci rende infatti partecipi della vita d’amore di Dio. In questo senso, i cristiani sono chiamati non solo a cercare rifugio in Dio, ma anche a farsi in Dio un rifugio per gli altri, senza «distinguere tra chi assiste e chi è assistito, tra chi sembra dare e chi sembra ricevere, tra chi appare povero e chi sente di offrire tempo, competenze, aiuto. Siamo la Chiesa del Signore, una Chiesa di poveri, tutti preziosi, tutti soggetti, ognuno portatore di una Parola singolare di Dio. Ognuno è un dono per gli altri» (Omelia, 17 agosto 2025).

5. L’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi ci sollecita a ricordare come, giunto a Roma pellegrino alla tomba dell’apostolo Pietro, egli fu colto da compassione per i mendicanti. Per comprendere e sperimentare la loro sofferenza, si tolse i propri abiti e li scambiò coi vestiti stracciati di uno di loro, sedendosi a chiedere l’elemosina e trascorrendo l’intera giornata in mezzo ai poveri con gioia di spirito (cfr Fonti Francescane, 1405-1406). Vogliamo testimoniare che è possibile, anche oggi, sperimentare la medesima letizia nel mettersi nei panni dei poveri e nell’ascoltarli anziché soltanto parlare di loro. Chi ha Dio per rifugio è libero di compiere scelte profetiche, che testimoniano come tutto possa essere ripensato dal basso, nell’umiltà e nella fraternità che, sole, riparano un mondo ferito dalla prepotenza.

Confido che questa X Giornata Mondiale dei Poveri possa costituire una tappa significativa per riscoprire il volto di tanti fratelli e sorelle che cercano rifugio in Dio e desiderano sentirsi a casa nelle nostre comunità. Manteniamo viva l’obbedienza alla Parola di Dio, che provoca alla conversione del cuore. La Vergine Maria, che nella carne crocifissa del Figlio ha contemplato l’amore di Dio che ricolma di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote (cfr Lc 1,53), interceda per noi.

Dal Vaticano, 13 giugno 2026, memoria di Sant’Antonio di Padova.

LEONE PP. XIV

[00976-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

Le Seigneur est le refuge du pauvre (cf. Ps 14, 6)

1. Le Seigneur est le refuge du pauvre (cf. Ps 14, 6). Ces paroles du Psalmiste indiquent le chemin que nous sommes appelés à parcourir en vue de la 10e Journée Mondiale des Pauvres. Une fois encore, il est nécessaire de revenir à la Parole de Dieu pour vérifier l’importance que revêtent les pauvres dans la vie de l’Église. L’expression du Psaume est un critère de jugement de l’existence chrétienne car elle révèle le visage de Dieu et reconnaît la pauvreté humaine. Dans un moment historique dramatique, tel que la destruction du temple de Jérusalem, le peuple s’était senti privé de la présence de Dieu et avait connu sa misère matérielle et morale sans précédent.

Cette Parole apparaît à chaque génération dans toute son actualité. Elle met immédiatement en lumière la contradiction dans laquelle on tombe encore de nos jours bien souvent. La première constatation est en effet celle-ci : « Dans son cœur le fou déclare : “Pas de Dieu !” Tout est corrompu, abominable, pas un homme de bien » (Ps 14, 1). Elle met en évidence le contraste entre ceux qui se comportent avec sagesse et ceux qui, au contraire, mènent leur vie comme s’il n’y avait rien au-dessus d’eux. On constate malheureusement qu’une injustice sociale, issue d’une corruption arrogante aussi déplorable que discriminatoire, est encore très répandue de nos jours. La perte du sens de la transcendance dans la vie quotidienne n’est plus tant une négation théorique de l’existence de Dieu. Elle se manifeste plutôt par le fait de ne pas tenir compte de sa bonté et de sa miséricorde pour l’édification de la justice personnelle et sociale.

Les premiers à en subir les conséquences sont les pauvres dont le nombre augmente dans de nombreuses sociétés, et ce n’est pas un hasard. L’absence de Dieu ne place plus les personnes les unes à côté des autres dans le respect mutuel, mais les unes au-dessus des autres sous le signe de la domination et de l’oppression. C’est ainsi qu’apparaît une logique profanatrice d’abus et d’exclusion qui marginalise et humilie. Non seulement des individus, mais des populations entières, se trouvent dans cette situation. Les paroles du Psaume résonnent encore, pleines de vérité : « Quand ils mangent leur pain, ils mangent mon peuple » (Ps 14, 4).

2. Le cri de justice des pauvres est aujourd’hui étouffé par de multiples techniques, toujours plus insidieuses, qui réduisent au silence tous leurs efforts pour faire entendre leurs revendications. L’environnement numérique radicalise les préjugés à leur encontre et renforce le rideau d’indifférence qui entoure leurs causes. Il ne reste plus au pauvre qu’à crier vers Dieu (cf. Ps 34, 7) et à Lui faire parvenir sa plainte, avec la certitude d’être entendu, car Dieu est fidèle et riche en miséricorde. Ceux qui sont opprimés, humiliés et sans défense grandissent encore aujourd’hui dans la certitude de devoir s’abandonner à Dieu, pleins de confiance et d’attente d’espérance. Dans cette confiance totale, le sens de leur dignité renaît ; ils se reconnaissent comme des sœurs et des frères avec qui organiser leurs rêves, et l’espérance devient silencieusement réalité. Se réfugier en Dieu, c’est trouver une protection véritable et sûre, celle que les puissants ne peuvent garantir et préfèrent refuser.

Le pauvre, cependant, sait reconnaître l’essentiel mieux que quiconque, car il vit de l’essentiel. Plus proche que n’importe qui du Christ, il reconnaît Dieu comme son refuge même lorsque les circonstances semblent dire le contraire, et il est rempli d’espérance en sa justice qui ne tarde pas à se manifester. Dans la nuit de l’abandon et de la solitude, le pauvre “demeure à l’abri du Très-Haut” (cf. Ps 91, 1). Combien de personnes affligées, subissant l’injustice et les offenses, dans la souffrance et la douleur, seules et dépourvues de sens à leur vie, peuvent trouver consolation et nouvelle motivation auprès du Seigneur !

3. Être un refuge n’est pas seulement une promesse, mais cela devient réalité en la personne de Jésus-Christ. Dieu vient habiter parmi nous par l’incarnation de son Fils qui rend le refuge espéré concret et visible. Jésus-Christ est véritablement le refuge de Dieu pour les pauvres. Par son obéissance au Père, il descend jusqu’au point le plus bas, là où se trouvent les derniers. Il va à la rencontre de chacun et offre à tous un refuge sûr : « Venez à moi, vous tous qui peinez sous le poids du fardeau, et moi, je vous procurerai le repos » (Mt 11, 28). En Jésus, Dieu ne se contente pas de protéger, mais il partage la pauvreté humaine jusqu’à la croix.

Les pauvres de notre époque, ce sont les oubliés et les marginalisés : privés, en plus du pain, de parole et d’un visage. Puissent-ils rencontrer le Fils de Dieu qui se fait proche de tous sans négliger aucun. Qu’ils le rencontrent avant tout en ceux qui se disent chrétiens. C’est Jésus qui offre le pain et l’amitié dans l’Église qui est son Corps ; il apporte la lumière et un horizon d’espérance ; il prononce le nom de chacun et rend à tous leur dignité. Jésus de Nazareth est le don de Dieu aux pauvres. En Lui, toutes les promesses deviennent réalité. Pour tous ceux qui sont privés d’un foyer, d’un travail, d’une éducation, de nourriture, de santé, une nouvelle voie s’ouvre : le partage comme expression du Royaume de Dieu (cf. Mt 5, 3). À l’obsession de ceux qui accumulent des richesses pour eux-mêmes s’oppose l’obstination de Dieu qui, à travers le témoignage de personnes en chair et en os, ouvre le cœur et accueille dans son amour.

4. Ainsi, dans le Christ, nous sommes nous aussi appelés à devenir pauvres et à être un refuge pour le pauvre. La communauté chrétienne ne peut rester insensible face à tous ceux qui, aujourd’hui, se trouvent à la porte et restent invisibles aux yeux de ceux qui sont enfermés entre leurs murs. L’Église, de par sa nature même, est appelée à être pauvre et à être un refuge pour les pauvres. N’oublions pas le commentaire de saint Augustin sur la parabole de l’homme riche et du pauvre Lazare : « Il nous a caché le nom du riche et nous a révélé celui du pauvre. Le nom du riche passait de bouche en bouche, mais Dieu l’a tu ; le nom du pauvre passait sous silence, mais Dieu nous l’a révélé. […] Que choisirais-tu ? Être pauvre comme Lazare ou riche comme l’autre ? Ne te laisse pas tromper ! Écoute quelle fut leur fin et remarque le mauvais choix » (Sermon 33A, 4).

Comme je l’ai rappelé dans l’Exhortation apostolique Dilexi te, « Dieu montre en effet une prédilection pour les pauvres : c’est d’abord à eux que s’adresse la parole d’espérance et de libération du Seigneur et, par conséquent, même dans la pauvreté ou la faiblesse, personne ne doit plus se sentir abandonné. Et l’Église, si elle veut être celle du Christ, doit être l’Église des Béatitudes, l’Église qui fait place aux petits et qui marche pauvre avec les pauvres, le lieu où les pauvres ont une place privilégiée » (n° 21).

Certaines questions se posent inévitablement, questions qu’en cette Xe Journée mondiale des pauvres nous avons un besoin urgent de faire résonner dans notre esprit et dans notre cœur. Sommes-nous le signe d’un Dieu refuge pour les pauvres ? Avons-nous conscience de notre pauvreté et la préférons-nous à la richesse injuste ? Allons-nous là où se trouvent les pauvres en faisant l’expérience de leur marginalité ? Sommes-nous attentif à leurs pensées et partageons-nous leurs attentes ? Prononçons-nous leurs noms avec une tendresse divine ? Notre charité réveille-t-elle et soutient-elle en eux le désir de justice et de rédemption ? Ces questions, et bien d’autres encore, nous obligent à un sérieux examen de conscience pour vérifier ce que nous sommes encore appelés à devenir en faveur des pauvres et pour leur libération. Alors nous verrons que les pauvres deviennent eux-mêmes un refuge pour les autres. L’expérience de la pauvreté rend particulièrement sensibles à une solidarité renouvelée face aux défis.

L’amour du Christ nous rend participants de la vie d’amour de Dieu. En ce sens, les chrétiens sont appelés non seulement à chercher refuge en Dieu, mais aussi à devenir en Dieu un refuge pour les autres, sans « faire de distinctions entre ceux qui aident et ceux qui sont aidés, entre ceux qui semblent donner et ceux qui semblent recevoir, entre ceux qui semblent pauvres et ceux qui se sentent capables d’offrir leur temps, leurs compétences, leur aide. Nous sommes l’Église du Seigneur, une Église de pauvres, tous précieux, tous sujets, chacun porteur d’une Parole unique de Dieu. Chacun est un don pour les autres » (Homélie, 17 août 2025).

5. Le huitième centenaire de la mort de saint François d’Assise nous invite à nous rappeler comment, arrivé à Rome en pèlerin à la tombe de l’apôtre Pierre, il fut saisi de compassion pour les mendiants. Pour comprendre et faire l'expérience de leur souffrance, il ôta ses propres vêtements et les échangea contre les haillons de l'un d'entre eux, s'assit pour mendier et passa toute la journée parmi les pauvres avec la joie dans l'esprit (cf. Fonti Francescane, 1405-1406). Nous voulons témoigner qu’il est possible, aujourd’hui encore, de connaître la même joie en se mettant à la place des pauvres et en les écoutant, plutôt qu’en se contentant de parler d’eux. Celui qui a Dieu pour refuge est libre de faire des choix prophétiques, qui témoignent que tout peut être repensé à partir de la base, dans l’humilité et la fraternité qui, seules, réparent un monde blessé par l’arrogance.

J’ai confiance que cette 10e Journée Mondiale des Pauvres pourra constituer une étape significative pour redécouvrir le visage de tant de frères et sœurs qui cherchent refuge en Dieu et souhaitent se sentir chez eux dans nos communautés. Gardons vivante l’obéissance à la Parole de Dieu, qui appelle à la conversion du cœur. Que la Vierge Marie, qui a contemplé dans la chair crucifiée de son Fils l’amour de Dieu qui comble de biens ceux qui ont faim et renvoie les riches les mains vides (cf. Lc 1, 53), intercède pour nous.

Du Vatican, le 13 juin 2026, mémoire de saint Antoine de Padoue.

LÉON PP. XIV

[00976-FR.01] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

The Lord is the refuge of the poor (cf. Ps 14,6)

1. The Lord is a refuge for the poor (cf. Ps 14:6). The words of the Psalmist point the way forward as we prepare for the 10th World Day of the Poor. Once again, we must return to the Word of God to reaffirm the importance of the poor in the life of the Church. The words of the Psalm serve as a standard for Christian living because they reveal the face of God and acknowledge human poverty. Indeed, at a dramatic moment in history — the destruction of the Temple in Jerusalem — the people felt deprived of God’s presence and experienced unprecedented material and moral misery.

To every generation, this Word appears in all its relevance. From the very beginning, it reveals the contradiction into which we still so often fall today. The first observation, in fact, is this: “Fools say in their hearts, ‘There is no God.’ They are corrupt, they do abominable deeds; there is no one who does good” (Ps 14:1). It highlights the contrast between those who act wisely and those who, on the other hand, go through life as if there were nothing greater than themselves. Sadly, we see that even today there is widespread social injustice arising from arrogant corruption, which is as deplorable as it is discriminatory. The loss of a sense of the transcendent in daily life is no longer so much a theoretical denial of God’s existence; rather, it is evident in the failure to take his goodness and mercy into account in the pursuit of personal and social justice.

The poor are the first to suffer the consequences, and it is no coincidence that their numbers are growing in many societies. The absence of God no longer places people side by side in mutual respect, but places one above the other in a relationship of domination and oppression. Thus, a desecrating logic of abuse and exclusion is laid bare, one that marginalizes and humiliates. Not only individuals but entire populations find themselves in this condition. The words of the Psalm still ring true: They “eat up my people as they eat bread” (Ps 14:4).

2. Today, the poor’s cry for justice is silenced by a multitude of increasingly subtle tactics, to the point of rendering voiceless their every effort to make their demands heard. The digital world exacerbates prejudice against them and reinforces the veil of indifference surrounding their plight. The poor have no choice but to cry out to God (cf. Ps 34:7) and bring their lament before him, certain that they will be heard because God is faithful and rich in mercy. Even today, those who are oppressed, humiliated and defenseless grow in the certainty that they must entrust themselves to God, filled with faith and expectation. In this complete surrender, a sense of one’s own dignity blossoms anew; they recognize sisters and brothers with whom to share their dreams, and hope quietly becomes reality. Taking refuge in God means finding true and lasting protection — the kind that the powerful cannot guarantee and prefer to deny.

The poor, however, are more able than others to recognize what is essential, because they live on the essentials. More like Christ than anyone else, they recognize God as their refuge even when circumstances seem to contradict this, and they are filled with hope for his justice, which will not be long in coming. In the night of abandonment and loneliness, the poor “live in the shelter of the Most High” (cf. Ps 91:1). All who are afflicted, all who suffer injustice and are wronged, all who are in suffering and pain, all who are lonely and without a sense of purpose in life can find consolation and renewed motivation in the Lord.

3. That God is their refuge is not merely a promise; it becomes a reality in the person of Jesus Christ. God dwells among us through the Incarnation of the Son, who makes concrete and visible the refuge for which we hope. Jesus Christ is truly God’s refuge for the poor. Through his obedience to the Father, he descends to the lowest point, where the least of these are found. He reaches out to everyone and offers each a safe refuge: “Come to me, all you that are weary and are carrying heavy burdens, and I will give you rest” (Mt 11:28). In Jesus, God not only protects but shares in human poverty all the way to the cross.

The poor of our day are the forgotten and the marginalized: robbed not only of bread, but also of a voice and a face. May they encounter the Son of God, who draws near to everyone without neglecting anyone. May they encounter him, first and foremost, in those who call themselves Christians. In the Church, his Body, it is Jesus who offers bread and friendship; he brings light and opens a horizon of hope; he calls each person by name and restores dignity to all. Jesus of Nazareth is God’s gift to the poor. In him, all promises become reality. For those who lack a home, a job, education, food or good health, a new path opens: sharing as an expression of the Kingdom of God (cf. Mt 5:3). The obsession of those who accumulate wealth only for themselves is opposed by God’s steadfastness which, through the witness of real people, opens hearts and welcomes all into his love.

4. In Christ, therefore, we are called to become poor and to be a refuge for the poor. The Christian community cannot remain indifferent to the many who today stand at the door but remain invisible to those who are shut within their own walls. The Church, by its very nature, is called to be poor and a refuge for the poor. Let us not forget Saint Augustine’s commentary on the parable of the rich man and poor Lazarus: “He has kept the name of the rich man to himself and told us the name of the poor man. The name of the rich man was on everyone’s lips, but God kept it to himself; the name of the poor man was passed over in silence, but God revealed it to us. … What would you choose? To be poor like Lazarus or rich like the other man? Do not be deceived! Listen to how it ended and take note of which is the wrong choice” (Sermon 33A, 4).

As I recalled in the Apostolic Exhortation Dilexi Te, “God shows a preference for the poor: the Lord’s words of hope and liberation are addressed first of all to them. Therefore, even in their poverty or weakness, no one should feel abandoned. And the Church, if she wants to be Christ’s Church, must be a Church of the Beatitudes, one that makes room for the little ones and walks poor with the poor, a place where the poor have a privileged place” (no. 21).

Certain questions inevitably arise, and on this 10th World Day of the Poor, we urgently need to let them resonate in our minds and hearts. Are we a sign of a God who is a refuge for the poor? Are we aware of our own poverty, and do we prefer it to unjust wealth? Do we go where the poor are, experiencing their marginalization? Do we listen to their thoughts and share their hopes? Do we speak their names with divine tenderness? Does our charity reawaken and sustain in them the desire for justice and redemption? These and many other questions call for a serious examination of conscience, to assess how much more we are called to do on behalf of the poor and for their liberation. Then we will see that the poor themselves become a refuge for others. The experience of poverty makes them particularly sensitive to a renewed solidarity in the face of challenges.

Christ’s love, in fact, makes us sharers in God’s life of love. In this sense, Christians are called not only to seek refuge in God, but also to become a refuge for others in God, “not to distinguish between those who assist and those who are assisted, between those who seem to give and those who seem to receive, between those who appear poor and those who feel they offer time, skills and help. We are the Lord’s Church, a Church of the poor, all precious, all individuals, each one a bearer of a unique Word of God. Each one is a gift for the others. ” (Homily, August 17, 2025).

5. The eighth centenary of the death of Saint Francis of Assisi prompts us to recall how, upon arriving in Rome as a pilgrim to the tomb of the Apostle Peter, he was moved with compassion for the beggars. To understand and experience their suffering, he took off his own clothes and exchanged them for the ragged garments of one of them, sitting down to beg and spending the entire day among the poor with a joyful spirit (cf. Fonti Francescane, 1405–1406). We wish to bear witness that it is possible, even today, to experience the same joy by putting ourselves in the shoes of the poor and listening to them rather than merely speaking about them. Those who have God as their refuge have the freedom to make prophetic choices, which testify to the fact that everything can be reimagined from the ground up, in the humility and fraternity that alone can heal a world wounded by arrogance.

I am confident that this 10th World Day of the Poor will serve as a significant step toward rediscovering the faces of so many brothers and sisters who seek refuge in God and long to feel at home in our communities. Let us remain faithful to the Word of God, which calls us to a conversion of heart. May the Virgin Mary, who in the crucified flesh of her Son contemplated the love of God that fills the hungry with good things and sends the rich away empty-handed (cf. Lk 1:53), intercede for us.

From the Vatican, 13 June 2026, Memorial of Saint Anthony of Padua.

LEO PP. XIV

[00976-EN.01] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Der Herr ist die Zuflucht des Armen (vgl. Ps 14,6)

1. Der Herr ist die Zuflucht des Armen (vgl. Ps 14,6). Die Worte des Psalmisten weisen uns den Weg, den wir mit Blick auf den 10. Welttag der Armen gehen sollen. Wieder einmal gilt es, zum Wort Gottes zurückzukehren, um zu erkennen, wie wichtig die Armen im Leben der Kirche sind. Der Ausdruck aus dem Psalm wird zum Richtmaß für das christliche Leben, denn er offenbart das Antlitz Gottes und erkennt die menschliche Armut an. In einem dramatischen historischen Moment, wie es die Zerstörung des Tempels in Jerusalem war, fühlte sich das Volk der Gegenwart Gottes beraubt und erlebte ein noch nie dagewesenes materielles und moralisches Elend.

Dieses Wort erweist sich für jede Generation als sehr aktuell. Von Anfang an macht es den Widerspruch deutlich, der auch heute noch oft auftritt. Die erste Feststellung lautet nämlich: »Der Tor sagt in seinem Herzen: Es gibt keinen Gott. Sie handeln verderbt, handeln abscheulich; da ist keiner, der Gutes tut« (Ps 14,1). Sie verdeutlicht den Kontrast zwischen denen, die sich weise verhalten, und denen, die ihr Leben so führen, als gäbe es nichts über ihnen. Leider fällt auf, wie weit verbreitet auch in unserer Zeit eine soziale Ungerechtigkeit ist, die von einer vermessenen Verdorbenheit herrührt, die gleichermaßen bedauerlich wie diskriminierend ist. Der Verlust des Sinns für das Transzendente im Alltagsleben ist nicht mehr nur eine theoretische Leugnung der Existenz Gottes; vielmehr zeigt er sich darin, dass seine Güte und Barmherzigkeit bei den Bemühungen um persönliche und soziale Gerechtigkeit nicht berücksichtigt werden.

Die ersten, die darunter leiden müssen, sind die Armen, deren Zahl in vielen Gesellschaften nicht zufällig zunimmt. Die Abwesenheit Gottes lässt die Menschen nicht mehr in wechselseitiger Achtung nebeneinander stehen, vielmehr stehen sie im Zeichen der Herrschaft und Übervorteilung einer über dem anderen. So zeigt sich eine unselige Logik der Übervorteilung und Ausgrenzung, die marginalisiert und erniedrigt. In dieser Lage befinden sich nicht nur einzelne Menschen, sondern ganze Bevölkerungsgruppen. Die Worte des Psalms sind nach wie vor voller Wahrheit: »Sie fressen mein Volk, als äßen sie Brot« (Ps 14,4).

2. Der Schrei der Armen nach Gerechtigkeit wird heute durch vielfältige, immer subtilere Techniken erstickt, bis all ihre Bemühungen, ihren Forderungen Gehör zu verschaffen, verstummen. Die digitale Welt radikalisiert die Vorurteile ihnen gegenüber und verstärkt den Schleier der Gleichgültigkeit, der ihre Anliegen verhüllt. Dem Armen bleibt nichts anderes übrig, als zu Gott zu rufen (vgl. Ps 34,7) und seine Klage vor ihn zu bringen, in der Gewissheit, dass er erhört wird, denn Gott ist treu und barmherzig. Die Unterdrückten, Gedemütigten und Schutzlosen wachsen auch heute in der Gewissheit auf, dass sie sich vertrauensvoll und zuversichtlich auf Gott verlassen müssen. In diesem völligen Vertrauen kommt das Gefühl der eigenen Würde wieder zum Vorschein, man erkennt Schwestern und Brüder, mit denen man seine Träume gemeinsam verwirklichen kann, und die Hoffnung wird still und leise Wirklichkeit. Bei Gott Zuflucht zu suchen bedeutet, den wahren und sicheren Schutz zu finden, den die Mächtigen nicht gewährleisten können und lieber verweigern.

Der Arme jedoch erkennt besser als andere das Wesentliche, denn er lebt vom Wesentlichen. Da er Christus von allen am ähnlichsten ist, erkennt er Gott als seine Zuflucht, auch wenn die Umstände dem zu widersprechen scheinen, und ist voller Hoffnung auf seine Gerechtigkeit, die nicht lange auf sich warten lässt. In der Nacht der Verlassenheit und Einsamkeit „wohnt der Arme im Schutz des Allerhöchsten“ (vgl. Ps 91,1). Alle, die in Bedrängnis sind, die Ungerechtigkeit und Kränkung erfahren, die leiden und Schmerzen haben, die einsam sind und keinen Sinn im Leben finden, können beim Herrn Trost und neuen Lebensmut finden.

3. Dass Gott Zuflucht ist, ist nicht nur ein Versprechen – in der Person Jesu Christi wird es Wirklichkeit. Mit der Menschwerdung seines Sohnes nimmt Gott bei uns Wohnung und lässt so die erhoffte Zuflucht konkret und sichtbar werden. Jesus Christus ist wirklich Gottes Zuflucht für die Armen. Aus Gehorsam gegenüber dem Vater steigt er bis zum tiefsten Punkt hinab, dorthin, wo die Letzten sind. Er kommt allen entgegen und bietet jedem eine sichere Zuflucht: »Kommt alle zu mir, die ihr mühselig und beladen seid! Ich will euch erquicken« (Mt 11,28). In Jesus schützt Gott nicht nur, sondern teilt die menschliche Armut bis zum Kreuz.

Die Armen unserer Tage sind die Vergessenen und Ausgegrenzten: Sie sind nicht nur ohne Brot, sondern auch ohne Stimme und ohne Gesicht. Mögen sie dem Sohn Gottes begegnen, der sich allen als Nächster erweist, ohne jemanden zu vernachlässigen. Mögen sie ihm vor allem in denen begegnen, die sich Christen nennen. Über seinen Leib, die Kirche, schenkt Jesus Brot und Freundschaft; er bringt Licht und eine Perspektive der Hoffnung; er nennt jeden beim Namen und gibt allen ihre Würde zurück. Jesus von Nazaret ist Gottes Geschenk an die Armen. In ihm werden alle Verheißungen Wirklichkeit. Für alle, die wohnungslos, arbeitslos, bildungsfern, hungrig oder krank sind, eröffnet sich ein neuer Weg: das Teilen als Ausdruck des Reiches Gottes (vgl. Mt 5,3). Der Gier derer, die Reichtümer nur für sich selbst anhäufen, steht die Entschlossenheit Gottes gegenüber, der durch das Zeugnis von Menschen aus Fleisch und Blut das Herz öffnet und in seiner Liebe annimmt.

4. In Christus sollen auch wir arm werden und den Armen Zuflucht bieten. Die christliche Gemeinschaft darf nicht gleichgültig bleiben gegenüber den vielen, die heute vor der Tür stehen und für diejenigen, die sich in ihren eigenen vier Wänden einschließen und unsichtbar bleiben. Die Kirche ist ihrem Wesen nach dazu berufen, arm zu sein und den Armen Zuflucht zu bieten. Vergessen wir nicht den Kommentar des heiligen Augustinus zum Gleichnis von dem reichen Mann und dem armen Lazarus: „Es sagt uns nicht den Namen des Reichen, sondern den des Armen. Der Name des Reichen war in aller Munde, doch Gott hat ihn verschwiegen; der Name des Armen war unbekannt, doch Gott hat ihn uns offenbart. […] Was würdest du wählen? Arm wie Lazarus zu sein oder reich wie der andere? Lass dich nicht täuschen! Hör dir das Ende an und sieh, welche Wahl die falsche war“ (Sermo 33A, 4).

In meinem Apostolischen Schreiben Dilexi te habe ich daran erinnert: »Gott zeigt den Armen seine Vorliebe: Zuallererst richtet sich das Wort der Hoffnung und der Befreiung des Herrn an sie: Deshalb soll sich niemand verlassen fühlen, auch wenn er in einem Zustand der Armut oder der Schwäche lebt. Und die Kirche, wenn sie Kirche Christi sein will, muss eine Kirche der Seligpreisungen sein, eine Kirche, die den Kleinen Raum schafft, die arm und zusammen mit den Armen auf dem Weg ist, und die ein Ort ist, an dem die Armen einen privilegierten Platz haben« (Nr. 21).

Dabei stellen sich unweigerlich einige Fragen, die uns an diesem 10. Welttag der Armen dringend im Kopf und im Herzen beschäftigen sollten. Sind wir Zeichen eines Gottes, der den Armen Zuflucht bietet? Sind wir uns unserer eigenen Armut bewusst und ziehen wir sie dem ungerechten Reichtum vor? Gehen wir dorthin, wo die Armen sind, und spüren wir ihre Marginalisierung? Hören wir ihnen zu und haben wir Anteil an ihren Erwartungen? Sprechen wir ihre Namen mit göttlicher Zärtlichkeit aus? Belebt und fördert unsere Nächstenliebe in ihnen den Wunsch nach Gerechtigkeit und Befreiung? Diese und viele andere Fragen zwingen uns zu einer ernsthaften Gewissensprüfung, um zu erkennen, wie sehr wir noch dazu berufen sind, uns für die Armen und ihre Befreiung einzusetzen. Dann werden wir sehen, dass die Armen selbst zur Zuflucht für andere werden. Die Erfahrung der Armut macht einen besonders sensibel für eine neue Solidarität angesichts der Herausforderungen.

Die Liebe Christi lässt uns nämlich am Leben Gottes teilhaben, der die Liebe ist. In diesem Sinne sollen Christen nicht nur bei Gott Zuflucht suchen, sondern in Gott auch selbst zu einer Zuflucht für andere werden, ohne »zu unterscheiden zwischen denen, die helfen, und denen, die Hilfe empfangen, zwischen denen, die zu geben scheinen und denen, die scheinbar empfangen, zwischen denen, die arm erscheinen, und denen, die meinen, Zeit, Fähigkeiten, Hilfe anbieten zu können. Wir sind die Kirche des Herrn, eine Kirche der Armen, wir sind alle wertvoll, alle Subjekte, jeder ist ein Träger eines einzigartigen Wortes Gottes. Jeder ist ein Geschenk für die anderen« (Predigt, 17. August 2025).

5. Der 800. Todestag des heiligen Franz von Assisi ruft uns in Erinnerung, wie er als Pilger zum Grab des Apostels Petrus nach Rom kam und dort von Mitgefühl für die Bettler ergriffen wurde. Um ihr Leid zu verstehen und mitzuerleben, zog er seine eigenen Kleider aus und tauschte sie gegen die zerlumpten Gewänder von einem der Bettler, setzte sich hin, um Almosen zu erbitten, und verbrachte den ganzen Tag inmitten der Armen mit frohem Herzen (vgl. Fonti Francescane, 1405–1406). Wir wollen bezeugen, dass es auch heute möglich ist, diese Freude zu erleben, wenn man sich in die Lage der Armen versetzt und ihnen zuhört, anstatt nur über sie zu reden. Wer Gott als Zuflucht hat, ist frei, prophetische Entscheidungen zu treffen, die bezeugen, dass alles von unten her neu gedacht werden kann – in Demut und Brüderlichkeit, denn nur diese heilen eine von Überheblichkeit verwundete Welt.

Ich vertraue darauf, dass dieser 10. Welttag der Armen ein wichtiger Schritt dabei sein kann, das Antlitz der vielen Brüder und Schwestern wiederzuentdecken, die bei Gott Zuflucht suchen und sich in unseren Gemeinschaften zu Hause fühlen möchten. Bleiben wir dem Wort Gottes gehorsam, das uns zur Umkehr des Herzens aufruft. Die Jungfrau Maria, die im gekreuzigten Leib ihres Sohnes die Liebe Gottes betrachtet hat, die die Hungrigen mit Gaben beschenkt und die Reichen leer ausgehen lässt (vgl. Lk 1,53), möge unsere Fürsprecherin sein.

Aus dem Vatikan, am 13. Juni 2026, dem Gedenktag des heiligen Antonius von Padua.

LEO PP. XIV

[00976-DE.01] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

El Señor es el refugio del pobre (cf. Sal 14,6)

1. El Señor es el refugio del pobre (cf. Sal 14,6). Las palabras del Salmista sugieren el camino que estamos llamados a recorrer con vistas a la X Jornada Mundial de los Pobres. Una vez más es necesario volver a la Palabra de Dios para verificar la importancia que los pobres tienen en la vida de la Iglesia. La expresión del salmo se convierte en criterio de juicio para la existencia cristiana porque revela el rostro de Dios y reconoce la pobreza humana. En efecto, en un momento histórico dramático, como fue la destrucción del templo de Jerusalén, el pueblo se sintió privado de la presencia de Dios y experimentó una miseria material y moral sin precedentes.

Esta Palabra se le presenta a cada generación en toda su actualidad. Desde el principio muestra la contradicción en la que a menudo se cae todavía hoy. La primera constatación es esta: «Dice el necio para sí: “No hay Dios”. Se han corrompido cometiendo execraciones, no hay quien obre bien» (Sal 14,1). Esto pone de relieve el contraste entre quienes se comportan con sabiduría y quienes, en cambio, arrastran su vida como si no hubiera nada por encima de ellos. Se observa, lamentablemente, cuán difundida está también en nuestros días una injusticia social que brota de la corrupción arrogante, tan deplorable como discriminatoria. La pérdida del sentido de la trascendencia en la vida cotidiana ya no es tanto una negación teórica de la existencia de Dios; más bien se manifiesta en la falta de consideración de su bondad y misericordia para la construcción de la justicia personal y social.

Los primeros en sufrir sus consecuencias son los pobres, que no por casualidad aumentan en muchas sociedades. La ausencia de Dios coloca a las personas ya no unas junto a otras en el respeto recíproco, sino unas por encima de otras bajo el signo del dominio y del sometimiento. Así se exhibe una lógica desacralizadora de prevaricación y de descarte que margina y humilla. En esta condición se encuentran no sólo personas individuales, sino pueblos enteros. Las palabras del salmo resuenan todavía llenas de verdad: «Devoran a mi pueblo como pan» (Sal 14,4).

2. El grito de justicia de los pobres hoy es acallado mediante múltiples técnicas, cada vez más sutiles, hasta dejar sin voz todo esfuerzo suyo por hacer oír sus peticiones. El ambiente digital radicaliza el prejuicio hacia ellos y aumenta la cortina de indiferencia que rodea sus causas. Al pobre no le queda más que gritar hacia Dios (cf. Sal 34,7) y hacer llegar a Él su lamento, con la certeza de ser escuchado porque Dios es fiel y rico en misericordia. Quienes están oprimidos, humillados e indefensos crecen también hoy en la certeza de tener que abandonarse a Dios, cargados de confianza y de espera. En este abandono total, vuelve a florecer el sentido de la propia dignidad, se reconocen hermanas y hermanos con quienes organizar sus sueños, y la esperanza se convierte silenciosamente en realidad. Refugiarse en Dios equivale a encontrar la protección verdadera y segura, aquella que los poderosos no pueden garantizar y prefieren negar.

El pobre, sin embargo, sabe reconocer más que otros lo esencial, porque vive de lo esencial. Más semejante a Cristo que todos, reconoce a Dios como su propio refugio incluso cuando las circunstancias parecen desmentirlo, y está colmado de esperanza por su justicia, que no tarda en manifestarse. En la noche del abandono y de la soledad, el pobre “habita al amparo del Altísimo” (cf. Sal 91,1). Quienes están afligidos, quienes sufren injusticia y son ofendidos, quienes padecen sufrimiento y dolor, quienes están solos y privados del sentido de la vida pueden encontrar consuelo y nueva motivación junto al Señor.

3. Ser refugio no es sólo una promesa, sino que se convierte en realidad en la persona de Jesucristo. Dios pone su morada entre nosotros con la encarnación del Hijo, que hace concreto y visible el refugio esperado. Jesucristo es realmente el refugio de Dios para los pobres. Por su obediencia al Padre, desciende hasta el punto más bajo, donde se encuentran los últimos. Sale al encuentro de todos y a cada uno ofrece refugio seguro: «Vengan a mí todos los que están cansados y agobiados, y yo los aliviaré» (Mt 11,28). En Jesús, Dios no sólo protege, sino que comparte la pobreza humana hasta la cruz.

Los pobres de nuestros días son los olvidados y los marginados: despojados de una palabra y de un rostro, además del pan. Que ellos puedan encontrar al Hijo de Dios, que se hace prójimo de todos sin descuidar a nadie. Que lo encuentren, ante todo, en quienes se dicen cristianos. En la Iglesia, su Cuerpo, es Jesús quien ofrece pan y amistad; trae luz y un horizonte de esperanza; pronuncia el nombre de cada uno y devuelve a todos la dignidad. Jesús de Nazaret es el don de Dios para los pobres. En Él todas las promesas se hacen realidad. Para quienes carecen de una casa, de un trabajo, de educación, de alimento, de salud, se abre un nuevo camino: el compartir como expresión del Reino de Dios (cf. Mt 5,3). A la obsesión de quienes acumulan riquezas sólo para sí se opone la obstinación de Dios que, en el testimonio de personas de carne y hueso, abre el corazón y acoge en su amor.

4. En Cristo estamos llamados, por tanto, también nosotros a hacernos pobres y a convertirnos en refugio para el pobre. La comunidad cristiana no puede permanecer insensible ante tantos que hoy están a la puerta y siguen siendo invisibles para quienes permanecen encerrados entre sus propios muros. La Iglesia, por su misma naturaleza, está llamada a ser pobre y refugio para los pobres. No olvidemos el comentario de san Agustín a la parábola del hombre rico y del pobre Lázaro: «Calló el nombre del rico e indicó el del mendigo. Dios calló el nombre tan pregonado del primero; sin embargo, dio a conocer el del segundo […] ¿Qué elegirías: ser pobre como el uno o ser como el rico? No te dejes engañar: escucha cuál fue el final de ambos y advierte cuál es la elección equivocada» (Sermón 33A, 4).

Como recordé en la Exhortación apostólica Dilexi te, «Dios muestra predilección hacia los pobres, a ellos se dirige la palabra de esperanza y de liberación del Señor y, por eso, aun en la condición de pobreza o debilidad, ya ninguno debe sentirse abandonado. Y la Iglesia, si quiere ser de Cristo, debe ser la Iglesia de las Bienaventuranzas, una Iglesia que hace espacio a los pequeños y camina pobre con los pobres, un lugar en el que los pobres tienen un sitio privilegiado» (n. 21).

Surgen inevitablemente algunas preguntas, que en esta X Jornada Mundial de los Pobres tenemos la urgencia de hacer resonar en nuestra mente y en nuestro corazón. ¿Somos signo de un Dios que es refugio para los pobres? ¿Tenemos conciencia de nuestra pobreza y la preferimos a la riqueza injusta? ¿Llegamos hasta donde se encuentran los pobres, experimentando su marginalidad? ¿Escuchamos sus pensamientos y compartimos sus esperanzas? ¿Pronunciamos sus nombres con ternura divina? ¿Nuestra caridad reactiva y sostiene en ellos el deseo de justicia y de rescate? Estas y muchas otras preguntas obligan a un serio examen de conciencia, para verificar cuánto estamos todavía llamados a llegar a ser en favor de los pobres y de su liberación. Entonces veremos que los pobres se convierten ellos mismos en refugio para otros. La experiencia de la pobreza vuelve particularmente sensibles a una solidaridad renovada ante los desafíos.

El amor de Cristo nos hace, en efecto, partícipes de la vida de amor de Dios. En este sentido, los cristianos están llamados no sólo a buscar refugio en Dios, sino también a hacerse, en Él, refugio para los demás, sin «distinguir entre el que asiste y el que es asistido, entre el que parece dar y el que parece recibir, entre el que se presenta pobre y el que siente la necesidad de ofrecer tiempo, capacidades y ayuda. Somos la Iglesia del Señor, una Iglesia de pobres, todos preciosos, todos partícipes, cada uno portador de una Palabra única de Dios. Cada uno es un don para los demás» (Homilía, 17 agosto 2025).

5. El octavo centenario de la muerte de san Francisco de Asís nos impulsa a recordar cómo, llegado a Roma como peregrino a la tumba del apóstol Pedro, fue conmovido por la compasión hacia los mendigos. Para comprender y experimentar su sufrimiento, se quitó sus propias vestiduras y las cambió por los vestidos andrajosos de uno de ellos, sentándose a pedir limosna y pasando todo el día entre los pobres con alegría de espíritu (cf. Fuentes Franciscanas, 1405-1406). Queremos testimoniar que es posible, también hoy, experimentar la misma alegría al ponerse en el lugar de los pobres y escucharlos, en vez de sólo hablar de ellos. Quien tiene a Dios por refugio es libre de tomar decisiones proféticas, que testimonian cómo todo puede ser repensado desde abajo, en la humildad y en la fraternidad que, sólo ellas, reparan un mundo herido por la prepotencia.

Confío en que esta X Jornada Mundial de los Pobres pueda constituir una etapa significativa para redescubrir el rostro de tantos hermanos y hermanas que buscan refugio en Dios y desean sentirse en casa en nuestras comunidades. Mantengamos viva la obediencia a la Palabra de Dios, que suscita la conversión del corazón. Que la Virgen María, que en la carne crucificada del Hijo contempló el amor de Dios que colma de bienes a los hambrientos y despide a los ricos con las manos vacías (cf. Lc 1,53), interceda por nosotros.

Vaticano, 13 de junio de 2026, memoria de san Antonio de Padua.

LEÓN PP. XIV

[00976-ES.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

O Senhor é o refúgio do pobre (cf. Sl 14, 6)

1. O Senhor é o refúgio do pobre (cf. Sl 14, 6). As palavras do salmista sugerem o caminho que somos chamados a percorrer na perspectiva do X Dia Mundial dos Pobres. Mais uma vez, é necessário recorrer à Palavra de Deus para compreender a importância que os pobres têm na vida da Igreja. A expressão do Salmo torna-se critério de avaliação para avaliar a existência cristã, pois revela o rosto de Deus e reconhece a pobreza humana. Realmente, num momento histórico dramático como foi a destruição do templo de Jerusalém, o povo sentiu-se privado da presença de Deus e experimentou uma miséria material e moral sem precedentes.

De geração em geração, esta Palavra revela-se em toda a sua atualidade. Desde o início, ela mostra a contradição na qual ainda hoje se cai frequentemente. Com efeito, a primeira constatação é esta: «O insensato diz em seu coração: “Não há Deus!”. Corruptas e abomináveis são as suas ações; não há quem faça o bem» (Sl 14, 1). Ela põe em evidência o contraste entre os que se comportam com sabedoria e os que, pelo contrário, levam a vida como se não houvesse nada acima deles. Nota-se, infelizmente, como também nos nossos dias é difundida uma injustiça social que brota duma corrupção arrogante, tão deplorável quanto discriminatória. A perda do sentido de transcendência na vida quotidiana já não é tanto uma negação teórica da existência de Deus; antes, manifesta-se em não considerar a sua bondade e misericórdia na construção da justiça pessoal e social.

Os primeiros a sofrer as consequências são os pobres, cujo número, não por acaso, está a aumentar em muitas sociedades. A ausência de Deus faz com que as pessoas já não se coloquem umas ao lado das outras, num clima de respeito mútuo, mas sim umas acima das outras, num clima de domínio e opressão. Assim, é exibida uma lógica mundana de abuso de poder e descarte, que marginaliza e humilha. Nesta condição encontram-se não só pessoas individualmente, mas populações inteiras. As palavras do Salmo ressoam ainda cheias de verdade: «Devoram o meu povo, como quem come pão» (Sl 14, 4).

2. O clamor dos pobres por justiça é hoje abafado por múltiplas técnicas, cada vez mais dissimuladas, a ponto de silenciar todos os seus esforços para fazer ouvir as suas reivindicações. O ambiente digital radicaliza o preconceito contra eles e aumenta a cortina de indiferença que envolve as suas causas. Ao pobre não resta senão clamar por Deus (cf. Sl 34,7) e fazer chegar até Ele o seu lamento, com a certeza de ser ouvido, porque Deus é fiel e rico em misericórdia. Os oprimidos, humilhados e indefesos crescem também hoje na certeza de que devem entregar-se a Deus, cheios de confiança e expectativa. Nesta entrega total, renasce o sentido da própria dignidade, reconhecem-se irmãs e irmãos com quem organizar os próprios sonhos, a esperança torna-se silenciosamente realidade. Refugiar-se em Deus equivale a encontrar a proteção verdadeira e segura, aquela que os poderosos não podem garantir e preferem negar.

O pobre, porém, sabe reconhecer melhor do que os outros o essencial, porque vive do essencial. Semelhante a Cristo mais do que qualquer outro, reconhece Deus como seu refúgio, mesmo quando as circunstâncias parecem contradizê-lo, e está cheio de esperança na justiça divina, que não tardará a manifestar-se. Na noite do abandono e da solidão, o pobre «habita sob a proteção do Altíssimo» (cf. Sl 91, 1). Todos os que estão aflitos, os que sofrem injustiça e são ofendidos, os que estão no sofrimento e na dor, os que estão sozinhos e sem sentido para a vida podem encontrar consolo e nova motivação junto do Senhor.

3. Ser refúgio não é apenas uma promessa, mas torna-se realidade na pessoa de Jesus Cristo. Deus vem habitar entre nós com a encarnação do Filho, que torna concreto e visível o refúgio esperado. Jesus Cristo é verdadeiramente o refúgio de Deus para os pobres. Pela sua obediência ao Pai, Ele desce até ao ponto mais baixo, onde se encontram os últimos. Ele vai ao encontro de todos e oferece a cada um um refúgio seguro: «Vinde a mim, todos os que estais cansados e oprimidos, que Eu hei-de aliviar-vos» (Mt 11, 28). Em Jesus, Deus não só protege, mas partilha a pobreza humana até à cruz.

Os pobres dos nossos dias são os esquecidos e os marginalizados: privados de uma palavra e de um rosto, e não só do pão. Que eles possam encontrar o Filho de Deus, que se faz próximo de todos sem deixar ninguém de lado. Que o encontrem, antes de mais, naqueles que se dizem cristãos. Na Igreja, seu Corpo, é Jesus quem oferece pão e amizade; traz luz e um horizonte de esperança; pronuncia o nome de cada um e devolve a todos a dignidade. Jesus de Nazaré é o dom de Deus aos pobres. N’Ele, todas as promessas tornam-se realidade. Para todos aqueles que carecem de casa, trabalho, instrução, alimento e saúde, abre-se um novo caminho: a partilha como expressão do Reino de Deus (cf. Mt 5, 3). À obsessão daqueles que acumulam riquezas apenas para si opõe-se a obstinação de Deus que, no testemunho de pessoas de carne e osso, abre o coração e acolhe no seu amor.

4. Em Cristo, portanto, também nós somos chamados a tornarmo-nos pobres e a sermos refúgio para os pobres. A comunidade cristã não pode permanecer insensível perante tantos que hoje se encontram à porta e permanecem invisíveis para aqueles que estão fechados entre as suas próprias paredes. A Igreja, pela sua própria natureza, é chamada a ser pobre e refúgio para os pobres. Não esqueçamos o comentário de Santo Agostinho à parábola do homem rico e do pobre Lázaro: «Calou o nome do rico e disse o nome do pobre. O nome do rico andava de boca em boca, mas Deus calou-o; o nome do pobre passava em silêncio, mas Deus revelou-no-lo. […] Tu, que escolherias? Ser pobre como Lázaro ou ser rico como o outro? Não te deixes enganar! Escuta qual foi o fim e repara na má escolha» (Sermo 33A, 4).

Como recordei na Exortação Apostólica Dilexi te, «Deus mostra predileção pelos pobres: a eles primeiramente se dirige a palavra de esperança e libertação do Senhor e por isso ninguém, apesar da condição de pobreza ou fraqueza, deve sentir-se abandonado. E a Igreja, se deseja ser de Cristo, deve ser Igreja das Bem-aventuranças, Igreja que dá vez aos pequeninos e caminha pobre com os pobres, lugar onde os pobres têm um espaço privilegiado» (n.º 21).

Surgem inevitavelmente algumas perguntas que, neste X Dia Mundial dos Pobres, precisamos urgentemente de fazer ressoar na nossa mente e no nosso coração. Somos sinal de um Deus que é refúgio para os pobres? Temos consciência da nossa pobreza e preferimo-la à riqueza injusta? Chegamos onde se encontram os pobres, experimentando a sua marginalidade? Ouvimos os seus pensamentos e partilhamos as suas expectativas? Pronunciamos os seus nomes com ternura divina? A nossa caridade reaviva e sustenta neles o desejo de justiça e redenção? Estas e muitas outras questões obrigam-nos a um sério exame de consciência, para verificar o quanto ainda somos chamados a ser em favor dos pobres e da sua libertação. Então veremos que os pobres se tornam, eles próprios, refúgio para os outros. A experiência da pobreza faz-nos particularmente sensíveis a uma solidariedade renovada perante os desafios.

O amor de Cristo torna-nos, na verdade, participantes da vida de amor de Deus. Neste sentido, os cristãos são chamados não só a procurar refúgio em Deus, mas também a tornar-se, em Deus, um refúgio para os outros, sem «fazer distinção entre quem assiste e quem é assistido, entre quem parece dar e quem parece receber, entre quem aparece pobre e quem sente que oferece tempo, competências, ajuda. Somos a Igreja do Senhor, uma Igreja de pobres, todos preciosos, todos sujeitos, cada um portador de uma Palavra singular de Deus. Cada um é um dom para os outros» (Homilia, 17 de agosto de 2025).

5. O oitavo centenário da morte de São Francisco de Assis convida-nos a recordar como, ao chegar a Roma em peregrinação ao túmulo do apóstolo Pedro, ele se compadeceu dos mendigos. Para compreender e experimentar o seu sofrimento, tirou as próprias vestes e trocou-as pelas roupas esfarrapadas de um deles, sentando-se a pedir esmola e passando o dia inteiro no meio dos pobres com alegria de espírito (cf. Fontes Franciscanas, 1405-1406). Queremos testemunhar que é possível, também hoje, experimentar a mesma alegria ao colocar-se no lugar dos pobres e ao ouvi-los, em vez de apenas falar sobre eles. Quem tem Deus como refúgio é livre para fazer escolhas proféticas, que testemunham como tudo pode ser repensado a partir de baixo, na humildade e na fraternidade que, por si sós, curam um mundo ferido pela prepotência.

Confio que este X Dia Mundial dos Pobres possa constituir uma etapa significativa na redescoberta do rosto de tantos irmãos e irmãs que procuram refúgio em Deus e desejam sentir-se em casa nas nossas comunidades. Mantenhamos viva a obediência à Palavra de Deus, que nos convida à conversão do coração. Possa a Virgem Maria, que na carne crucificada do Filho contemplou o amor de Deus que enche de bens os famintos e despede os ricos de mãos vazias (cf. Lc 1, 53), interceder por nós.

Vaticano, 13 de junho 2026, memória de Santo António de Lisboa.

LEÃO PP. XIV

[00976-PO.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

Pan jest ucieczką ubogiego (por. Ps 14, 6)

1. „Pan jest ucieczką ubogiego” (por. Ps 14, 6). Słowa Psalmisty wskazują drogę, którą mamy przejść, przygotowując się do X Światowego Dnia Ubogich. Trzeba nam raz jeszcze powrócić do Słowa Bożego, aby zobaczyć, jak ważne miejsce ubodzy zajmują w życiu Kościoła. Stwierdzenie psalmu staje się kryterium oceny chrześcijańskiego życia, ponieważ odsłania oblicze Boga i pozwala rozpoznać ludzkie ubóstwo. W dramatycznym momencie dziejów, jakim było zburzenie świątyni jerozolimskiej, lud poczuł się bowiem pozbawiony obecności Boga i doświadczył nędzy materialnej oraz moralnej, jakiej dotąd nie zaznał.

W każdym pokoleniu to Słowo jawi się w całej swojej aktualności. Już od początku ukazuje sprzeczność, w którą człowiek często popada także w naszych czasach. Pierwsze stwierdzenie brzmi bowiem: „Mówi głupi w sercu swoim: «Nie ma Boga». Zepsuci są, ohydne rzeczy popełniają, nie ma nikogo, kto by czynił dobrze” (Ps 14, 1). Uwydatnia ono kontrast między tymi, którzy postępują mądrze, a tymi, którzy prowadzą swoje życie tak, jakby ponad nimi niczego już nie było. Niestety, także dzisiaj widać, jak bardzo rozpowszechniona jest niesprawiedliwość społeczna, rodząca się z butnej korupcji – tym bardziej godnej potępienia, że prowadzącej do dyskryminacji. Utrata poczucia transcendencji w życiu codziennym nie polega już przede wszystkim na teoretycznym negowaniu istnienia Boga; ujawnia się raczej w tym, że w budowaniu sprawiedliwości osobistej i społecznej pomija się Jego dobroć i miłosierdzie.

Jako pierwsi konsekwencje tego stanu rzeczy ponoszą biedni, których – nieprzypadkowo – przybywa w wielu społeczeństwach. Nieobecność Boga sprawia, że ludzie nie żyją już obok siebie we wzajemnym szacunku, lecz jedni ponad drugimi – pod znakiem panowania i ucisku. W ten sposób odsłania się profanująca logika zawłaszczenia i odrzucenia, która spycha na margines i upokarza. W takim położeniu znajdują się nie tylko pojedyncze osoby, lecz całe narody. Słowa psalmu nadal rozbrzmiewają pełnią prawdy: „Mój lud pożerają, jak gdyby chleb jedli” (Ps 14, 4).

2. Krzyk ubogich o sprawiedliwość jest dziś tłumiony na wiele, coraz bardziej podstępnych sposobów, tak iż każda ich próba upomnienia się o swoje prawa zostaje pozbawiona głosu. Środowisko cyfrowe pogłębia uprzedzenia wobec nich i wzmacnia zasłonę obojętności wokół ich spraw. Ubogiemu nie pozostaje nic innego, jak wołać do Boga (por. Ps 34, 7) i zanosić do Niego swoją skargę, będąc pewnym, że zostanie wysłuchany, ponieważ Bóg jest wierny i bogaty w miłosierdzie. Ci, którzy są uciskani, upokorzeni i bezbronni, także dzisiaj dojrzewają w przekonaniu, że powinni powierzyć się Bogu – pełni ufności i oczekiwania. W tym całkowitym zawierzeniu na nowo rozkwita poczucie własnej godności, w innych uznaje się siostry i braci, z którymi można wspólnie nadawać kształt swoim marzeniom, a nadzieja po cichu staje się rzeczywistością. Uciekać się do Boga znaczy znaleźć prawdziwą i pewną opiekę – tę, której możni nie potrafią zapewnić, a której wolą odmawiać.

Ubogi jednak bardziej niż inni potrafi rozpoznać to, co istotne, ponieważ żyje tym, co istotne. Będąc bardziej niż ktokolwiek inny podobnym do Chrystusa, uznaje on Boga za swoją ucieczkę nawet wtedy, gdy okoliczności zdają się temu przeczyć, i jest pełen nadziei na Jego sprawiedliwość, która nie zwleka z objawieniem się. W nocy opuszczenia i samotności ubogi „mieszka w cieniu Wszechmocnego” (Ps 91, 1). Ci, którzy są utrapieni, którzy doznają niesprawiedliwości i zniewag, którzy żyją w cierpieniu i bólu, którzy są samotni i pozbawieni poczucia sensu życia, mogą znaleźć u Pana pocieszenie i nową motywację.

3. Bycie ucieczką nie jest jedynie obietnicą, lecz staje się rzeczywistością w osobie Jezusa Chrystusa. Bóg zamieszkuje pośród nas przez wcielenie Syna, które czyni upragnioną ucieczkę czymś konkretnym i widzialnym. Jezus Chrystus jest prawdziwie Bożą ucieczką dla ubogich. Przez swoje posłuszeństwo Ojcu zstępuje aż na samo dno, tam, gdzie znajdują się ostatni. Wychodzi naprzeciw wszystkim i każdemu ofiaruje bezpieczną ucieczkę: „Przyjdźcie do Mnie wszyscy, którzy utrudzeni i obciążeni jesteście, a Ja was pokrzepię” (Mt 11, 28). W Jezusie Bóg nie tylko chroni, lecz staje się aż po krzyż uczestnikiem ludzkiej biedy.

Ubodzy naszych czasów to zapomniani i zepchnięci na margines: okradani nie tylko z chleba, lecz także z głosu i twarzy. Oby mogli spotkać Syna Bożego, który staje się bliski wszystkim i nikogo nie pomija. Niech spotkają Go przede wszystkim w tych, którzy nazywają siebie chrześcijanami. W Kościele, który jest Jego Ciałem, to Jezus daje chleb i przyjaźń; przynosi światło i horyzont nadziei; wypowiada imię każdego i wszystkim przywraca godność. Jezus z Nazaretu jest darem Boga dla ubogich. W Nim wszystkie obietnice stają się rzeczywistością. Przed tymi, którzy nie mają domu, pracy, wykształcenia, pożywienia ani dostępu do opieki zdrowotnej, otwiera się nowa droga: dzielenie się jako wyraz królestwa Bożego (por. Mt 5, 3). Obsesji tych, którzy gromadzą bogactwa wyłącznie dla siebie, przeciwstawia się nieustępliwa wierność Boga, który przez świadectwo ludzi z krwi i kości otwiera serce i przyjmuje do swojej miłości.

4. W Chrystusie także my jesteśmy zatem wezwani, aby stawać się ubogimi i być ucieczką dla ubogiego. Wspólnota chrześcijańska nie może pozostać nieczuła wobec tak wielu ludzi, którzy dziś stoją u drzwi, a pozostają niewidoczni dla tych, którzy zamknęli się we własnych murach. Kościół ze swej natury jest powołany do tego, aby być ubogi i być ucieczką dla ubogich. Nie zapominajmy o komentarzu św. Augustyna do przypowieści o bogaczu i ubogim Łazarzu: „Przemilczał imię bogacza, a powiedział nam imię ubogiego. Imię bogacza krążyło z ust do ust, lecz Bóg je przemilczał; imię ubogiego pomijano milczeniem, lecz Bóg nam je objawił. (…) Ty co byś wybrał? Być ubogim jak Łazarz czy bogatym jak tamten? Nie daj się zwieść! Posłuchaj, jaki był koniec, i zwróć uwagę na zły wybór” (Sermo 33A, 4).

Jak wspomniałem w Adhortacji apostolskiej Dilexi te: „Bóg ma szczególne upodobanie w ubogich. To do nich przede wszystkim skierowane jest słowo nadziei i wyzwolenia Pana, dlatego nikt, nawet w ubóstwie lub słabości, nie może czuć się opuszczony. A Kościół, jeśli chce być Chrystusowym, musi być Kościołem Błogosławieństw, Kościołem, który robi miejsce małym i idzie ubogi z ubogimi, miejscem, w którym ubodzy mają uprzywilejowaną pozycję” (n. 21).

Nieuchronnie rodzą się pytania, którym w ten X Światowy Dzień Ubogich powinniśmy z całą pilnością pozwolić wybrzmieć w naszym umyśle i sercu. Czy jesteśmy znakiem Boga, który jest ucieczką dla ubogich? Czy jesteśmy świadomi własnego ubóstwa i czy wybieramy je bardziej niż niesprawiedliwe bogactwo? Czy docieramy tam, gdzie są ubodzy, doświadczając ich marginalizacji? Czy słuchamy ich myśli i dzielimy ich oczekiwania? Czy wypowiadamy ich imiona z Bożą czułością? Czy nasza czynna miłość na nowo budzi i podtrzymuje w nich pragnienie sprawiedliwości i wyzwolenia? Te i wiele innych pytań jest przynagleniem do poważnego rachunku sumienia, abyśmy rozeznali, do czego jeszcze jesteśmy wezwani dla dobra ubogich i dla ich wyzwolenia. Wtedy przekonamy się, że sami ubodzy stają się ucieczką dla innych. Doświadczenie ubóstwa czyni szczególnie wrażliwymi na odnowioną solidarność wobec pojawiających się wyzwań.

Miłość Chrystusa czyni nas bowiem uczestnikami życia miłością samego Boga. W tym sensie chrześcijanie są wezwani nie tylko do szukania ucieczki w Bogu, lecz także do tego, by w Bogu stawać się ucieczką dla innych, „nie czyniąc różnic między tymi, którzy pomagają, a tymi, którym się pomaga; między tymi, którzy zdają się dawać, a tymi, którzy wydaje się, że otrzymują; między tymi, którzy wydają się ubodzy, a tymi, którzy czują, że mogą ofiarować swój czas, zdolności, pomoc. Jesteśmy Kościołem Pana, Kościołem ubogich, wszyscy jesteśmy cenni, wszyscy jesteśmy osobami, każdy niesie w sobie niepowtarzalne Słowo Boże. Każdy jest darem dla innych” (Homilia, 17 sierpnia 2025)[1].

5. Osiemsetna rocznica śmierci św. Franciszka z Asyżu przynagla nas, by przypomnieć, że gdy jako pielgrzym przybył do Rzymu, do grobu Apostoła Piotra, ogarnęło go współczucie wobec żebraków. Aby zrozumieć i osobiście doświadczyć ich cierpienia, zdjął własne szaty i zamienił je na łachmany jednego z nich, a potem usiadł, prosząc o jałmużnę, i z radością ducha spędził cały dzień pośród biednych (por. Fonti Francescane, 1405-1406)[2]. Chcemy dawać świadectwo, że także dzisiaj możliwe jest doświadczenie tej samej radości, gdy stawiamy się w sytuacji biednych i słuchamy ich, zamiast jedynie o nich mówić. Kto ma Boga za ucieczkę, jest wolny, by dokonywać wyborów profetycznych, które świadczą, że wszystko można przemyśleć na nowo wychodząc od podstaw – w pokorze i braterstwie, bo tylko one naprawiają świat zraniony przez arogancję siły.

Ufam, że ten X Światowy Dzień Ubogich stanie się ważnym etapem ponownego odkrywania oblicza tak wielu braci i sióstr, którzy szukają ucieczki w Bogu i pragną czuć się u siebie w naszych wspólnotach. Zachowujmy żywe posłuszeństwo Słowu Bożemu, które pobudza do nawrócenia serca. Niech wstawia się za nami Maryja Panna, która w ukrzyżowanym ciele Syna kontemplowała miłość Boga – Tego, który „głodnych nasyca dobrami, a bogatych z niczym odprawia” (Łk 1, 53).

Z Watykanu, dnia 13 czerwca 2026 r., we wspomnienie św. Antoniego z Padwy.

LEON PP. XIV

______________

[1] Homilia podczas Mszy św. w Sanktuarium Santa Maria della Rotonda, „L’Osservatore Romano”, wyd. polskie, nr 9 (475)/2025, s. 40.

[2] Relacja Trzech Towarzyszy, 10, w: Źródła Franciszkańskie, red. R. Prejs, Z. Kijas, Kraków 2005, s. 1462-1463.

[00976-PL.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua araba

رسالة قداسة البابا لاوُن الرّابع عشر

في اليوم العالميّ العاشر للفقراء

الأحد الثّالث والثّلاثون من زمن السّنة

15 تشرين الثّاني/نوفمبر 2026

”الرّبّ مُعتَصم الفقير“ (راجع المزمور 14، 6)

1. ”الرّبّ مُعتَصم الفقير“ (راجع المزمور 14، 6). كلام صاحب المزامير يرسم المسار الذي نحن مدعوّون إلى أن نسير فيه استعدادًا لليوم العالميّ العاشر للفقراء. من الضّروريّ مرّة أخرى أن نعود إلى كلمة الله لكي نتحقّق من الأهمّيّة التي يحتلّها الفقراء في حياة الكنيسة. فعبارة المزمور هي المعيار للحكم على الحياة المسيحيّة، لأنّها تكشف وجه الله وتعترف بفقر الإنسان. في الواقع، في لحظة تاريخيّة مأساويّة، التي كانت لحظة تدمير هيكل أورشليم، شعر الشّعب بأنّه حُرِم من حضور الله، واختبر بؤسًا مادّيًّا وأخلاقيًّا لم يسبق له مثيل.

كلمة الله تظهر في كلّ جيل بكلّ واقعيّتها في اللحظة الرّاهنة. منذ البداية تكشف عن التّناقض الذي نقع فيه مرارًا حتّى في أيّامنا هذه. في الواقع، أوّل ما يلفت الانتباه هو هذا القول: "قالَ الجاهِلُ في قَلبِه: «لَيسَ إِله». فَسَدَت أَعْمالُهم وقَبُحت، ولَيسَ مَن يَصنَعُ الصَّالِحات" (المزمور 14، 1). هذه العبارة تُظهر التّباين بين الذين يتصرّفون بحكمة والذين يسيرون في حياتهم وكأنّه لا يوجد فوقهم شيء. للأسف، يمكننا أن نلاحظ كيف أنّ الظّلم الاجتماعيّ النّاجم عن فساد زائد، مستهجَن ومفرِّقٍ بين النّاس، لا يزال منتشرًا حتّى في أيّامنا هذه. لم يعد فقدان معنى التّسامي فوق ما هو أرضيّ في الحياة اليوميّة إنكارًا نظريًّا لوجود الله فقط، بل يظهر في إهمال صلاحه ورحمته في بناء العدل الشّخصيّ والاجتماعيّ.

أوّل من يتأثّر من تَبِعات ذلك هم الفقراء، وليس من قبيل الصّدفة أنّ أعدادهم تزداد في كثير من المجتمعات. غياب الله لا يجعل النّاس يقفون جنبًا إلى جنب في احترام متبادل، بل يجعل أحدهم فوق الآخر في منطق السّيطرة والتسلّط. وهكذا تَظهر عقليّة مُدَنِّسّة قائمة على الهيمنة والإقصاء، تُهمِّش الإنسان وتُذلُّه. في هذه الظّروف لا نجد فقط أفرادًا، بل شعوبًا بأكملها. لا يزال كلام المزمور يتردّد صداه مليئًا بالحقيقة: "يَأكُلونَ شَعْبي، كما يُؤكَلُ الخُبزُ" (المزمور 14، 4).

2. صراخ الفقراء طلبًا للعدل تُطفئه اليوم تقنيّات متعدّدة، تزداد مكرًا، لدرجة أنّها تجعل كلّ محاولة منهم لإيصال مطالبهم بلا صوت. البيئة الرّقميّة تشدّد الأحكام المسبقة ضدّهم وتزيد من جدار اللامبالاة الذي يُحيط بقضاياهم. ولا يبقى للفقير سوى أن يصرخ إلى الله (راجع المزمور 34، 7) ويرفع إليه شكواه، وهو واثق بأنّه سيُصغي إليه، لأنّ الله أمين وغنيّ بالرّحمة. المضطهدون والمُهانون والذين لا حامي لهم يزداد يقينهم اليوم أيضًا بأنّه يجب عليهم أن يتّكلوا على الله، وأن يمتلئوا بالثّقة والانتظار. في هذا الاتّكال الكامل، يَزدهر من جديد إحساسهم بكرامتهم، ويعترفون بعضهم ببعض إخوة وأخوات ينظّمون أحلامهم، ويسير الرّجاء بصمت ويصير واقعًا. أن نلتجأ إلى الله يعني أن نجد الحماية الحقيقيّة والآمنة، تلك التي لا يستطيع الأقوياء أن يضمنوها لنا ويفضّلون إنكارها.

غير أنّ الفقير يعرف كيف يميّز ما هو أساسيّ، أكثر مِن غيره، لأنّه يعيش مِن ما هو أساسيّ. وهو أشبه من أيّ شخص آخر بالمسيح، ويُدرك أنّ الله ملجأه ومُعتَصَمُه حتّى عندما تبدو الظّروف مناقضة له، وهو مُفعم بالرّجاء بناء على عدل الله الذي يظهر ولا يتأخّر. في لَيل التخلّي والعزلة ”يسكن الفقير كنف العليّ“ (راجع المزمور 91، 1). المتألّمون، والذين يتعرّضون للظلم والإهانة، والذين يعيشون المعاناة والألم، والذين هم وحيدون ومحرومون من معنى الحياة، يستطيعون أن يجدوا في الله تعزية ودافعًا جديدًا.

3. القول إنّ الله ملجأٌ ومعتصمٌ لنا ليس مجرّد وعد، بل هو حقيقة في شخص يسوع المسيح. فالله يسكن بيننا بتجسّد الابن، الذي يجعل الملجأ الذي نرجوه ملموسًا ومرئيًّا. يسوع المسيح هو حقًّا ملجأ الله للفقراء. وبطاعته للآب ينحدر إلى أدنى المواضع حيث يوجد الأخيرون. إنّه يأتي إلى لقاء الجميع ويقدّم لكلّ واحد ملجأً أمينًا: "تَعالَوا إِلَيَّ جَميعًا أَيُّها المُرهَقونَ المُثقَلون، وأَنا أُريحُكم" (متّى 11، 28). في يسوع، الله لا يحمي فقط، بل يشارك فقر البشر حتّى الصّليب.

الفقراء في أيّامنا هذه هم المنسيّون والمهمَّشون، الذين سُلبوا كلمتهم ووجههم وخبزهم أيضًا. هؤلاء الفقراء يمكنهم أن يلتقوا بابن الله الذي يقترب من الجميع من دون أن يُهمِل أحدًا. هم يلتقون به أوّلًا في الذين يسمّون أنفسهم مسيحيّين. ففي الكنيسة، التي هي جسده، يسوع يقدّم الخبز والصّداقة، ويَحمل النّور وأفق الرّجاء، ويقول اسم كلّ إنسان ويعيد إلى الجميع كرامتهم. يسوع النّاصريّ هو عطيّة الله للفقراء. فيه تتحقّق كلّ الوعود. المحرومون من البيت، والعمل، والتّعليم، والطّعام، والصّحّة، تُفتح لهم طريقٌ جديدة: طريق المشاركة التي تعبِّر عن ملكوت الله (راجع متّى 5، 3). وهوس الذين يكدّسون الثّروات لأنفسهم فقط، يقابله إصرار الله الذي يفتح قلبه ويستقبل الجميع في محبّته، في شهادة أُناسٍ حقيقيّين.

4. لذلك نحن أيضًا مدعوّون في المسيح إلى أن نصير فقراء وملجأً ومعتصمًا للفقير. فلا يجوز للجماعة المسيحيّة أن تبقى غير مبالية أمام الكثيرين الذين يقفون اليوم على الأبواب ويظلّون غير مرئيّين للذين يغلقون على أنفسهم جدرانهم. الكنيسة، بحكم طبيعتها، مدعوّة إلى أن تكون فقيرة وملجأً ومعتصمًا للفقراء. لا ننسَ تعليق القدّيس أغسطينس على مثل الغنيّ ولِعازر المسكين: "لقد أخفى الله اسم الغنيّ وأخبرنا باسم الفقير. كان اسم الغنيّ يتردّد على كلّ لسان، لكنّ الله أخفاه، أمّا اسم الفقير فكان مجهولًا، لكنّ الله كشفه لنا. [...] فأيّهما تختار؟ أن تكون فقيرًا مثل لِعازر أم غنيًّا مثل الآخر؟ لا تنخدع! انظر إلى النّهاية وتأمّل في سوء الاختيار" (العظة 33 أ، 4).

وكما ذكرتُ في الإرشاد الرّسوليّ، ”لقد أَحبَبتُكَ“، "فقد أظهر اللهُ محبّة خاصّة للفقراء: إليهم أوّلًا وجّه كلمة الله، كلمة رجاء وتحرير. ولذلك، رغم حالة الفقر أو الضّعف، يجب ألّا يشعر أحد بعد بأنّه متروك. والكنيسة، إن أرادت أن تكون كنيسة المسيح، عليها أن تكون كنيسة التّطويبات، كنيسة تفسح المجال للصغار، وتسير فقيرةً مع الفقراء، ويجد الفقراء فيها مكانًا وموقعًا مميَّزًا" (رقم 21).

ومن هنا تظهر حتمًا بعض الأسئلة التي يجب أن نطرحها بصورة مُلِحَّة على عقولنا وقلوبنا في هذا اليوم العالميّ العاشر للفقراء. هل نحن علامة لإله هو ملجأ ومعتصم للفقراء؟ هل ندرك فقرنا ونفضّله على الغنى الظّالم؟ هل نصل إلى حيث يوجد الفقراء فنختبر تهميشهم؟ هل نصغي إلى أفكارهم ونتقاسم آمالهم؟ هل ننطق بأسمائهم بحنان إلهيّ؟ وهل تُحيِي محبّتنا فيهم رغبة العدل والتحرّر وتسندها؟ هذه الأسئلة وغيرها تفرض علينا فحصًا جادًّا للضمير، لندرك إلى أيّ مدى ما زلنا مدعوّين إلى أن نصير من أجل الفقراء ومن أجل تحريرهم. إذّاك، سنرى أنّ الفقراء أنفسهم يصيرون ملجأً ومعتصمًا للآخرين. فخبرة الفقر تجعل الإنسان أكثر حساسيّة تجاه تضامن متجدّد أمام التحدّيات.

في الواقع، محبّة المسيح تجعلنا شركاء في حياة المحبّة الإلهيّة. من هذا المنطلق، فإنّ المسيحيّين مدعوّون ليس فقط إلى أن يبحثوا عن ملجأٍ في الله، بل أيضًا إلى أن يصيروا فيه ملجأً للآخرين، من دون "أن يميِّزوا بين مَن يساعد ومن يحتاج إلى مساعدة، وبين من يبدو أنّه يعطي ومن يبدو أنّه يأخذ، وبين من يَظهر فقيرًا ومن يشعر بأنّه يقدِّم وقته أو كفاءاته أو مساعدته. فنحن كنيسة الرّبّ يسوع، كنيسة الفقراء، حيث الجميع عزيزون، والجميع فاعلون، وكلّ واحد يحمل كلمة فريدة من الله. وكلّ واحد هو عطيّة من أجل الآخرين" (عظة، 17 آب/أغسطس 2025).

5. الذّكرى الثّمانمائة لوفاة القدّيس فرنسيس الأسيزيّ تدفعنا إلى أن نتذكّر كيف أنّه تأثّر بشدّة بالمتسوّلين، عندما وصل حاجًّا إلى روما عند قبر الرّسول بطرس. ولكي يفهم آلامهم ويختبرها، خلع ثيابه واستبدلها بثياب أحدهم البالية، وجلس يستعطي وقضى يومًا كاملًا بين الفقراء بفرح روحيّ (راجع المصادر الفرنسيسكانيّة، 1405-1406). ونحن أيضًا نريد أن نشهد بأنّه لا يزال ممكنًا اليوم أن نختبر هذا الفرح نفسه عندما نضع أنفسنا مكان الفقراء ونصغي إليهم بدلًا من أن نكتفي بالكلام عليهم. فمن يجعل الله ملجأه ومعتصمه يكون حرًّا في اتّخاذ خيارات نبويّة تشهد على كيف يمكن أن نفكّر من جديد في كلّ شيء انطلاقًا من الأسفل، في التّواضع والأخوّة اللذين يرمّمان وحدهما عالمًا جريحًا بالتجبّر والاستقواء.

أنا على ثقة بأنّ هذا اليوم العالميّ العاشر للفقراء يمكن أن يكون محطّة مهمّة لنكتشف من جديد وجه إخوة وأخوات كثيرين يبحثون عن ملجأٍ في الله، ويريدون أن يشعروا بأنّهم في بيتهم داخل جماعاتنا الكنسيّة. لِنُحافِظْ على طاعة حيّة لكلمة الله التي تدعونا إلى توبة القلب. ولتَشْفَعْ لنا سيِّدتنا مريم العذراء، التي تأمّلت، في جسد ابنها المصلوب، محبّةَ الله التي ”أَشبَعَت الجِياعَ مِنَ الخَيرات، والأَغنِياء صَرَفَتهم فارِغين“ (راجع لوقا 1، 53).

من الفاتيكان، يوم 13 حزيران/يونيو 2026، تذكار القدّيس أنطونيوس من بادوفا.

لاوُن الرّابع عشر

© Bollettino Santa Sede - 14 giugno 2026