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"Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare". Sono parole di Seneca che ben si adattano allo spirito dell'Apostolato del Mare:  l'opera che da novant'anni rende presente la Chiesa cattolica tra i marittimi. Ricordando l'anniversario di fondazione e celebrando l'Anno del marittimo voluto in questo 2010 dall'Organizzazione internazionale marittima, il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti - da cui l'Apostolato del Mare dipende - rivolge un appello a tutti gli Stati affinché ratifichino quanto prima la Convenzione sul lavoro marittimo del 2006, strumento fondamentale per migliorare le condizioni di lavoro e di vita di marinai e pescatori. Lo fa alla vigilia della Domenica del mare, che si celebra domani 11 luglio, con un messaggio - a firma degli arcivescovi Antonio Maria Vegliò, presidente del dicastero, e Agostino Marchetto, segretario - che rende omaggio al milione e mezzo di marittimi oggi attivi nel mondo, per il grande contributo da essi apportato al benessere della società. Il documento - indirizzato a cappellani, volontari, amici e sostenitori - esorta a una presa di coscienza delle difficili situazioni create dalla natura, ma spesso anche dall'uomo, in cui molti marittimi si vengono a trovare in navigazione.
Di solito qualificati come "invisibili" in quanto transitano rapidamente nei porti, la celebrazione annuale della Domenica del mare - spiega il messaggio - invita le comunità cristiane a vedere e a riconoscere i marittimi come "persone reali" che, con un duro lavoro e numerosi sacrifici, contribuiscono a rendere più facile la vita di altri individui. "Lavoratori diversi da quelli che operano a terra - prosegue il messaggio - anche perché non li vediamo recarsi al lavoro ogni giorno. Il loro contratto richiede infatti che, per un lungo periodo di tempo, lascino moglie, figli, famiglia e amici. Navigano da un porto all'altro, in luoghi spesso isolati, con pochissimo tempo per scendere a terra prima di riprendere il mare. Il perimetro della nave rappresenta il limite del loro mondo, lo spazio confinato della cabina è la loro casa ed essi lavorano con persone di nazionalità e religioni differenti, usando spesso una "Babele di lingue" per comunicare".
Per loro, inoltre "la solitudine è compagna costante e le ingiustizie sono frequenti":  equipaggi abbandonati in porti stranieri, attacchi dei pirati sempre più frequenti e criminalizzazione e detenzione ingiustificata come "prezzo da pagare" quando accadono incidenti.
Tra le poche luci, il progresso tecnologico che ha migliorato la sicurezza e l'affidabilità delle navi e riducendo il tempo di sosta nei porti. Di contro, poco è cambiato per quanto riguarda le semplici necessità umane di marittimi e pescatori:  un'accoglienza calorosa in Paese straniero, un mezzo di trasporto in città, un telefono o un computer per comunicare con i cari, un sacerdote che celebri la messa - se sono cattolici - o per benedirli, un amico per ascoltarne storie e problemi, un volontario o un agente pastorale per visitarli in ospedale o in prigione. Sono più o meno gli stessi bisogni che furono individuati dal manipolo di pionieri, che a Glasgow, in Scozia, il 4 ottobre 1920, si riunirono per decidere di dare assistenza spirituale e materiale ai marittimi cattolici "dimenticati":  il gesuita fratel Daniel Shields, Peter Anson e Arthur Grennon. Da allora l'Apostolato del Mare si è sviluppato al di là di ogni previsione, mentre l'assistenza pastorale mediante le visite a bordo delle navi resta la preoccupazione principale. "Oggi pertanto vogliamo incoraggiare - concludono gli arcivescovi Vegliò e Marchetto - a continuare a sostenere l'opera, con l'auspicio che le Chiese locali siano sempre più coinvolte in tale ministero".
L'Apostolato, con il suo network di Stella Maris e centri nei porti dei cinque continenti, risponde alle richieste dei marittimi, accogliendoli in una "casa lontano da casa" e rendendo la loro vita un po' più facile. In numerosi porti, cappellani e volontari visitano centinaia di navi e accolgono migliaia di marittimi di ogni religione e nazionalità, fornendo consigli, abiti, carte telefoniche e denaro, offrendo un "porto sicuro" in tempi di crisi e contribuendo a mantenere l'apertura ai valori trascendenti nella loro vita. A livello internazionale e nazionale, infine, l'Apostolato del Mare fa opera di advocacy, affinché siano rispettati i diritti dei marittimi e sia resa loro giustizia.

(©L'Osservatore Romano - 11 luglio 2010)