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buffonPubblichiamo stralci della relazione tenuta l’11 novembre all’Antonianum.

di GIUSEPPE BUFFON

Se evento e parola costituiscono l’essenza della tradizione francescana, alla Pontificia Università Antonianum spetta oggi, nella Chiesa e nell’Ordine francescano, la qualifica di unico centro di studi, abilitato alla ricerca e alla divulgazione della medesima tradizione in oggetto.
Esso è, infatti, l’unico im- pegnato a fornire una ricerca, una interpretazione, un’attualizzazione della tradizione teologica e filosofica francescana; l’unico a svolgere una funzione ecclesiale, sia verso i mem- bri dell’intera famiglia di san Fran- cesco, sia verso gli organismi del magistero ecclesiale; l’unico a funge- re da mediazione tra il magistero at- tuale della Chiesa e il deposito della tradizione francescana. In effetti, l’università minoritica è nata con la vocazione specifica di canale acca- demico-divulgativo dei risultati rag- giunti dai vari organismi di ricerca, già operanti in seno all’Ordine: il collegio degli editori di Quaracchi (Firenze), oggi presso il convento di Sant’Isidoro (Roma); il collegio per la storia delle missioni, poi Sinica francescana; i curatori della Biblio- theca Bio-Bibliografica della Terra Santa; e, non ultima, la Commissio- ne scotista. In doctrina et sanctitate , l’aforisma inserito nell’insegna della Pontificia Università Antonianum non equiva- le a un semplice motto. La dottrina, intesa come impegno a favore degli studi, e la santità, nella prospettiva francescana della paupertas , costitui- scono, infatti, come i poli di una tensione dialettica, che attraversa l’intera vicenda minoritica. Anche la storia della Pontificia Università Antonianum, perciò, fin dalle sue origini, registra la difficol- tà di armonizzare le esigenze di una struttura accademica all’altezza della modernità con i canoni di una po- vertà, recante il distintivo dello spe- cifico francescano. I difensori della tradizione pauperistica mettono sot- to accusa perfino la stessa dimensio- ne materiale della nuova sede uni- versitaria, compreso il suo profilo architettonico, ritenendolo contra- stante con la tipologia dell’edilizia mendicante. Lo stesso ministro ge- nerale, che ne promuove la fonda- zione, Bernardino da Portogruaro, viene fatto bersaglio di gravi accuse, fino addirittura a essere apostrofato con l’epiteto di nuovo frate Elia. Il motto In doctrina et sanctitate non sottende soltanto la dialettica tra studi e ideale minoritico della paupertas ; indica, bensì, lo sforzo af- finché l’originalità della sintesi teo- logica minoritica, connotata dalla mediazione affettiva, venga inserita in un contesto ecclesiale romano, condizionato dal tomismo sistemati- co della Gregoriana, università pon- tificia a tutti gli effetti. Non una ro- manità rigidamente ecclesiastica e legata alla controversia protestante, ma la romanità del poverello in visita a Innocenzo III , episodio inserito con intenzionalità tipicamente ro- mantica nel testo della pergamena, collocata sotto la pietra di fondazio- ne del nuovo edificio; infine, non certo una romanità esclusivamente tomista, ma scolastica, bonaventu- riana, non meno che aquinate, per la quale si batte il fondatore dell’Antonianum, fino al punto da rifiutare la propria firma in un indi- rizzo al Papa, perché in favore del solo tomismo; pronto, invece, a si- glare un documento che onori, con l’Aquinate, anche il maestro france- scano di Bagnoregio. La nuova sede universitaria, già studio generale aracoelitano, urta perciò, non solo l’autocoscienza dei figli del poverello, bensì la stessa sensibilità pauperistica delle gerar- chie pontificie e, in particolare, di Papa Leone XIII , terziario francesca- no e principale patrocinatore del to- mismo. Sia il Pontefice della Ae t e r n i patris , sia i suoi successori, seguaci della medesima dottrina, si dimo- strano non solo mal disposti a rico- noscere il valore didattico dell’ateneo minoritico, ma assolutamente contrari ai contenuti di un’accade- mia francescana, che divulga la teo- logia bonaventuriana e, ancora peg- gio, quella scotista. Escluso dal con- sesso delle accademie pontificie, l’Antonianum subisce la riduzione ad agenzia privata, destinata a svol- gere compiti educativi interni all’or- ganizzazione minoritica. Al medesi- mo processo di privatizzazione sog- giacciono gli studi stessi, diventan- do mero supporto della prassi apo- stolica più in voga nel primo tren- tennio del XX secolo, la missio ad gentes . Anche il fine missio- nario dell’istitu- to minoritico, già religio apostolica , stabilito in seguito all’emanazione del Codex iuris canonici (1917), concorre a stabi- lire la priorità della missione, sia su- gli studi, sia sulla loro agenzia di- vulgativa, l’Antonianum. La decadenza del valore priorita- rio degli studi a vantaggio dell’azio- ne missionaria e la loro privatizza- zione determinano un vero commis- sariamento dell’Antonianum, seque- strato dal governo dell’Ordine ed equiparato ad un qualsiasi ufficio della Curia generale. Nel 1931, la Deus scientiarum Do- minus impone all’Antonianum una svolta. La Sede apostolica, dopo una valutazione delle lacune di mol- ti centri accademici, sprovvisti di una metodologia universitario-scien- tifica e privi di norme atte a regola- mentare l’ammissione degli alunni, la durata del ciclo di studi e le pro- ve d’esame, obbliga tutte le istitu- zioni ecclesiastiche a uniformare metodi e standard curriculari a de- terminati modelli scientifici e dottri- nali. Per oltre cinquanta di esse, in- capaci di realizzare l’adeguamento richiesto, giunge a ordinare la chiu- sura, mentre per l’Antoniano, cui si riconosce lo standard universitario, dispone l’avvio dell’iter per il confe- rimento del titolo di ateneo. Nel Capitolo del 1939, il nuovo titolo di “p ontificio”, attribuito all’Antonia- num stimola una riflessione sulla sua funzione ecclesiale. Infatti, l’or- dine dispone, ora, di una struttura accademica di livello pari al Latera- no, all’Urbaniana e allo stesso An- gelicum. Nondimeno, come pronosticato da padre Klumper già nel 1927 e ri- badito dai rappresentanti delle province olandesi durante il capitolo del 1939, in cambio del riconosci- mento ottenuto dalla Sede apostoli- ca, l’Ordine si vede sottoposto a una triplice revisione degli statuti, nel 1934, nel 1935 e nel 1936: un lun- go ed estenuante negoziato con un’unica preziosa posta in gioco, l’identità della tradizione francesca- na. All’avvertimento dello stesso Pio XI : «State attenti che l’ateneo Anto- nianum non diventi un’accademia scotista», segue il provvedimento del cardinale Gaetano Bisleti, pre- fetto della Congregazione per i se- minari e le università degli studi, che di suo pugno aggiunge agli sta- tuti un articolo e un comma esplica- tivo, con l’imposizione, per l’Anto- nianum, di seguire il metodo teolo- gico dei documenti pontifici e, in particolare, della Aeterni patris . Solo l’intervento di Ferdinando Antonelli, futuro cardinale, riesce a procra stinare l’applicazione della normativa che avrebbe compromesso l’identità dell’istituzione francescana. Il ritorno all’identità francescana, promosso da Costantino Koser durante gli anni dell’aggiornamento conciliare, quasi il ripiegamento su un proprium di natura esclusiva, im pone all’Antonianum una nuova rinuncia all’autonomia accademica, un più assiduo coinvolgimento nelle iniziative della Curia generale e soprattutto una maggior caratterizzazione francescana della sua proposta accademica. Solo un magistero pontificio, che già nel 1986 collocava la tradizione francescana al centro del dibattito ecclesiale, ecumenico e interreligioso, e poi ancora con la Laudato si’, la costituisce riferimento per l’etica economica e ambientale, può far uscire l’eredità di Francesco d’Assisi da un hortus conclusus , dove essa è stata relegata e spesso si è relegata, conferendogli un’autentica dignità ecclesiale e, in seno all’istituzione minoritica, la dovuta priorità.

© Osservatore Romano - 16 novembre 2016



Qui il testo completo

Contenuti, metodi e ordinamenti didattici dell'offerta accademica francescana dalla Aeterni Patris alla Laudato sì

In avvio di riflessione
L’ideale francescano costituisce, dal pietismo (XVII sec.) in poi, punto di riferimento sicuro per quanti si impegnano nel dialogo interculturale, interreligioso e, in particolare, ecumenico. Non è azzardato, infatti, osservare che non Roma, bensì Assisi è stata eletta, almeno fin dall’incontro interreligioso del 1986, a capitale del dialogo tra i popoli, le culture e le religioni: sulla scia dello spirito di Assisi, non Pietro, ma Francesco costituisce il modello per eccellenza di inclusività e, perché no, di cattolicità la più universale. L’asserzione trova conferma oggi nella scelta del nome Francesco da parte di un papa, Jorge Bergoglio, che non solo assume l’incipit del Cantico di Frate Sole a titolo della prima enciclica dedicata interamente alla “cura per la casa comune”, Laudato sìì, ma in nome del santo e poeta assisiate propone un’etica ambientale che, superando i confini dello spazio internazionale della Pacem in terris di Giovanni XXIII, apre a una prospettiva davvero planetaria.
È questo il traguardo di una tradizione che fa del metodo induttivo la propria grammatica e, quindi, dell’empiria, intesa nel suo valore di evento e non di semplice cronaca, la base sulla quale fondare il proprio sapere e ancorare l’orientamento del proprio agire. Lo testimonia una lunga teoria di autori francescani con la scelta della via amoris, libertatis, pulchritudinis, approccio di evidente impronta olistica. Lo dimostra, inoltre, l’impostazione apostolica e missionaria francescana, con il suo accostarsi non elitario e non gerarchizzato alle varie culture. La sensibilità dei francescani per l’osservazione delle culture amerinde riceve, infatti, pieno riconoscimento dagli studiosi di etnografia dei secoli successivi, che, come Alexander von Humboldt, li identificano quali primi antropologi dell’epoca moderna. La passione per l’oggetto, prima che l’ancoraggio alle proprie categorie formali, è l’esito, in gran parte, degli studi umanistici realizzati presso l’Università Complutense di Alcalà (Madrid), progettata ed eretta da un altro francescano riformista, il cardinal Francesco Jiménez de Cisneros, che incoraggia la pubblicazione della prima Bibbia multilingue della storia (Bibbia Poliglotta Complutense). Dall’attenzione umanistica per lo studio della letteratura, dall’interesse verso le lingue deriva una lunga genealogia di linguisti frati, che si sono distinti per la composizione di grammatiche, dizionari, manuali… fino a giungere alla fondazione di veri e propri collegi per lo studio delle lingue, come già raccomandato da Raimondo Lullo, l’ideatore della svolta missionaria, che porta dalla crociata al dialogo interculturale.
Tuttavia, come l’evento per essere penetrato richiede la luce della Parola, così anche per Francesco e i suoi seguaci, la Parola, soprattutto quella liturgica, interpretata dai Padri, costituisce l’altra fonte della conoscenza e dell’azione. E, in verità, è lo stesso mondo protestante a nutrire interesse per Francesco, cogliendo in lui l’uomo della Parola, in contrapposizione, ad esempio, a Ignazio di Loyola, reputato invece, il devoto imitatore degli exempla Jesu. Come non ricordare, allora, Niccolò da Lira, ideatore e patrocinatore dello studio della lingua ebraica con finalità esegetiche; le iniziative dello studio generale francescano presso la Sorbona, a Parigi, che prevede nei suoi programmi corsi di lingue antiche, in particolare di ebraico, oltre che di greco; e, infine, la presenza secolare dei francescani in Terra Santa, che ha consentito, con il tempo, lo sviluppo di una spiccata sensibilità per l’ambiente mediorientale, studiato da frati architetti, geografi ed etnografi. L’attenzione, in particolare, per l’archeologia diventa passione per la Scrittura, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, quando viene realizzato il progetto dello Studium biblicum franciscanum.
Se, dunque, evento e parola costituiscono l’essenza della tradizione francescana, alla pontificia università Antonianum spetta oggi, nella Chiesa e nell’Ordine francescano, la qualifica di unico centro di studi, abilitato alla ricerca e alla divulgazione della medesima tradizione in oggetto. Esso è, infatti, l’unico impegnato a fornire una ricerca, una interpretazione, un’attualizzazione della tradizione teologica e filosofica francescana; l’unico a svolgere una funzione ecclesiale, sia verso i membri dell’intera famiglia di San Francesco, sia verso gli organismi del magistero ecclesiale; l’unico a fungere da mediazione tra il magistero attuale della Chiesa e il deposito della tradizione francescana. In effetti, l’Università minoritica è nata con la vocazione specifica di canale accademico - divulgativo dei risultati raggiunti dai vari organismi di ricerca, già operanti in seno all’Ordine: il Collegio degli editori di Quaracchi (Firenze), oggi presso il convento di S. Isidoro (Roma); il Collegio per la Storia delle missioni, poi Sinica francescana; i curatori della Bibliotheca Bio-Bibliografica della Terra Santa; e, non ultima, la Commissione Scotista, apprezzata anche a livello internazionale, per aver contribuito in primis all’edizione critica delle opere del Beato Giovanni Duns Scoto.
In doctrina et sanctitate
In doctrina et sanctitate, l’aforisma inserito nell’insegna della Pontificia Università Antonianum non equivale a un semplice motto. La dottrina, intesa come impegno a favore degli studi, e la santità, nella prospettiva francescana della paupertas, costituiscono, infatti, come i poli di una tensione dialettica, che attraversa l’intera vicenda minoritica. Anche la storia della Pontificia Università Antonianum, perciò, fin dalle sue origini, registra la difficoltà di armonizzare le esigenze di una struttura accademica all’altezza della modernità con i canoni di una povertà, recante il distintivo dello specifico francescano. I difensori della tradizione pauperistica mettono sotto accusa perfino la stessa dimensione materiale della nuova sede universitaria, compreso il suo profilo architettonico, ritenendolo assolutamente contrastante con la tipologia dell’edilizia mendicante. Lo stesso ministro generale, che ne promuove la fondazione, Bernardino da Portogruaro, viene fatto bersaglio di gravi accuse, fino addirittura ad essere apostrofato con l’epiteto di nuovo frate Elia. Perfino la sua stessa causa di canonizzazione subisce un forte ritardo a motivo degli strascichi dell’acceso dibattito sull’audacia del suo operato a favore dell’Antoniano.
Il motto In doctrina et sanctitate non sottende soltanto la dialettica tra studi e ideale minoritico della paupertas; indica, bensì, lo sforzo affinché l’originalità della sintesi teologica minoritica, connotata dalla mediazione affettiva, venga inserita in un contesto ecclesiale romano, condizionato dal tomismo sistematico della Gregoriana, università pontificia a tutti gli effetti. La fondazione di un centro di studi francescani nella Roma della Aeterni Patris ambisce, infatti, a una romanità alternativa a quella espressa dalla Compagnia di Gesù, modello istituzionale e apostolico auspicato per tutta la compagine ecclesiale.
Con essa, si intende cioè favorire non la romanità del metodo sistematico deduttivo, ma la romanità che Bernardino da Portogruaro indica al doelingeriano Pietro Hotzl, con l’invitarlo ad attingere alle fonti dei maestri medievali, secondo le indicazioni del direttore del collegio degli editori di Quaracchi; non la romanità della censura gesuita contro la filosofia rosminiana, ma la romanità del dibattito tra ontologisti e psicologisti, cui non si sottraggono i filologi di Quaracchi, plaudente il medesimo B. da Portoguraro, disposto perfino a rischiare il logoramento dell’autorevolezza bonaventuriana, chiamata in causa dai seguaci del roveretano; non una romanità votata all’uniformità controriformistica, ma la romanità della universitas medievale, che Rafael Delarbre d’Aurillac, Provinciale di Parigi, chiamato a Roma dal medesimo Ministro generale, prospetta, quando paragona l’Antonianum all’antico convento dei Cordelliers presso la Sorbonne; non una romanità rigidamente ecclesiastica e legata alla controversia protestante, ma la romanità del Poverello in visita a Innocenzo III, episodio inserito con intenzionalità tipicamente romantica nel testo della pergamena, collocata sotto la pietra di fondazione del nuovo edificio; infine, non certo una romanità esclusivamente tomista, ma scolastica, bonaventuriana, non meno che aquinate, per la quale si batte il fondatore dell’Antonianum, fino al punto da rifiutare la propria firma in un indirizzo al papa, perché in favore del solo tomismo; pronto, invece, a siglare un documento che onori, con l’Aquinate, anche il maestro francescano di Bagnoregio.
La nuova sede universitaria, già studio generale aracoelitano, urta perciò, non solo l’autocoscienza dei figli del poverello, bensì la stessa sensibilità pauperistica delle gerarchie pontificie e, in particolare, di papa Leone XIII, terziario francescano e principale patrocinatore del tomismo. Sia il pontefice della Aeterni patris, sia i suoi successori, seguaci della medesima dottrina, si dimostrano non solo mal disposti a riconoscere il valore didattico dell’ateneo minoritico, ma assolutamente contrari ai contenuti di un’accademia francescana, che divulga la teologia bonaventuriana e, ancora peggio, quella scotista, lesive della monocultura romana.
In merito così si esprime B. da Portogruaro: “Sul modo come fu condotta questa impresa [l’Antonianum] non scese mai la benedizione pontificia; se intende un breve, una lettera, un documento scritto, è vero: ma non si ebbe nemmeno pel centenario di S. Bonaventura, mentre i Domenicani lo ebbero nel centenario di S. Tommaso, insieme con una reliquia del S. dottore, da Pio IX; non si ebbe da Leone XIII nel centenario di S. Francesco, mentre ebbero un regalo i pp. Conventuali d'Assisi, e si dovette insistere per avere una lettera pontificia in favore dell'edizione delle opere di S. Bonaventura. Che vuol dire ciò? Non lo so. Più volte ho pensato che forse, perché ero generale io, l'Ordine non veniva onorato: e questa non fu l'ultima delle ragioni che m'indussero a dare la mia dimissione[1].”  
Infeudamento e subordinazione
Lo studio, monumentalizzato da Bernardino da Portogruaro con l’edificazione dell’Antonianum, continua ad essere stimato impegno prioritario anche dai ministri generali tedeschi, in carica tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, Luigi Lauer e Dionisio Schuler. Nell’imminente celebrazione del VII centenario della fondazione dell’Ordine (1909), incombeva, infatti, l’obbligo di dimostrare la legittimità dell’istituzione minoritica, posta sotto accusa dalla corrente storiografica di indirizzo sabatieriano. Il medesimo studio cede, invece, all’attività missionaria il proprio posto di priorità assoluta, quado la corrente pauperistica, decisa già all’indomani dell’apertura dell’Antoniano ad esigerne la liquidazione, non sopporta più un impegno intellettuale non legittimato dalla finalità apostolica. Solo con l’inaugurazione della nuova biblioteca universitaria, nel 1947, si giunge a superare un tale retaggio pauperistico, ostacolo al riconoscimento degli studi, da stimarsi come valore in sé, e della riflessione, in quanto anima della memoria e dinamismo della stessa tradizione. Perfino la celebrazione delle Stimmate (1924), benché evento sotto accusa almeno quanto l’Ordine stesso, se non addirittura in misura superiore ad esso, viene solennizzata dando priorità alla dimensione missionaria.
Incide sul declassamento degli studi, deciso dalle autorità minoritiche, anche il mancato riconoscimento dei gradi accademici, che il Ministro generale, Pacifico Monza, successore di Schuler, confidando nell’antica amicizia con monsignor Giuseppe Sarto, diventato papa con il nome di Pio X, aveva richiesto alla Sede apostolica già nel 1914. Escluso dal consesso delle accademie pontificie, l’Antonianum subisce la riduzione ad agenzia privata, destinata a svolgere compiti educativi interni all’organizzazione minoritica. Al medesimo processo di privatizzazione soggiacciono gli studi stessi, diventando mero supporto della prassi apostolica, in voga nel primo trentennio del XX secolo, la missio ad gentes. Anche il fine missionario dell’istituto minoritico, già religio opostolica, stabilito in seguito all’emanazione del codex juris (1917), concorre a stabilire la priorità della missione, sia sugli studi, sia sulla loro agenzia divulgativa, l’Antonianum.
La decadenza del valore prioritario degli studi a vantaggio dell’azione missionaria e la loro privatizzazione determinano un vero commissariamento dell’Antonianum, sequestrato dal governo dell’Ordine ed equiparato ad un qualsiasi ufficio della Curia generale. Privato dell’ampia autonomia delle origini, quando il potere decisionale è affidato al Consiglio dei docenti, costituito da tutti i professori, oltre che dal Prefetto degli studi e dal Ministro generale, nel 1914 esso viene assorbito dalla Curia generale, che presenzia al Collegio docenti, composto solo da cinque professori, con due Definitori e il Prefetto degli studi, oltre al Ministro generale.
L’Antonianum si trova ancora più infeudato al governo del Ministro generale, allorché, dal 1922, il Definitorio rivendica il diritto di stabilire il calendario accademico, i programmi scolastici e perfino le commissioni d’esame. Paradossalmente, sono due professori dell’allora Collegio Antoniano, Serafino Cimino e Bernardino Klumper, eletti Ministri generali dal 1915 al 1927, a promuovere questa sorta di confisca dell’Istituzione accademica con un completo assoggettamento della scienza all’auctoritas. Durante questo medesimo periodo, molti Definitori generali assumono compiti di docenza. Il passaggio inverso, quello di un professore, come Ferdinando Antonelli, che diventa Definitore generale, innesca, invece, lo sdoganamento dell’Istituzione, che prima guadagna valore ecclesiale, quindi merita il titolo di “pontificia”, diventando canale privilegiato per la propagazione del pensiero francescano negli ambienti della Curia romana e nei diversi settori della stessa compagine ecclesiale.
L’ultimo ad opporsi al nuovo percorso intrapreso dall’Antonianum, che da agenzia privata stava assurgendo allo status di agenzia ecclesiale, riappropriandosi dell’iniziale posizione di alta priorità in seno al suo stesso Ordine, si dimostra essere paradossalmente un altro Ministro generale tedesco, Bernardino Klumper. Interrogato durante il Capitolo generale del 1927 sulla ragione per la quale non conveniva rivolgere alla Sede apostolica nuova richiesta per il riconoscimento dei gradi, Klumper non esita a sostenere che, pur ammettendo la concessione di un tale privilegio, in cambio della sua elargizione l’Ordine avrebbe dovuto rinunciare alla propria tradizione teologica, abbandonando la dottrina di Bonaventura e soprattutto quella di Giovanni Duns Scoto.
D’altra parte lo stesso Klumper, già nel 1922, si dimostra interessato a preservare l’originalità minoritica: epurando le aggiunte introdotte da P. Monza allo scopo di ottenere il riconoscimento dei gradi, intende ripristinare l’indirizzo originario dell’Istituzione accademica. Indipendentemente dalla volontà politica del Ministro generale tedesco, contrario al riconoscimento ecclesiastico degli studi condotti all’Antonianum, al medesimo riconoscimento giova, però, la rinnovata consapevolezza di una identità minoritica, di un’alternativa serafica alla monocultura ecclesiale, quella differente romanità, pensata dal fondatore del futuro Ateneo pontificio, Berardino da Portogruaro, già convinto di una missionarietà francescana non solo apostolica, bensì culturale.   
Tra ecclesialità e originalità
Nel 1931, la Deus scientiarum Dominus impone all’Antonianum una svolta, che l’Ordine di Klumper non è ancora disposto ad accogliere, né tanto meno a festeggiare. La Sede apostolica, dopo una valutazione delle lacune di molti centri accademici, sprovvisti di una metodologia universitario-scientifica e privi di norme atte a regolamentare l’ammissione degli alunni, la durata del ciclo di studi e le prove d’esame, obbliga tutte le Istituzioni ecclesiastiche ad uniformare metodi e standard curriculari a determinati modelli scientifici e dottrinali. Per oltre cinquanta di esse, incapaci di realizzare l’adeguamento richiesto, giunge a ordinare la chiusura, mentre per l’Antoniano, cui si riconosce lo standard universitario, dispone l’avvio dell’iter per il conferimento del titolo di Ateneo. Tra i membri della commissione di valutazione figurano anche due francescani, Agostino Gemelli e Beda Kurtscheid, che redige i nuovi statuti del neopromosso Ateneo francescano.
L’evento viene ampiamente celebrato dal successore di Klumper, Bonaventura Marrani, che, mediante un solenne discorso al Capitolo generale del 1933, esalta l’Antonianum, definendolo: “collegium internazionale, ad quoad, post Portiuncolam, omnes Fratrum Minorum oculi potissime dirigantur”. Accanto alla finalità missionaria, Marrani ne evidenzia nuovamente l’indirizzo scientifico - accademico di Centro per la formazione dei professori, addetti all’insegnamento negli studi provinciali. Egli illustra anche lo sviluppo di una febbrile attività edilizia per l’ampliamento della struttura e il potenziamento della sua funzionalità: la costruzione dell’ala settentrionale del collegio, capace di 125 alloggi, la realizzazione della biblioteca detta maior, per la prima consultazione, e di quella chiamata minor, con settori dedicati specificamente a ciascuna Facoltà; indugia, inoltre, sui successi professionali di alcuni professori, impiegati anche presso altri Centri universitari, come, ad esempio, l’Apollinare e l’Urbaniana; conclude, infine, soffermandosi sul tema del reclutamento di nuovo personale docente.   
Nel Capitolo del 1939, il nuovo titolo di “pontificio”, attribuito all’Antonianum, che conta su un corpo docente di quaranta professori e su una presenza studentesca di centosessanta alunni, stimola una riflessione sulla sua funzione ecclesiale. Infatti, l’ordine dispone, ora, di una struttura accademica di livello pari al Laterano, all’Urbaniana e allo stesso Agelicum. Il provvedimento pontificio, se nutre, da una parte, la consapevolezza di poter disporre di un progetto culturale di alto significato ecclesiale, dall’altra, però, urta la sensibilità di quanti, membri delle province olandesi, lo ritengono un tradimento della specificità minoritica. Lo spessore dottrinale del successivo magistero generalizio, espresso da Leonardo Bello e Policarpo Schmoll, e l’affermarsi coevo dell’idea di una scuola francescana confermano, però, pienamente l’affiorare della nuova consapevolezza, quella della centralità da attribuirsi e agli studi e, conseguentemente, all’Antonianum.
Nondimeno, come pronosticato da Klumper già nel 1927 e ribadito dai rappresentanti delle province olandesi durante il capitolo del 1939, in cambio del riconoscimento ottenuto dalla Sede apostolica, l’Ordine si vede sottoposto ad una triplice revisione degli statuti, nel 1934, nel 1935 e nel 1936: un lungo ed estenuante negoziato con un’unica preziosa posta in gioco, l’identità della tradizione francescana. All’avvertimento dello stesso Pio XI: “state attenti che l’ateneo Antonianum non diventi un’accademia scotista”, segue il provvedimento del cardinale Gaetano Bisleti, prefetto della Congregazione per i Seminari e le Università degli Studi, che di suo pugno aggiunge agli statuti un articolo e un comma esplicativo, con l’imposizione, per l’Antonianum, di seguire il metodo teologico dei documenti pontifici e, in particolare, della Aeterni patris. Solo l’intervento di Ferdinando Antonelli, futuro cardinale, riesce a procrastinare l’applicazione della normativa che avrebbe compromesso l’identità dell’Istituzione francescana. La situazione di stallo nei rapporti tra Sede apostolica e Ordine, che richiama il frangente delle origini, descritto da Bernardino da Portogruaro, trova unico rimedio nella morte del sunnominato prelato, il 30 agosto 1937.
Nella valutazione dei fattori che agevolano l’assegnazione all’Antonianum del riconoscimento di ecclesialità, non va passato in sottordine il computo degli impieghi assegnati a suoi docenti presso le Congregazioni pontificie, con riferimento alla data della promozione ad Ateneo (1933). È emblematico l’esempio dei nove docenti, rispetto ai totali undici richiesti dalla Congregazione della dottrina della fede, che assumono l’incarico nel periodo successivo al 1933. Addirittura venti di essi figurano a servizio della Congregazione dei sacramenti nel medesimo periodo, mentre solo sei sono quelli già operanti prima del 1933. Analoghe proporzioni si riscontrano anche con il computo delle presenze in altre Congregazioni, come, ad esempio, in quella dei “religiosi”, o dei “riti”. 
Riconoscimento condizionato
I compromessi sull’identità francescana richiesti dai nuovi e sofferti statuti e i servizi alla Curia pontificia non sono ancora titoli sufficienti ad assicurare all’Antonianum la configurazione di sede accademica veramente universitaria, con l’apertura a studenti esterni, non francescani, com’è consuetudine ormai secolare presso l’università Gregoriana. Inutili a tale scopo si dimostrano anche le grandi imprese edilizie promosse da Carlo Balić, con la costruzione dell’aula magna, dei laboratori scientifici per la psicologia e la pedagogia sperimentale, della nuova biblioteca, come anche la fondazione di nuove collane editoriali e la celebrazione di congressi internazionali sulla Scolastica e sulla Mariologia, cui partecipano Etienne Gilson, Fernand Van Steenbergen, Philippe Delhaye ed altre eminenti personalità scientifiche. Vani sono pure gli elogi del cardinale Giuseppe Pizzardo, Prefetto della Congregazione dei seminari e delle università: “Ho sempre accolto volentieri gli inviti ad intervenire alle manifestazioni culturali dell’Ateneo Antoniano, il quale ha avuto in meno di un ventennio un importante sviluppo sia didattico - scientifico sia edilizio quasi a dimostrazione vivente di come la scuola francescana mantenga sempre una missione e un’importanza attuale nella Chiesa cattolica”. La richiesta di aprire l’Antonianum ad esterni, che Balić indirizza a Pizzardo nel 1951, dopo lunga verifica da parte delle autorità dell’Ordine, ottiene appena un’approvazione condizionata, che non solo impone il numero chiuso, ma vieta l’estensione a candidati non francescani. La concessione, che timidamente afferma il principio della pari dignità tra l’Antonianum e le altre università pontefice, non venendo mai resa pubblica, finisce per essere affatto ignorata. Anche la petizione di allargamento del numero chiuso, avanzata nel 1954, sebbene ottenga un’estensione della quota, non perviene, tuttavia, a rimuovere il divieto ai non francescani, né ad ottenere il diritto di propagandarne la notizia. Nel 1959, però, si ottiene che il numero degli esterni venga elevato a cinquanta e solo nel 1966 si consegue la piena liberalizzazione.
Il provvedimento giunge, però, troppo tardi. Nel frattempo, infatti, due temi di urgente attualità pongono interrogativi tali da mettere nuovamente in discussione il valore prioritario dell’Antonianum: il tema pedagogico, in conseguenza della crisi del reclutamento, aggravata dai primi casi di defezione e dalla decadenza del sistema educativo dei Collegi serafici, e il tema pastorale, impostosi all’attenzione dopo il secondo conflitto mondiale, quando il papa Pio XII chiede all’Ordine un particolare impegno a favore della istruzione delle classi popolari, minacciate da una incipiente secolarizzazione, per effetto dei nuovi mezzi di comunicazione di massa e in primo luogo della televisione (1953). Se, nel 1951, il Ministro generale Agostino Sepinski esprime ancora soddisfazione per il successo ottenuto dall’Antonianum nella preparazione di docenti per gli studi teologici provinciali, nel 1955, invece, lo stesso già evidenzia il fallimento dimostrato dal medesimo Ateneo nel preparare efficaci operatori pastorali. Sulla risposta alle sfide presentate dalla crisi vocazionale, che richiede un supplemento di riflessione psico-pedagogica, e sulle questioni sollevate dalla crisi della prassi pastorale, che esige invece un extra di ponderazione socio-statistica, oltre che teologica, affiorano dunque le prime avvisaglie della decadenza di un’Istituzione, la quale dimostra di non essere all’altezza del rinnovamento richiesto dal concilio Vaticano II, incentrato proprio sulla dimensione pastorale. Tale giudizio trova sicuro fondamento nella storia della difficile integrazione dell’istituto pastorale nella Facoltà di teologia e di quello psicopedagogico nella Facoltà di filosofia, nonché nella storia dei fallimenti delle proposte Balić e Zavalloni, rispettivamente, di una facoltà missiologico-pastorale e di un centro di consulenza vocazionale, tutte vicende maturate nel decennio (1950 – 1960) in preparazione alla grande riforma conciliare.
Un’opportunità inedita
Il ritorno all’identità francescana, promosso da Costatino Koser durante gli anni dell’aggiornamento conciliare, quasi il ripiegamento su un proprium di natura esclusiva, impone all’Antonianum una nuova rinuncia all’autonomia accademica, un più assiduo coinvolgimento nelle iniziative della Curia generale e soprattutto una maggior caratterizzazione francescana della sua proposta accademica. Solo un magistero pontificio, che già nel 1986 collocava la tradizione francescana al centro del dibattito ecclesiale, ecumenico e interreligioso, e poi ancora con la Laudato sìì, la costituisce riferimento per l’etica economica e ambientale, può far uscire l’eredità di Francesco d’Assisi da un hortus conclusus, dove essa è stata relegata e spesso si è relegata, conferendogli un’autentica dignità ecclesiale e, in seno all’Istituzione minoritica, la dovuta priorità. 
All’approfondimento e alla divulgazione del magistero della Laudato sìì, la pontificia università Antonianum offre, infatti, una triplice collaborazione: sul piano della Parola, con lo Studium Biblicum Gerolimitanum, che fin dalle sue origini, nel 1901, fonde l’approfondimento dell’archeologia con quello dell’esegesi e della teologia, come riconosciuto dall’Esortazione apostolica di Paolo VI, Nobis in Anima, del 1974, e confermato, nel 2001, dal decreto di erezione della Facultas Scientiarum Biblicarum et Archeologiae, che conferisce il grado di dottorato in scienze bibliche e archeologia; sul piano della tradizione francescana medievale, con La Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani, quale organo inter-dipartimentale, che continua a svolgere, oggi, il ruolo assunto fin dal 1905 dalla sezione di storia della medesima università; e non da ultimo, sul piano dell’ambiente e delle emergenze socio politiche riguardanti il disarmo, la convivenza tra i popoli, le relazioni internazionali, la salvaguardia dei diritti umani e la difesa delle minoranze: tutti settori affidati alla Cattedra di Giustizia e Pace, finalizzata a promuovere corsi, seminari e, soprattutto, a costituire un raccordo tra vari enti ecclesiali e civili, nonché tra singoli studiosi, interessat

[1] Bernardino da Portogruaro a Diomede Falconio, 24 febbraio 1892, in APB.