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di Alain Besançon

Un giovane principe russo intraprende a vent'anni la carriera diplomatica, dove il padre e diversi parenti lo hanno preceduto. Appartiene a una delle più grandi famiglie della Russia (Ivan S. Gagarin, Journal 1833-1842, introduzione di François Rouleau, Paris, Desclée de Brouwer, 2010, pagine 334).
Nato nel 1814, non è passato per l'università di Mosca, ancora agli esordi. Eccellenti precettori, francesi e tedeschi, gli hanno impartito un'educazione accuratissima. 
Sa il russo, ma pensa e scrive in francese, quel francese ultracorretto, un po' affettato, nel quale si esprime l'alta nobiltà di corte. Viaggia in Germania, in Olanda, in Austria e in Francia. Scrive le sue impressioni che non sono prive di interesse. A Parigi conduce una vita mondana molto piena e pochi sono i salotti in cui non è ricevuto. Qui incontra i grandi nomi della Francia, della Russia, dell'Inghilterra, della Germania e dell'Italia, perché Parigi è più che mai la capitale d'Europa. Le sue opinioni politiche sono "illuminate", per quanto lo possano essere in un giovane uomo della sua condizione, anche se diffida dei delatori della terza sezione della Cancelleria imperiale (la polizia politica) che, sotto Nicola i, sono molto vigili e s'insinuano ovunque. Il capo di questa terza sezione è il conte Benkendorff, del quale resta una frase famosa:  "Il passato della Russia è stato ammirevole, il suo presente è magnifico, quanto al suo futuro, andrà al di là di tutto ciò che l'immaginazione più audace può figurarsi". Sembra di sentire il presidente Putin. Questo Benkendorff aveva una sorella, la principessa di Lieven, il grande amore di François Guizot. Lo zar Nicola era al corrente di quel che accadeva in Francia.
Il giovane Gagarin è intelligente e simpatico. I suoi discorsi non sono superiori né inferiori a quelli che un aristocratico europeo, con una formazione equivalente, avrebbe potuto scrivere. In politica, una delle misure che raccomanda alla Russia è quella di affidare alla nobiltà tutti i servi della gleba della corona.

Si sa che all'epoca di Nicola i, i contadini russi erano, per metà, servi della corona e servi della nobiltà terriera. La grande Caterina aveva distribuito fra i nobili un numero consistente di servi della corona. Questi ultimi non erano contenti, in quanto preferivano il loro antico statuto perché, essendo il proprietario più lontano, era meno esigente. La storiografia liberale lo ha rimproverato a Caterina che, di fatto, "aveva privatizzato i mezzi di produzione". La nobiltà, arricchita dalla massiccia distribuzione delle "anime", avendole messe seriamente al lavoro, era ormai in grado di mandare i suoi rampolli nelle scuole militari dove imparavano le maniere europee. Caterina ha dunque gettato sulla superficie dell'oceano della barbarie russa un sottilissimo strato di veri nobili, capaci di pensiero, di onore, di dignità, diversi per usanze dall'antica "classe di servizio".
Fu un meraviglioso successo. La nobiltà russa in uniforme, nelle guerre dell'impero, fece bella figura in Germania e in Francia. Questa nobiltà fu l'humus dello straordinario sviluppo della letteratura russa fin dai tempi di Nicola i. Il sottile strato s'ispessì poco a poco, si diversificò sino alla fine dell'Ancien régime, e fu glorioso nel campo delle armi, delle scienze e delle arti. Era però una zattera fragile. Affondò, corpo e beni, nella spaventosa jacquerie che aveva temuto fin dalla sua nascita, e che scoppiò nel febbraio del 1917. "Dio ci protegga" scrive Puskin "dal bunt alla russa, assurdo e senza pietà".
La madre di Ivan, nata Puskin, della famiglia del poeta, era una donna pia. Aveva amici e parenti diventati cattolici sotto l'influenza dell'ordine gesuita, sciolto in tutta l'Europa cattolica e rifugiatosi in Russia. Qui aveva aperto istituti eccellenti dove la nobiltà mandava i propri figli. La più celebre di queste donne è la signora Swetchine che Ivan ritroverà a Parigi dove aveva un salone importante. Il padre di Ivan era una delle personalità più in vista dell'impero. Aveva idee generose, profondamente morali, nelle quali allevò suo figlio. Molto ricco - possedeva circa 3000 anime - aveva mandato il figlio a risanare il bilancio di uno dei suoi possedimenti, cosa che il giovane aveva fatto molto bene.
In missione a Monaco,  Vienna e Parigi, il giovane diplomatico non si accontenta di frequentare il bel mondo. Legge in particolare Tocqueville, che apprezza anche se gli rimprovera di essere "insufficientemente filosofico". Per filosofia intende la filosofia romantica tedesca sotto la cui influenza ha compiuto i suoi studi. In Francia non è un ultrà e sostiene l'orientamento della monarchia di luglio. Questi aristocratici sono conservatori nel loro paese, ma liberali negli altri.
In un manoscritto osa scrivere: 
"Tutte le altre nazioni dell'Europa, quali che siano la loro origine, la loro lingua, la loro forma di governo, la loro religione, hanno qualcosa in comune nelle loro idee, nelle loro usanze, nel loro modo di essere, nelle relazioni fra gli uomini; c'è fra tutte loro, malgrado differenze molto evidenti, un'aria di famiglia, un carattere di unità sorprendente. Questo insieme d'idee, passato alla letteratura, alle leggi, alle usanze, è generalmente designato con il nome di civiltà europea. La nazione russa è stata per molti secoli quasi del tutto separata da ogni contatto con le altre nazioni dell'Europa; ne è conseguito che è rimasta estranea a un certo numero d'idee passate ai costumi". Pietro, Caterina e i loro successori hanno cercato di distruggere questa "barriera morale". Hanno fatto bene?
Sì, risponde Gagarin, ma bisogna andare oltre. Si chiede se "la differenza di religione non sia stata la vera causa della differenza nella civiltà". E conclude dicendo che in Europa c'è sempre stato un "dualismo nelle regioni dell'intelligenza", una lotta di principi che non si trovava in Russia, che questo  scontro  fra  principi è stato fonte di vita e di fecondità e che la sua assenza è stata la causa della sterilità russa.
Gagarin, in questi ragionamenti, riprende le idee di Tchaadaev. Idee che caratterizzano un occidentalismo religioso, in opposizione a un occidentalismo irreligioso (Bielinski, Herzen) e in opposizione allo slavofilismo religioso, anticattolico, antiprotestante, antieuropeo, quello di Khomyakov, Kireevskij, Dostoevskij. Nella logica di queste idee, sospinte in modo intrepido fino all'estremo, il giovane principe Gagarin divenne cattolico. E non solo cattolico, ma addirittura gesuita. Era il colmo! Eravamo nel pieno del parossismo del mito gesuita, che Michelet, Sue, Beranger e gli altri illustravano in Francia.
Visto dalla Russia era una provocazione. Anzi, molto di più, un tradimento. Un russo è per natura ortodosso, e cambiare religione è tradire la patria. Solgenitsin fu nel suo secolo un veemente difensore di questo principe, rimasto in auge più che mai sotto il presidente Putin e il patriarca Cirillo. Il cognato di Gagarin, Bourtourlin, lo denunciò e gli fece un processo pubblico. Lo scandalo fu enorme. Padre Gagarin tenne duro fino alla morte e non si rammaricò mai della sua decisione.
Gli scritti del principe gesuita Ivan Sergeevic Gagarin si trovavano nella biblioteca slava, che egli stesso aveva fondato ed è ora conservata a Lione. Il gesuita François Rouleau li ha strappati all'oscurità. Ne è stato il curatore attento, con il diligente aiuto di Mireille Chmelewski. Ha anche scritto un'ammirevole prefazione, con precisione storica, profondità filosofica e saggezza religiosa.

(©L'Osservatore Romano - 20 ottobre 2010)