Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Home
confusione-eticadi Renzo Puccetti

da Il Timone n.112, aprile 2012

 

Programmare i figli, il numero, i tempi, le modalità è stato il cuore pulsante della proposta avanzata dal movimento per i cosiddetti “diritti riproduttivi”, una proposta che promette libertà e felicità. Con una tale promessa, è facile che ogni connessione con la realtà e la capacità di senso critico vacillino mentre tutto sembra a portata di mano.

Ma ogni strumento si caratterizza per un profilo di fallibilità e i contraccettivi non fanno eccezione. Il preservativo è indicato come una garanzia contro le gravidanze e le malattie sessualmente trasmesse, ma i dati dicono cose assai diverse. Le cifre aggiornate (cfr. Guttmacher Institute 2010) circa le percentuali di fallimento dei vari contraccettivi in termini di gravidanze accidentali dicono che l’uso perfetto del condom maschile (molto difficile anche in Occidente, anche solo considerando tutti coloro che lo usano dopo aver bevuto, e/o in preda all’eccitazione sessuale, e/o visto che bastano le unghie per danneggiarlo, ecc.; per altri utili particolari cfr. Langone 2009: colorito ma efficace) si associa ad un 2% di fallimenti, ma l’uso tipico, cioè la modalità d’impiego registrata nella vita comune, si caratterizza per un 17,4% di fallimenti nel primo anno di impiego.

La capacità del condom di proteggere dall’infezione dall’HIV risulta addirittura inferiore. La revisione dell’istituto Cochrane stabilisce che il partner sieropositivo che intenda utilizzare il preservativo per non infettare la partner sana potrà contare su un 80% di riduzione del rischio usandolo sempre ed in modo perfetto (Weller 2002); nell’esperienza della popolazione di Rakai, in Uganda, il medesimo uso perfetto del condom, di minore qualità in quei Paesi, conferisce una protezione di appena il 63% (Ahmed 2001). In termini assoluti significa che un marito sieropositivo avrà comunque l’11% di probabilità di contagiare la moglie in un arco di 10 anni anche usando in modo ottimale i superiori preservativi occidentali. Questo avviene perché capita che i preservativi si rompano o si sfilino, evenienza che ogni volta ha un apparentemente piccolo 4,5% di probabilità di realizzarsi (Messiah 1997), ma che sull’uso ripetuto si rivela enorme.

Fin a qui abbiamo descritto l’uso perfetto del condom, ma che cosa succede quando andiamo a misurare la protezione dall’HIV conferita dall’uso tipico del preservativo, cioè un uso discontinuo, senza il rispetto delle norme d’uso previste nelle istruzioni, l’uso abituale? Le persone si aspettano solo un’ulteriore riduzione della protezione e rimangono stupite quando apprendono che ne deriva non una riduzione, ma il completo azzeramento di ogni effetto protettivo (Cates 2005). Qui si coglie molto chiaramente il lato perverso delle misure volte ad assicurare la riduzione del rischio. “Fai pure sesso, purché protetto» è il tranquillizzante messaggio veicolato dai media a cui tanti genitori si sono abbeverati riversandolo poi sui figli, dimenticando che il “sesso sicuro” col preservativo è in realtà un sesso solo un po’ meno insicuro, abituatisi al quale, quando capiterà l’occasione inattesa del sesso senza sicurezze, non si disporrà più di alcuna forza di auto-controllo degli impulsi e si finirà per accettare “solo per quella volta”, una fatale, tragica volta, il rischio del sesso insicuro.

Una ricerca sui giovani kenioti dimostra che sapere che l’astinenza dai rapporti protegge dall’HIV si associa ad un comportamento più continente, mentre sapere che l’uso del condom protegge dall’infezione si associa ad una maggiore promiscuità sessuale (Chiao 2007).

Anche quando esaminiamo malattie sessualmente trasmissibili diverse dall’infezione da HIV abbiamo dati poco tranquillizzanti; la protezione riguardo l’infezione da herpes virus è solo del 30% (Martin 2009), la probabilità di acquisire l’infezione da gonococco o da clamidia non si azzera, ma passa dal 43% al 30% usando perfettamente il preservativo ad ogni rapporto con persone infette (Warner 2004). Rimanendo nell’ambito della salvaguardia della salute, assumere estro-progestinici contraccettivi non modifica né in basso, né in alto il rischio globale della persona (Hannaford 2010). Vi è un chiaro incremento del rischio tromboembolico, un modesto incremento del rischio cardiovascolare ed effetti misti riguardo il rischio oncologico: si dimezzano i tumori dell’ovaio e dell’endometrio, aumenta il rischio di tumore mammario e della cervice uterina. Benché considerata un mezzo molto efficace per evitare le gravidanze, vi è una grande distanza tra i fallimenti della pillola nell’uso perfetto, cioè intrinseci all’imperfezione del mezzo (0,3%), ed i fallimenti registrati nell’uso tipico (8,7%) (Guttmacher Intitute 2010). Tra le 7.643 donne americane esaminate nel National Survey of Family Growth, i fallimenti della pillola sono stati del 9% (Kost 2008), una cifra molto più alta del 2,9% di fallimenti riscontrati tra le 1.689 donne francesi dello studio COCON (Moreau 2007). Perché la pillola fallisce? Uno dei maggiori problemi risiede nel fatto che assai spesso si dimentica di assumere qualche pillola. Controllando mediante un dispositivo elettronico il numero di pillole assunte, al terzo mese ben il 51% delle donne è risultato avere dimenticato almeno 3 pillole, ma soltanto il 14% ne era consapevole (Potter 1996).

Un altro aspetto irrealistico è quello che riguarda la durata delle assunzioni. Una donna che comincia ad avere rapporti sessuali a 17 anni e che desidera soltanto due figli, dovrebbe trascorrere 25 anni a “proteggersi” da una possibile gravidanza. Ma la continuità d’uso della pillola nel mondo reale è anni luce distante da quanto preteso dalla perfetta società contraccettiva. Tra le pur diligenti francesi, il tasso di abbandono della pillola valutato a 4 anni è risultato del 68,5% (Moreau 2009). Le donne sospendono la pillola, passano ad un altro metodo contraccettivo, o non assumono alcun contraccettivo per un po’, ma avendo modellato il comportamento sessuale sul comportamento contraccettivo spesso hanno difficoltà ad adeguare prontamente il primo al secondo ed ecco che questi momenti di passaggio sono periodi a più alto rischio di gravidanza. Le statistiche non lo registreranno come un fallimento contraccettivo, ma lo sono nella misura in cui la contraccezione ne ha stabilito i presupposti. È stato infatti calcolato che nel corso della vita una donna effettua quasi dieci interruzioni della contraccezione da cui dovrà attendersi 1,8 fallimenti contraccettivi (Trussell 1999).

Peraltro il tasso di sospensione non è ridotto né dal cerotto contraccettivo (Bakhru 2006), né dall’anello vaginale (Milsom 2006). Numerose donne sospendono l’assunzione della pillola per la comparsa di sanguinamento intermestruale, nausea, cefalea, tensione mammaria, sensazione di ritenzione idrica, cambiamenti di umore (Rosemberg 1998).

In un’ampia revisione focalizzata sulle gravidanze degli adolescenti nei Paesi europei, gli autori affermano che un accesso migliore ai servizi riproduttivi non riduce le gravidanze (lnamura 2007). La stessa prospettiva è stata dimostrata sulle donne adulte: gli interventi volti ad incrementare l’uso della contraccezione, sebbene capaci di aumentarne l’impiego nel breve termine, «non hanno ridotto i tassi di gravidanza» (Kirby 2008).

Ad un prossimo congresso porteremo dati che mostrano il maggiore tasso di gravidanze indesiderate negli Stati americani dove maggiore è l’uso del preservativo, senza alcun effetto protettivo dalla diffusione di contraccettivi moderni.

Alla fine il messaggio è chiaro: la facilitazione dei compiti assicurata dalla tecnologia contraccettiva porta ad una dipendenza da essa, lascia le persone in balia della sua disponibilità, della sua efficacia, dei costi di approvvigionamento monetari e non monetari, atrofizza il “muscolo” interiore ed invisibile che è decisivo per ogni uomo affinché egli possa procedere lungo la rotta tracciata dalla ragione; quel muscolo è la volontà. L’uomo e la donna che lo tengono in allenamento possiedono la virtù della temperanza. 

 

 

Per saperne di più ...

 

Guttmacher Institute, Facts on Contraceptive Use in the United States, June 2010, http://www.guttmacher.org/pubs/fb_contr_use.pdf (accesso del 28-1­2-2012).

Cesare Cavoni - Renzo Puccetti, Il Papa ha ragio­ne! L’AIDS non si ferma con il condom, Fede & Cul­tura, 2009.

Renzo Puccetti - Maria Luisa Di Pietro, Catholic Magisterium and scientific community: possible dialogue on the bridge of numbers, «British Medi­cai Journal», 2 aprile 2009.

Douglas Kirby, The impact of programs to incre­ase contraceptive use among adult women: a re­view of experimental and quasi-experimental studies, «Perspect Sex Reprod Health», 40 (2008) 1, pp. 34-41.

Camillo Langone, Langone spiega la morale della favola di Cappuccetto rotto, «il Foglio» 22 marzo 2009, www.ilfoglio.it/soloqui/2062.

Fonte: Facebook