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Basilio Magno e Gregorio NazianzenoIl 14 e il 15 novembre si è svolto all’università di Bologna il convegno «Il Lògosdi Dio e il lògos dell’uomo. Concezioni antropologiche nel mondo antico e riflessi contemporanei». Pubblichiamo stralci di una delle relazioni.

di LEONARD OLUGARESI

L’Orazione 43, la più ampia tra quelle com-poste dal Nazianzeno, è anche il pezzo più significativo della galleria agiografica allesti-ta dall’autore all’interno del c o rp u s dei suoi discorsi e in essa Gregorio intende presenta-re, con l’epitafio dell’amico Basilio, un ri-tratto esemplare di umanità cristiana realiz-zata al massimo livello. Basilio è l’uomo completo, l’esempio di un’antropologia cri-stiana perfettamente incarnata, ed è anche il modello del vescovo perfetto.
Ma il discorso ha una particolarità, che come vedremo non è accessoria e contingente: l’autore fa parte della storia del personaggio da lui celebrato, in modo talmente intimo e profondo che l’orazione finisce per riguardare tanto lui quanto l’amico. Anzi, si può anticipare sin da ora che un tratto peculiare (e per certi aspetti rivoluzionario, rispetto alla tradizione biografica antica) di questa vera e propria vita di Basilio è la sua dimensione essenzial-mente relazionale. Nella sua prospettiva non esiste più il personaggio isolato, che si sta-glia e per certi versi si contrappone allo sfondo dell’ambiente familiare, del ceto, del-la pòliseccetera. C’è invece un “p ersonaggio duale”, una sorta di Basiliogregorio o di Gregobasilio, la cui essenziale peculiarietà sta proprio nella relazione. Una seconda osservazione che si lega alla prima in modo profondo, è quella relativa all’importanza che il concetto di lògos/lògoi, in tutta la sua polisemia, assume in questo discorso. Sin dall’esordio, infatti, esso si pre-senta come un lògos sui lògoi, un discorso sui discorsi, cioè sull’oratoria, sulla cultura lette-raria che è una componente essenziale della personalità di Basiliogregorio. In questa esaltazione del valore della letteratura contro le paure dei cristiani ignoranti e/o radicali — un tema che è caro al Nazianzeno — ilògoi non stanno però mai a sé, non vengono as-solutizzati, e qui si apre nuovamente una prospettiva relazionale perché, come si ve-drà, Gregorio è sempre attento a relativiz-zarli inquadrandoli nel loro rapporto vitale (che è al tempo stesso anche un limite a ogni loro pretesa egemonica) con altri valori o altre dimensioni della vita basiliana. Sullo sfondo di questa duplice dimensio-ne relazionale (quella centrata sul rapporto tra Basilio e Gregorio, e quella sul rapporto tra lògos/lògoi e altro nella vita di Basiliogre-gorio) sta una terza, decisiva prospettiva re-lazionale: quella della schèsis trinitaria, del Lògoscome elemento della relazione amoro-sa con il Padre e con lo Spirito, su cui è in-cardinata e modellata in misura sempre più stringente l’intera esistenza di Basilio. La chiave di lettura dell’orazione è dun-que quella della costruzione di una persona-lità cristiana ideale, fondata sulla applicazio-ne metodica del giudizio di fede su tutti i particolari dell’esistenza. Quella di Basilio è una vita “logica”, nel senso che è tutta pla-smata, con straordinaria coerenza, su un giudizio culturale, che però non è quello dei lògoi (per quanto essi siano da lui posseduti perfettamente), ma è ilLògosstesso di Dio, ricevuto attraverso la grazia e la fede. Dopo alcuni capitoli dedicati al paragone tra il suo eroe e i principali personaggi dell’Antico e Nuovo Testamento (43, 70-76), Gregorio si sofferma a considerare il suo ruolo di modello per i tanti che lo ammira-no e lo seguono. Dapprima descrive, non senza ironia, il fenomeno dell’imitazione esteriore: «Era così grande la virtù dell’uo-mo e la superiorità della sua fama che molte cose di lui, anche piccole, a cominciare dai difetti del corpo, furono per gli altri un og-getto a cui applicarsi per ricavarne buona re-putazione. Dico per esempio il pallore, la barba, il modo di camminare e per quanto riguarda il lògos un’attitudine non scorrevole ma riflessiva e come rivolta all’interiorità: ciò, non bene imitato né meditato dai molti diventava scontrosa tristezza. (...) Si potreb-bero vedere molti Basili, almeno all’a p p a re n -za, come delle statue fra le ombre». È una pratica ridicola, che non si può nemmeno paragonare alla funzione dell’eco rispetto al suono, perché questo ne è almeno un prolungamento. Quei cattivi imitatori, invece, si allontanano dal loro modello quanto più si sforzano di avvicinarvisi. L’al-lusione a questo fenomeno di costume non è una semplice divagazione polemica, ma ri-manda al nucleo centrale del discorso grego-riano, in quanto contiene un’implicita con-trapposizione tra questa falsa imitazione di Basilio e l’idea, espressa più volte nel corso dell’orazione, di una profonda unità che di-viene regola di vita. Da una parte, dunque, c’è che pretende di assomigliare a Basilio scimmiottandone le caratteristiche esteriori e contingenti, senza immedesimarsi nella ra-zionalità intrinseca al suo comportamento; dall’altra c’è Gregorio che ha vissuto invece una totale condivisione con quelle ragioni. Arrivati alla fine del lunghissimo epitafio, non ci stupiremo se anche la morte di Basi-lio è segnata, nel racconto gregoriano, dal tema del valore dei lògoi. Infatti ci viene det-to che, mentre sta per esalare l’ultimo respi-ro, egli miracolosamente si riprende «per il discorso di addio», necessario per potersi accomiatare con le parole dell’eu-sebèia che gli astanti si aspettano da lui. Il dolore di Gregorio, morto per metà e diviso a metà perché privato della presenza di Basilio, viene espresso con queste conclu-sive parole: «Io, che mescolo così i lamenti alle lodi e descrivo così il mio discorso la condotta di quest’uomo e lo propongo al tempo a venire come ritratto della virtù per tutti e programma di salvezza per tutte le chiese e per tutte le anime guar-dando verso il quale, come a legge vivente, regoliamo la vita, non potrei consigliare al-tro, a voi che siete stati formati dai suoi in-segnamenti, che di guardare sempre verso di lui e di perfezionarvi nello Spirito come se lui vi vedesse e fosse visto da voi». L’idea di Basilio come nòmos empsychos, che ha percorso sotto traccia larga parte dell’orazione che sta ora per concludersi, viene finalmente alla luce in modo esplicito. Al tempo stesso viene raccomandata, nei confronti dell’uomo santo ormai “monumen-talizzato” dall’operazione retorica che è stata fin qui condotta, una sorta di “strategia del-lo sguardo” che si concretizza nell’imp egno a guardare a lui ma anche a lasciarsi guarda-re, quasi fosse al tempo stesso un’icona di Dio da contemplare e un vicario del divino spettatore sotto il cui sguardo svolgere la propria parte nel dramma dell’esistenza cri-stiana. Il lògos sui lògoi è finito, ma Basilio conti-nua a parlare con la sua muta e luminosa presenza, incarnando, come legge vivente, l’ideale di una completa adesione al Lògos divino.

© osservatore Romano - 17 novembre 2012