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immagine-generica02Pubblichiamo stralci dal contributo che il direttore del centro di ateneo di bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ha scritto per il volume Vita, ragione, dialogo. Scritti in onore di Elio Sgreccia (Siena, Can-tagalli, 2012, pagine 565, euro 25) curato da Scienza & Vita.

di ADRIANO PESSINA

La bioetica ha particolarmente bi-sogno della libertà di parola se vuole tenere aperto uno spazio di ricerca di verità su molte delle problematiche etiche e antropologiche sollevate dallo sviluppo delle scienze e della tecnologia; questioni spesso azzerate dalle consuetudini sociali e dalla formulazione di leggi capaci di irrigidire in regole, in permessi o, più raramente, in divieti, ciò che abbisogna sempre di essere pensato e valutato.
Il «politicamente corretto» funge oggi come nuova forma di censura, ampiamente condivisa e sostenuta da quanti posseggono un effettivo potere mediatico e culturale, di quella “p ensabilità” del reale che si vor-rebbe chiuso nel recinto del “già deciso”. Non si tratta di teorizzare una sorta di discussione permanente, ma di ricordare che anche le tesi moralmente più solide hanno sem-pre bisogno di essere riscoperte nelle loro motivazioni di fondo: a maggior ragione le usanze che deri-vano da decisioni pubbliche hanno bisogno di essere sempre assunte in modo non puramente dogmatico, quasi fossero verità definitive. Nella storia della bioetica — pur così breve — non è difficile indivi-duare un percorso che estende ter-ritori di silenzio, più o meno arti-colati, su quei temi di radicale por-tata etica ed antropologica che ne costituirono l’origine e l’originalità. Il già detto, il già risolto, il già normato, il già discusso, sembra tranquillizzare le coscienze e l’opi-nione comune, ma certamente pone un interrogativo di non secondaria importanza all’impresa bioetica: il suo ruolo si esaurisce una volta che la legge ha fissato i confini del leci-to e dell’illecito, del permesso e dell’obbligatorio? Questa funzione ancillare della bioetica, che spesso emerge nella sua dimensione di consulenza, esercitata a diverso ti-tolo, negli organismi locali, nazio-nali, internazionali, esaurisce il compito della bioetica? Oppure ne è soltanto un aspetto, e forse, per quanto rilevante, nemmeno quello decisivo? La domanda non è fuori luogo almeno per due motivi: perché spesso la soluzione «bioetica» adottata è semplicemente frutto di accordo e di vota-zione di una qualche maggioranza (più o meno qualificata) di esperti e perché la de-cisione sembra mette-re in cattiva luce la possibilità di revisio-ne critica e giustificata delle certez-ze che sono diventate costume at-traverso le leggi. Riconoscere che la bioetica è, in fondo, da chiunque la pratichi, un’impresa di natura filo-sofica, da cui le deriva il compito di riflessione critica, disturba quan-ti assegnano la priorità al momento esecutivo, pratico, del sapere, e guardano con sospetto a ogni im-presa che sembra riaprire «intermi-nabili lotte» teoriche. In realtà, a ben vedere, l’esigenza «critica» non va pensata in termini di opposizione, ma secondo quell’esigen-za di continuo appro-fondimento che ap-partiene alla ricerca della verità e alla sua comunicazione, anche nei termini dell’edu-cazione, della formazione, dell’istruzione. Le nuove generazioni rischiano di trovarsi dentro un già deciso che impedisce loro di comprenderne, di volta in volta, il valore o i limiti. Archiviare argomenti e discorsi in nome delle leggi e dei costumi è oggi il vero problema che la rifles-sione bioetica deve affrontare. Pos-siamo tradurre questo argomento facendo riferimento al rischio che il discorso bioetico sia sempre più in-teressato ai risultati pratici che può ottenere e meno alla verità delle te-si che sostiene e difende. Il primato politico della mediazione rende co-sì di estrema attualità un tema anti-chissimo, quello del rapporto tra discorso e verità nello spazio pub-blico. Potrebbe essere interessante ri-leggere alcune pagine del corso au-tunnale che nel 1983 Michel Fou-cault tenne all’università california-na di Berkeley, dedicato al tema della “libertà di parola” nell’anti-chità classica. Come è ben noto, è in particolare la questione della p a r re s ì a , cioè del dire con sincerità e franchezza la verità, che quel cor-so affronta e da cui si può forse ri-cavare qualche suggestione. Come spesso capita nella storia della cultura, lo stesso termine, an-che quando conserva la medesima base descrittiva, può poi assumere accezioni più o meno positive e di fatto c’è stato chi, anche nell’anti-chità classica, ha lodato la p a r re s ì a o l’ha biasimata, interpretandola come una sorta di autolegittimazio-ne a dire qualsiasi cosa gli passi per la mente. Se stiamo al significato letterale, la p a r re s ì a rimanda pro-prio a questo «dire tutto» ciò che uno pensa, sottraendosi così alla possibilità del creare discorsi che ingannano o mentono. E, se stiamo anche all’etimologia, è chiaro, come peraltro permette di capire la rico-struzione di Foucault, che nella Grecia antica esercitare lap a r re s ì a significa dire la verità, con la paro-la e spesso anche con la testimo-nianza del proprio comportamento, portato a sostegno di ciò che la pa-rola esprime. La p a r re s ì a comporta un esporsi nello spazio pubblico della pòlis, prestandosi alla possibilità della critica, della confutazione e persino dell’odio. Questo impegno per la verità non si può attuare in termini puramente assertori, ma ha sempre bisogno dell’argomentazione, che è, per così dire il vero “p otere” della nuda parola che a volte deve fron-teggiare il “p otere” dell’abitudine, della legge e della forza. E tutto questo si evidenzia quando si tratta di proporre delle verità che vanno contro il consolidato senso comune, quando si esprimono tesi che molti non vogliono più sentire, con cui non ci si vuole più confrontare. Ora, la potenza della p a r re s ì a sta proprio nel binomio franchezza e verità: termini che si presentano co-me antitetici sia al modello del lin-guaggio politicamente corretto (a cui si potrebbe aggiungere il cultu-ralmente corretto) sia all’esibizione dell’opinione come implicito biasi-mo nei confronti di chi usi la paro-la verità, spesso interpretata come imposizione dogmatica e assertoria di una tesi. Ma lap a r re s ì a da sem-pre sfugge a quest’ultima accusa perché, come abbiamo scritto, il dire la verità nello spazio pubblico è apertura alla possibilità della con-futazione e richiesta esplicita di c o n f ro n t o . Il concetto di franchezza non va confuso con l’equivoca nozione, ca-ra a molto pensiero contempora-neo, di autenticità o di spontaneità: non si tratta, infatti, di garantire li-bertà di espressione a chi vuole proporre i propri stili di vita, esibi-re le proprie certezze. Questo, in fondo, è fin troppo facile: nell’ep o-ca in cui la comunicazione si brucia nelle pagine di un giornale del mattino, nelle pieghe di una rasse-gna stampa, nel dibattito di una se-ra, c’è sempre spazio per l’opinione di tutti o quasi tutti. Ma lap a r re -sìa, al contrario, non vuole essere opinione, pretende di proporre con la parola e l’azione un giudizio che giudica anche colui che lo esprime. Tra i molti argomenti degni di interesse che Foucault svolge nel suo seminario, ciò che risulta parti-colarmente importante è la questio-ne, che sta molto cuore ai Greci, di chi abbia il dovere di «dire» la ve-rità e se questo “d i re ” determini una attività specifica. Questa do-manda, che percorre anche la rifles-sione filosofica occidentale, e che in un certo senso, anche oggi, in-terroga lo stesso compito pubblico del filosofare, che non è mai puro esercizio logico, ma sempre impe-gno anche personale, non riguarda i criteri con cui stabilire la verità o la falsità di una tesi: la questione è su chi abbia il dovere di dire la ve-rità, anche a costo di sfidare il po-tere e l’imp op olarità. Questo antico argomento si pre-sta come filo conduttore per chi oggi voglia ripensare al compito della bioetica, alla sua possibilità di essere coscienza critica di una civil-tà tecnologica di cui siamo non sol-tanto spettatori, ma attori. Pensare di nuovo a ciò che stiamo facendo, uscendo dalle comode gabbie dei paradigmi bioetici e dalle consuetu-dini legalizzate delle prassi medi-che e scientifiche per interrogarci sul valore di quanto finora abbia-mo deciso, è un compito che si ac-compagna a quello, altrettanto rile-vante, di guardare a ciò che di nuo-vo si affaccia sul terreno della ricer-ca e della sperimentazione. Tra una bioetica pensata come censore dello sviluppo tecnologico e scientifico e una bioetica della pura mediazione, ancilladei decisori politici, c’è an-cora uno spazio pubblico per una bioetica capace dip a r re s ì a ? La do-manda non è puramente retorica e va a inserirsi in un periodo storico che potremmo definire di “norma-lizzazione” della riflessione bioeti-ca, spesso incasellata in alcuni luo-ghi comuni e decisamente incapace di parlare alle nuove generazioni per suscitare in loro l’ambiziosa aspirazione di essere consapevoli della ambivalente potenza della tecnologia e della scienza per di-ventare responsabili del futuro della nostra civiltà.

© Osservatore Romano - 7 dicembre 2012