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armenia5Quando si parla di “genocidio armeno”, poco si dice su quelle che in un certo senso furono le prove generali, avvenute in anni precedenti: una serie di massacri che mostrano come l’ostilità nei confronti degli armeni non fosse piovuta dal cielo nel 1915. Parte del tema storiografico odierno è: quanta consapevolezza ebbe del genocidio la comunità internazionale dell’epoca? E cosa significa l’ostinato negazionismo del governo turco a proposito?

di Claudia Cirami

Chi incontra sulla sua strada il genoci dio armeno non lo dimentica più. Chi tocca, annusa, sprofonda nel ricordo - dell’orrore, e con i testimoni, le foto, le storie, gli approfondimenti si immerge in quel mare di odio per un popolo finisce per domandarsi come abbia potuto fino ad ora lasciare che le due parole – “genocidio armeno” – fossero soltanto occasione di generica condanna, contribuendo blandamente con un’adesione formale, priva di una partecipazione reale.
«L’odore di putrefazione e di morte ristagna come un fetido fiato tutto intorno alla città. È Luglio, e miasmi mortiferi sembrano alzarsi da quei corpi abbandonati, da quelle mani che neppure più si tendono verso l’alto» (Antonia Arslan, La masseria delle allodole, p. 204). È Luglio anche adesso e sono passati cento e un anno da quei fatti, da quel Metz Yeghern, il “Grande Male” che, come una terribile pestilenza, colpì il popolo armeno. Eppure, ancora, gli armeni non hanno avuto un riconoscimento pieno della loro discesa all’inferno, a partire dalla nazione a cui appartenevano i responsabili, e fino a quando non ci impegneremo perché questo avvenga il nostro mondo – inteso non solo in senso lato, ma anche come lo spazio ridotto che occupiamo con la nostra presenza – sarà meno civile e meno umano di quello che crediamo. Se le immagini della Shoah hanno trovato nel nostro immaginario un posto stabile, non così automatico è per quelle del genocidio armeno. Eppure, scorrendo le fotografie che è possibile reperire su internet, l’orrore degli uccisi, delle teste decapitate e infilzate nelle baionette, di un’umanità scheletrica come quella dei sopravvissuti ai lager nazisti, dovrebbe suscitare lo stesso sgomento, far ribollire per lo stesso sdegno e, infine, spingere a commuoversi e pregare con la stessa intensità perché i morti abbiano pace e i vivi una memoria riconosciuta e condivisa in tutto il mondo. Ma di Armeni si parla poco e di rado. Perché l’ostilità turca favorisce il silenzio. Perché l’indifferenza di molti stati, ancora, dilata nel tempo la complicità e suggerisce un lieve sussurro al posto di una posizione netta. E con il silenzio e il sussurro – e qualche grido estemporaneo subito tacitato da nuovi silenzi e nuovi sussurri – il genocidio armeno torna nell’ombra. Quando si parla di genocidio armeno, poco si dice su quelle che in un certo senso furono le prove generali, avvenute in anni precedenti: una serie di massacri che mostrano come l’ostilità nei confronti degli armeni non fosse piovuta dal cielo nel 1915, anno d’inizio del genocidio. Queste “prove”, iniziate a partire dal 1894, sotto Abdul Hamid, lasciarono nella popolazione armena la consapevolezza di una dolorosa precarietà, quasi un senso di amara profezia che sarebbe diventata cospicua realizzazione nel 1915. Perché parlare di genocidio? Perché lo sterminio di massa, concepito dal partito dei Giovani Turchi, conobbe un movimento a tutto tondo: furono colpiti gli intellettuali, cioè la mente del popolo armeno, poi gli uomini che potevano lavorare, poi vecchi, donne e bambini, sia con le uccisioni che con la deportazione nelle famose marce della morte, lunghe file in cui i deportati perdevano via via coscienza della loro umanità, interiormente scavati dai demoni della fame, degli stenti, delle violenze, della paura, della morte attorno a loro, fino a perdere – in gran numero – le loro stesse vite. Alla fine, secondo gli storici che parlano di genocidio, furono uccisi più di un milione di armeni (per alcuni si arriva quasi al dato dei due milioni). Fa inorridire, soprattutto, la violenza cieca contro i bambini, da sempre le vittime più innocenti di ogni conflitto e non risparmiati anche in questo genocidio. La retorica del “bambino ucciso” viene spesso utilizzata dai media quando devono fare da apri strada, nelle coscienze, per dirigere l’opinione pubblica a prendere posizione per una parte piuttosto che per l’altra, per un conflitto piuttosto che per un altro. Questa retorica viene usata spesso per giustificare l’ingiustizia di un intervento armato fatto per altri scopi, per sostenere un golpe, per inchiodare un avversario scomodo (tacendo spesso sulle vittime che non sono utili ad uno scopo propagandistico). Nella tragedia del genocidio armeno, tuttavia, non è per retorica che si fa riferimento alle foto di quei corpicini asciugati dagli stenti, a quegli occhi addolorati, a quelle bocche spalancate verso un anelito di vita che è stato strappato spietatamente. I bambini morti o sopravvissuti al genocidio sono il segno più evidente di quell’azione di violenza sistematica e insensata (come sono tutti i genocidi della terra) che è stata perpetrata contro i loro genitori, i loro nonni, i loro parenti, i loro amici. Perché gli Armeni? Vari motivi determinarono i massacri prima, il genocidio dopo. Si temeva la nascita di una Nazione Armena, si paventavano possibili alleanze fra armeni e russi, si invidiava la loro ricchezza, si rifiutava la loro presenza capillare nell’Impero Ottomano. Gli armeni erano un presidio cristiano in un territorio che non ne condivideva la religione: quando si diffonde il panturchismo, che vuole una terra turca tutta mussulmana, la prima presenza che viene avvertita come corpo estraneo è quella armena, vista come ostacolante, allarmante. Il sospetto costante genera paura, la paura diventa un piano di sterminio che lascia ancora adesso senza parole. «È dovere di noi tutti effettuare nelle sue linee più ampie la realizzazione del nobile progetto di cancellare l’esistenza degli armeni che per secoli hanno costituito una barriera al progresso e alla civiltà dell’Impero», spiega Talaat, ministro dell’Interno, appartenente ai Giovani Turchi, del partito il cui nome sembra una beffa, “Unione e Progresso”. Come lui, anche Enver e Djemal, ministri della Guerra e della Marina. Insieme a loro, Talaat farà parte del triumvirato che darà vita ed esecuzione al mostruoso progetto. Nessuno dei tre morirà di vecchiaia, due saranno uccisi da armeni assetati di vendetta, il terzo morirà combattendo: nella fine violenta della loro esistenza sembra risuonare quel duro avvertimento evangelico: “chi di spada ferisce, di spada perisce” (Gv. 18,10). Quanta consapevolezza ebbe del genocidio la comunità internazionale dell’epoca? Sarebbe un amaro sollievo per tutti sapere che nulla fu fatto perché nulla si seppe. Ma non fu così. L’opinione pubblica internazionale venne a conoscenza dei crimini perché vari furono i testimoni, tra questi anche un console italiano, Giacomo Gorrini, in servizio a Trebisonda, che si prodigò per il dramma degli armeni. In una intervista dell’epoca dichiarò: «Fu una vera strage e carneficina di innocenti, cosa inaudita, una pagina nera, con la violazione flagrante dei più sacrosanti diritti di umanità, di cristianità, di nazionalità» (intervista a Il Messaggero, 1915). La stampa dell’epoca parlava degli armeni, ma era scoppiata la Prima Guerra Mondiale e il dramma, che suscitò scandalo e sgomento, finì in secondo piano. Non ci furono così interventi rapidi che scongiurarono quel genocidio. Nel luglio del 1916 – ancora Luglio – Talaat dà l’ordine di sterminare chi è sopravvissuto alle lunghe ed estenuanti marce. Così avviene. A Deir el-Zor, nel deserto, luogo simbolo di questa epocale tragedia, c’era il memoriale degli Armeni, all’interno della Chiesa dei martiri: lo ha distrutto l’Isis, nel 2014. A chi continua a negare il genocidio, la risposta violenta data dall’Isis mostra che, in realtà, la consapevolezza di quei fatti orrendi è ben chiara a molti, e ancora forte è il desiderio di occultarli. Non si nasconde ciò che è irrilevante, si seppellisce o si distrugge ciò che inquieta ancora. Si è detto dell’ostilità turca nel riconoscere questo crimine contro l’umanità. Perché, ancora dopo tanti anni questa pervicace negazione del genocidio? I motivi sono diversi: la Turchia vive da tempo di due richiami: quello moderno, laico, proveniente da un’Europa sempre più secolarizzata, e quello ancestrale, proveniente dal mondo islamico, a cui i turchi, eredi dell’impero Ottomano, appartengono. In entrambi casi il riconoscimento viene rifiutato. Quando la Turchia come stato si sposta verso un orizzonte laico, non vuole accreditarsi in Europa come patria del primo dei genocidi. Quando l’asse si sposta invece verso il sogno di uno stato integralmente mussulmano, i sentimenti nazionalisti predominano e nessuno vuol prendersi la responsabilità di un crimine simile, attaccandosi a sofferenze mussulmane (vi furono, ma non si trattò di crimini di eguale entità). Parliamo della Turchia come Stato, ma non si può dire solo il governo: anche diversi storici turchi negano il genocidio. Eppure, anche in Turchia ci sono voci discordanti che fino al 2008 erano severamente penalizzate con l’art. art. 301, poi modificato in modo più blando. La recente polemica tra il governo turco e Papa Francesco mostra che non sono ancora maturi i tempi per un mea culpa della nazione responsabile. Un mese fa, nel suo viaggio apostolico in Armenia, il Papa, parlando davanti al presidente della Repubblica Armena e altre autorità, ha preso nettamente posizione: «Quella tragedia, quel genocidio, inaugurò purtroppo il triste elenco delle immani catastrofi del secolo scorso, rese possibili da aberranti motivazioni razziali, ideologiche o religiose, che ottenebrarono la mente dei carnefici fino al punto di prefiggersi l’intento di annientare interi popoli» (24 Giugno 2016). La risposta del governo turco fu durissima: «Papa Francesco ha la mentalità da crociate». Eppure anche la Germania, all’epoca alleata dei turchi, ha riconosciuto il genocidio. Ci sono voluti ben 101 anni ma ancora una volta, dopo la condanna dell’Olocausto, i tedeschi di oggi hanno fatto i conti con il tragico passato. Speriamo arrivi anche il tempo della Turchia: non si può andare avanti se non si fanno i conti con i propri scheletri nell’armadio e la tumultuosa situazione politica turca degli ultimi anni sembra essere una delle conseguenze, quasi una nemesi di quella mancata assunzione di responsabilità. Agli armeni morti arrivi, anche oggi che sono trascorsi più di cento anni, la nostra compassione. Scrive in versi Elise Ciarenz in Ode all’Armenia: «Per quanto lacerino il cuore le nostre piaghe sprizzanti sangue,/Amerò ancor più la mia Armenia amorosa, orfana, ardente di sangue». Ricordare è asciugare quel sangue, riconoscere è accogliere come madre.

© http://www.lacrocequotidiano.it/ - 26 luglio 2016

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