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Eucarestia Mio Dio mio TuttoL’Amen come risposta al vertice dossologico della Preghiera Eucaristica è il momento più alto della Liturgia e come tale andrebbe proclamato solennemente con il canto.

La Chiesa dovrebbe tremare a questa proclamazione.
Il canto esprime il massimo della Solennità di quello che noi partecipiamo come Liturgia (cioè azione nostra, benché sacra) all’Opera di Dio.

San Girolamo affermava:
«Dov’è mai che con
tanto desiderio e tanta
assiduità si corre alle
chiese e ai sepolcri dei
martiri così come a
Roma? Dov’è mai che
l’Amen rimbomba simile a un tuono dal cielo
e si scuotono i vani templi degli idoli così come a
Roma? Non che i Romani abbiano un’altra fede,
se non questa, quella cioè che hanno tutte le
Chiese di Cristo; ma ciò si deve al fatto che in essi
la devozione è maggiore, e maggiore è la semplicità per credere»
(S. Girolamo, in Gal 2, r; PL 26, 355c)

L’Opera di Dio, invece necessita, per natura propria, da parte nostra, di silenzio. Assoluto. Sia, ad esempio nel momento della Proclamazione della Parola sia nel momento della Consacrazione delle specie del Pane e del Vino nel vero Corpo e Sangue di Cristo.

Nel Canto, del celebrante e della risposta dell'assemblea di questo “Amen”, tutta la Chiesa, meta-temporale, meta-storica, sorpassando luoghi e spazi, tempi e condizioni, in Cristo, per Cristo e con Cristo vive il Culmen e la Fonte della Vita Cristiana. E chi pronuncia il grande Amen è più "grande" di chi pronuncia la preghiera, perché anch'egli, colui che presiede la celebrazione, è servo (chiamato alla disappropriazione) di quanto pronuncia ed anch'egli è tenuto a sostenere l'Amen nella miglior forma possibile nella Sacra Liturgia.

Proprio questo “Amen” significa ed informa l’Amen che rivolgiamo davanti all’Eucarestia nella recezione della Comunione.

Questo deve essere ribadito perché tocca proprio le midolla della Vita Cristiana.

Pertanto, successivamente, alla recezione dell'Eucarestia l'Amen sia accompagnato con un gesto esteriore, ad esempio, da un inchino solenne e profondo e soprattutto da un profondo disarmo interiore. 

È quello il momento della completa professio fidei dove diciamo a Cristo di essere resi, senza barriere davanti a Lui e di farci trasformare e assumere in Lui.

Reso chi dona l'Eucarestia, reso chi la riceve; servi nel Servo che nel Suo servire tutto sostiene.

Infatti sebbene ordinariamente il cibo ingerito si trasforma in noi, in questo solenne e straordinario caso è il cibo, Cristo vivo e vivente, che ci trasforma in Lui.

E ci trasforma tanto e quanto più siamo totalmente resi nel nostro intimo, corpo, mente, volontà, cuore, pensieri, opere e parole.

E, dopo l'eventuale canto di comunione, il silenzio, vivo e profondo accompagni per intimità (che è tutt'altro dall'intimismo devozionalistico) questo momento in cui siamo uno con Lui e con tutta la Chiesa. Veramente, vivamente, efficacemente.


Paul Freeman