Forse è questo l’epilogo di un’orrida e incredibile storia, fatta di comunismo teorico, omosessualismo pratico ed esaltazione mistica, celata per trent’anni dietro i veli di istituzioni forse omertose o conniventi.
di Emiliano Fumaneri
(La Croce, 20 giugno 2015)
Diciassette anni e mezzo di reclusione. È la pena chiesta in primo grado per Rodolfo Fiesoli, «profeta» e fondatore della comunità del Forteto, sotto accusa per maltrattamenti e abusi sessuali a danni di minori. Lo scorso mercoledì il Tribunale di Firenze ha condannato assieme a lui altri due fondatori del Forteto: Luigi Goffredi (8 anni) e Daniela Tardani (7 anni). Pene di minore entità sono state invece inflitte ad altri quattordici imputati (in totale i condannati sono stati 17 su 23 chiamati in giudizio).
È una sentenza, giunta a conclusione a quasi due anni di distanza dall’inizio del processo, che getta una luce inquietante su una delle pagine giudiziarie più oscure della storia d’Italia, fatta di abusi sessuali, violenze psicofisiche, deliri pseudomistici, torbidi intrecci col mondo della politica e delle istituzioni.
È il 1977 quando, sotto forma di cooperativa agricola, comincia l'esperienza del Forteto. I soci fondatori fanno parte di un gruppo di giovani frequentatori di una parrocchia di Prato. Già allora l'indiscusso leader carismatico è Rodolfo Fiesoli, assistito dall'«ideologo» Luigi Goffredi. Alcune testimonianze ricordano la forte carica anticlericale di Fiesoli, la sua implacabile denuncia dell’ipocrisia farisaica della Chiesa di Roma. Fiesoli, che professa una sorta di sincretismo cattolico-comunista, decide di dare corso all'ideale comunitarista allora di moda. Nasce così la comune del Forteto. Tra gli ispiratori ideali i soci fondatori annoverano don Lorenzo Milani, morto da una quindicina d'anni ma ancora vivo nel ricordo degli abitanti del Mugello, assieme ad altre figure illustri della cultura fiorentina come padre Ernesto Balducci, Mauro Gozzini, Giampaolo Meucci.
Il Forteto si prefigge di abbinare il lavoro agricolo, la vita comunitaria e l'assistenza ai minori affetti da disabilità fisiche e mentali con un passato di disagi familiari o di abusi sessuali. La prima comunità, composta da 33 persone, si insedia inizialmente presso Farneto, nel comune di Calenzano, per poi stabilirsi, nell'ottobre del 1977, in località Bonvecchio, nel comune di Barberino di Mugello. Nel 1982 il Forteto si trasferisce definitivamente a Vicchio, sempre in provincia di Firenze, dove è stata acquisita una vecchia fattoria che si estende per 500 ettari fino al vicino comune di Dicomano. Accanto alla struttura di accoglienza nasce la cooperativa agricola Il Forteto, una realtà di indubbio rilievo imprenditoriale (da circa 15 milioni annui di fatturato) dedita all’allevamento di bestiame bovino e alla coltivazione di frutta biologica. La cooperativa, che per la sua attività ha beneficiato dei contribuiti regionali, possiede anche un maneggio, un caseificio, un panificio, un supermercato e un vivaio con vendita diretta al pubblico. Da qualche anno è stato aperto anche un agriturismo.
Tutti i membri della comunità sono impiegati, con compiti differenti, come soci lavoratori all’interno della cooperativa e devono versare l’80% della retribuzione in una cassa comune.
Fin dai primi anni di attività cominciano però a circolare testimonianze che parlano di strane pratiche sessuali in uso nella comunità. Voci che con sempre maggiore insistenza riferiscono di violenze psicologiche, di abusi sessuali ai danni dei minori in affido.
Sta di fatto che nel 1978 Fiesoli finisce in carcere su richiesta del giudice Carlo Casini, che aveva avviato un procedimento per gli abusi sessuali del Forteto. Uscirà dopo pochi mesi.
Negli anni Ottanta il Forteto torna nel mirino della magistratura. È così che nel 1985 Fiesoli viene nuovamente condannato a due anni di reclusione per aver maltrattato una ragazza in affido, per atti di libidine violenta e corruzione di minorenne. Nella sentenza si fa riferimento all’«istigazione da parte dei responsabili del Forteto alla rottura dei rapporti tra i bambini che erano affidati loro e i genitori biologici, sia una pratica diffusa di omosessualità».
Nonostante le sentenze di condanna, il Tribunale dei minori continua gli affidi di bambini disagiati. I piccoli formalmente non vengono affidati alla cooperativa in quanto tale, ma a coppie formate da membri del Forteto. Coppie che però sono tali solo sulla carta, perché sovente i genitori affidatari non intrattengono alcun rapporto tra di loro; nei fatti è la comunità – cioè Fiesoli – a decidere chi effettivamente dovrà seguire i bambini. Fiesoli li chiama «genitori funzionali»: un uomo e una donna svincolati da qualunque legame affettivo, accomunati dal solo scopo di educare il minore che è stato loro assegnato. Alla fine i minori affidati saranno complessivamente poco meno di sessanta, molti dei quali vittime di molestie e abusi.
Un breve estratto di “Repubblica” ripercorre i princìpi dottrinali di Fiesoli e le consuetudini vigenti all’interno della comune: «Tutti sono omosessuali, le donne sono tutte «maiale e puttane» e gli uomini devono stare con gli uomini. Questi, secondo le testimonianze di alcuni ragazzi affidati al Forteto, erano i principi di Rodolfo Fiesoli, il «capo spirituale» della comunità. I testimoni lo descrivono come una persona ossessionata dal sesso e un adescatore di ragazzini e di giovani adulti, quasi tutti reduci da esperienze atroci, dei quali abusava o tentava di abusare con il pretesto che in tal modo li avrebbe purificati e guariti. «Tutti dobbiamo liberarci della nostra materialità, questo e affetto puro, vero amore». «Non essere timido, ti tolgo tutta la merda che hai subito, ti do il bene». [...] Frasi riferite da alcuni dei giovani che Fiesoli, secondo le accuse, portava nella sua camera, palpeggiava, baciava e induceva a rapporti sessuali. [...] Una ragazza entrata in comunità nel 1977 venne convinta da Fiesoli a non assistere il padre moribondo e a non andare al suo funerale. Ha raccontato che il «capo spirituale» invitava i mariti a ribellarsi alle donne dicendo: «Gli ci vorrebbero delle sonore labbrate a queste troie, saprei io come fare, se fossi al vostro posto». A volte - ha testimoniato - nelle riunioni serali Rodolfo tirava fuori il pene e lo appoggiava sul tavolo, dicendo alle donne: «Guardate, guardate, tanto a voi interessa solo questo». E ha detto che le fu imposto di non avere figli naturali, «perché farli era un atto egoistico». E con il marito non doveva nemmeno incrociare lo sguardo».
Il Forteto si rivela essere una sorta di comune gnostico-esoterica. Il sogno malcelato è abolire la famiglia come unione stabile tra uomo e donna. Questa è considerata come il luogo di ogni disvalore, generatrice di egoismo e ipocrisia e perciò antitetica ai valori di uguaglianza e solidarietà della comunità.
La personalità individuale è nulla nel Forteto, dove conta solo la personalità collettiva. Viene perseguito un ideale totalizzante di vita comunitaria improntato a un’assoluta promiscuità di stampo omosessuale, mentre i rapporti eterosessuali, anche fra marito e moglie, sono fortemente osteggiati se non addirittura vietati (la figura femminile peraltro è oggetto di disprezzo almeno quanto i legami parentali). Al Forteto, difatti, nascono pochi bambini: nessuno è generato se non per quello che viene considerato un deprecabile errore. Quando ciò accade, alcune testimonianze riferiscono un fatto agghiacciante: i figli vengono sottratti alle madri naturali per essere affidati ad altre «genitrici funzionali».
Nuove energie giungono invece dai minori in affido, sostanzialmente vittime di plagio in un contesto scandito da un ritmo ossessivo di lavoro, scuola, abusi e paura. Sono i «soldati del Profeta», come Fiesoli pretende di farsi chiamare, trattati come riserva di manodopera: scolarizzati fino ai termini minimi di legge, vengono poi indirizzati al lavoro nella cooperativa. Qualora tra i bambini affidati ci siano dei fratelli, questi vengono separati e i loro rapporti scoraggiati (salvo poi simulare relazioni stabili e contatti frequenti nel corso delle rare visite di controllo degli assistenti sociali, una messinscena resa ancor più agevole dal fatto di conoscere in anticipo le date delle visite).
La comunità di Vicchio si rivela come il luogo di un’autentica industria dello sradicamento: sgrava i giovani da tutto quel che tradizionalmente assicura la loro socializzazione, strappandoli in primo luogo dai genitori, dai fratelli, dai parenti, dagli amici, dagli amori. Le famiglie di origine sono l’oggetto di una sistematica denigrazione; la comunità cerca di limitare al massimo i contatti coi bambini, umiliati pubblicamente affinché ripudino i genitori (anche spingendo i piccoli a ricordare violenze mai subite). Lo scopo è distruggere ogni rapporto con la famiglia per stabilire una sudditanza psicologica. Svincolare gli individui da ogni appartenenza, lasciandoli fluttuare nel vuoto affettivo e relazionale, è il modo di renderli direttamente dipendenti dalle figure dei capi carismatici della comunità.
Il vincolo collettivo è talmente soffocante da imporre di mettere ogni risorsa individuale a disposizione della cooperativa, che richiede inoltre ai propri membri di sottoporsi a un maniacale processo di autocritica costringendoli ad assumersi la responsabilità di colpe inesistenti e per fatti mai compiuti.
La violenza fisica, che si accompagna a ritmi di lavoro insostenibili (di fatto si lavora sempre), è una prassi normale all’interno del Forteto dove si sviluppa anche, come accade in ogni comunità chiusa e impermeabile al mondo esterno, una specie di «lessico familiare»: un proprio peculiare linguaggio con un repertorio di espressioni incomprensibili ai soggetti non iniziati, estranei alla comune.
Sebbene i rapporti eterosessuali siano fortemente disincentivati, il pensiero del sesso è onnipresente e permea l’intera esistenza del Forteto. A farne le spese sono ancora i soggetti più deboli: i minori affidati. I verbali parlano di piccoli, affidati alla comunità perché vittime di abusi, costretti ad avere contatti sessuali coi leader del Forteto. È il caso di una bimba down di soli otto anni, alla quale Goffredi chiede un rapporto orale dopo averla masturbata. A volte i fanciulli cedono al ricatto del sesso per guadagnarsi la protezione di un adulto e poter così ricavare uno spazio di tranquillità all’interno della comune.
L’omosessualità, incentivata al punto di diventare una vera forzatura, riveste un ruolo centrale nel Forteto. L’amore nella sua essenza più pura e nobile («senza materia») è considerato solo quello rivolto verso lo stesso sesso. Il rapporto omosessuale – anche in questo caso senza alcuna considerazione dell’età dei soggetti coinvolti – diventa perciò l’itinerario obbligato verso quella che Fiesoli definisce «liberazione dalla materialità». Nella sua visione l’omosessualità rappresenta una sorta di medicina per sanare i traumi psicologici del passato, ma anche la via privilegiata per un sviluppo individuale di sicuro successo. E ciò si traduce in uno strumento per conseguire il consenso sociale all’interno del Forteto. Chi non si dispone ad «affrontare la propria materialità» viene irriso platealmente in pubblico o, all’opposto, lodato.
All’interno di questo quadro raccapricciante fatto di condizionamenti e abusi d’ogni tipo, Fiesoli e Goffredi si presentano come gli illuminati guru di una sorta di «partito di puri», unica oasi di salvezza in un mondo ostile e corrotto. È una mentalità che ricorre nel corso della storia in molte sette di visionari. E l’idea di una purificazione dal peccato attraverso la pratica sessuale peccaminosa riporta a veggenti e santoni come Rasputin.
Nel giugno 2012 la Regione Toscana istituisce una Commissione d’Inchiesta sul Forteto, che l’anno successivo presenta in una relazione i risultati dell’indagine, mentre nell’ottobre del 2013 comincia il nuovo processo che ha portato a una pesante condanna in primo grado.
Ma come è potuto accadere che per anni, dopo sentenze di condanna passate in giudicato e inchieste della magistratura, siano stati ancora affidati dei minori al Forteto?
Certamente, osserva la Commissione, ciò è avvenuto anche grazie all’eccezionale capacità manipolatoria di Fiesoli, capace di tessere con abilità una rete di relazioni eccellenti (politici, imprenditori, magistrati, studiosi, vip, figure dell’impegno sociale, religiosi, ecc.), ognuna delle quali contribuiva a legittimare agli occhi del mondo esterno la reputazione del Forteto come «comunità modello». Una rete che, oltre a poter essere sfruttata in chiave apologetica, offriva inoltre la possibilità di aprire scenari nuovi, permettendo di lucrare contatti utili a ramificare ulteriormente la rete stessa. In questa vera e propria operazione pubblicitaria ad uso del mondo esterno il grande tessitore si è avvalso di numerosi strumenti: libri, articoli di giornale, interviste, video, conferenze e convegni.
Ma il carisma maligno, seppure eccezionale, di Fiesoli non basta a giustificare il clima di negligenza e superficialità da parte delle istituzioni preposte a vigilare sull’affidamento dei minori. Una vicenda amara e inquietante, che la sentenza di condanna del Tribunale fiorentino non può lenire che parzialmente.
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