Il dono della Pietà

bambino-speranzaUno dei compiti dello Spirito Santo è quello di rinnovare la nostra vita spirituale.

Quindi non possiamo non approfondire, in verità, la conoscenza della terza persona della Santissima Trinità. Se vogliamo intraprendere un vero e ortodosso cammino spirituale e vivere una fede viva, efficace ed evangelizzatrice, non possiamo rimanere nell’ignoranza riguardo allo Spirito Santo. Come è stato già detto nell’introduzione, spesso corriamo il rischio di spiritualizzare o distorcere a nostro uso e consumo l’azione dello Spirito Santo, come anche ovviamente la figura del Padre e del Figlio Gesù, nostro Signore.
Non possiamo correre questo rischio perché Egli è colui che ci fa da collirio e che ci dà la capacità di correggere e vedere con esattezza Dio: “Lo Spirito Santo vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv 16,13).
Un buon cammino, per arrivare alla conoscenza dello Spirito Santo, può sicuramente partire dall’approfondimento dei suoi doni.
Ora cercheremo di analizzare il dono della pietà, partendo da ciò che dice in proposito il catechismo della Chiesa cattolica.


Il catechismo al n. 1830 così recita: "La vita morale dei cristiani è sorretta dai doni dello Spirito Santo. Essi sono disposizioni permanenti che rendono l'uomo docile a seguire le mozioni dello Spirito Santo." Pertanto tutta la vita morale del cristiano è aiutata e sorretta dai doni dello Spirito senza i quali ci troviamo deboli, indifesi e di conseguenza più soggetti a cadute spirituali. Questi doni sono permanenti, non provvisori e rendono ogni uomo docile, mansueto e disponibile all'azione dello Spirito. Grazie a questi doni, che ognuno di noi possiede già dal battesimo, possiamo:
lasciarci usare dallo Spirito,
capire ciò che vuole da noi  e seguirlo là dove vuole portarci.
Noi abbiamo ricevuto tutti i doni dello Spirito nel battesimo, ma è ovvio che abbiamo delle predisposizioni particolari ad attualizzarne meglio alcuni rispetto ad altri. Il primo passo per poter attuare un buon discernimento è quello di conoscerli. Dopo la prima descrizione dei doni dello Spirito, il catechismo della Chiesa cattolica va ad elencarli: "I sette doni dello Spirito Santo sono la sapienza, l'intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza, la pietà e il timore di Dio. Appartengono nella loro pienezza a Cristo, Figlio di Davide. Essi completano e portano alla perfezione le virtù di coloro che li ricevono. Rendono i fedeli docili ad obbedire con prontezza alle ispirazioni divine." (n. 1831)
In questo punto il catechismo ce li svela e ci dice quali sono, ma non dice solo questo; afferma anche che "... Essi completano e portano alla perfezione le virtù di coloro che li ricevono. Rendono i fedeli docili ad obbedire con prontezza alle ispirazioni divine." Vuol dire che essi fanno maturare il nostro "uomo spirituale". I doni, infatti, si adattano perfettamente alle nostre disposizioni spirituali, perfezionandole ed aprendole in modo particolare all'azione di Dio stesso. A questo punto entriamo nello specifico del dono della pietà.

Innanzitutto facciamo un po' di igiene psichica cioè ripuliamo la nostra mente dai significati errati consolidati nel tempo, inserendo quelli più giusti ed ortodossi, cioè veri: il dono della pietà non ha niente a che fare con il sentimento della compassione che si ha verso i miseri e che di solito esprimiamo con espressioni come: fare pietà, muovere a pietà, etc. Non ha neanche niente a che fare con il sentimento della misericordia che dovremmo provare verso chi offende il prossimo e non confondiamolo neppure con il pietismo che è la degenerazione della pietà.
Col termine pietà (pìetas, in latino), indichiamo quell'insieme di sentimenti come il rispetto, la dedizione, e l'amore che si hanno verso persone o realtà che sentiamo, in qualche modo, superiori a noi: genitori, superiori, parenti, patria e, essenzialmente, l'amore e reverenza verso Dio. La pietà fa parte della virtù della giustizia che consiste nel dare a ciascuno quanto gli è dovuto. La pietà dovuta a Dio viene chiamata religione, dove per religione intendiamo quella virtù che regola i rapporti dell'uomo con Dio e che si esprime attraverso: l'ascolto, l'obbedienza, la fede, il rispetto, la devozione, il culto, l'offerta, la preghiera, il sacrificio. Queste manifestazioni costituiscono la religione naturale, che viene praticata da tutti coloro che credono in Dio. Quindi col termine pietà si intende descrivere la virtù di religione, ovvero la disposizione di filiale obbedienza, sentita dal cristiano come una esigenza interiore, unita al bisogno di dover sottomettere la nostra volontà a quella di Dio non per paura o timore ma solamente per amore. Da questo desumiamo che il dono della pietà qualifica, appunto, il rapporto con Dio ed essenzialmente il rapporto di figliolanza con Lui. La pietà infatti, "viaggia" ad un livello molto superiore, anzi unico, perché permette al cristiano di conoscere Dio non solo come Creatore, Signore e Provvidente (dono del Timor di Dio), ma anche come Padre. Questo perché Dio ha voluto rivelarsi al mondo in Gesù Cristo come Padre. Ma non è tutto, infatti se da una parte il dono della pietà mette il cristiano nella condizione di sentirsi figlio di Dio ed avere Dio come padre, dall'altra lo dispone anche ad un atteggiamento di delicatezza e di rispetto verso tutto ciò che Dio ha istituito nella Chiesa e nel mondo come un riflesso della propria universale Paternità. Quest'ultimo concetto è vero, ma vorrei che uscissimo da questa introduzione sul dono della pietà con questa piena consapevolezza: il nostro rapporto con Dio non è più fondato soltanto su una serie di doveri da adempiere, di prescrizioni e di decreti, ma sulla coscienza che abbiamo un Dio che ci è Padre e che ama farsi chiamare dai suoi figli con il nome di Abbà.
Abbà non ha una traduzione in italiano perché più che essere una parola, in ebraico è un suono, un atteggiamento; possiamo comunque provare a dire che esprime la tenerezza e l'intimità che a noi sono note con il nome di papà, babbino, paparino, meglio ancora "cara papà mio".
La cosa più importante è che rivolgerci a Dio con il nome di Abbà significa stare davanti a Lui con il cuore di un figlio che sta davanti a suo padre. Il cristiano che si accosta a Dio ancora con la mentalità legalista e formale, non è ancora diventato cristiano.
Ciò che ci rende veramente cristiani è proprio il cuore di figli nei confronti di Dio.



Teologia biblica

Analisi Vetero-testamentaria

Dopo aver trattato il dono della pietà secondo il catechismo della Chiesa cattolica, ora entriamo nel campo della teologia biblica e facciamo un viaggio all'interno di "due mondi" così distanti e diversi ma anche così incredibilmente uniti e simbiotici: l'Antico e il Nuovo Testamento cioè tutto ciò che riguarda il prima e il dopo Cristo, l'attesa e il compimento della venuta del messia Gesù.
Sarà interessantissimo vedere come molti eventi del nuovo testamento si spiegano e si comprendono alla luce del vecchio e viceversa. Sono una grande ricchezza l'uno per l'altro ma sono ancor di più il "grande tesoro" che può portare l'uomo alla comprensione del mistero più grande mai avvenuto sulla faccia della terra: Dio si fa uomo in Gesù e sempre in Lui sconfigge la morte e con essa tutti i nostri peccati e ci ottiene la salvezza eterna. La Bibbia nient'altro è se non la storia dell'amore di Dio per la sua creatura: l'uomo. Questo amore si concretizza così: Dio crea l'uomo, parla al suo popolo, stringe con lui un'alleanza, lo perdona per i suoi ripetuti rinnegamenti, mostra nei suoi confronti un vero e proprio amore "passionale" al punto da decidere di farsi uomo donando l'incarnazione del suo figlio Gesù Cristo nel seno di una vergine dal nome Maria, sposa di Giuseppe, rimasta incinta per opera dello Spirito Santo. Questo Gesù è nato, è vissuto come un vero uomo per trentatre anni, è stato inchiodato ad una croce come un malfattore, si è addossato tutti i nostri peccati per "regalarci" la salvezza eterna, è risorto dopo tre giorni e siede ora alla destra del Padre ma è anche sempre presente, vicino a noi, avendocelo promesso prima di salire al Padre, là dove è andato a preparare un posto per ognuno. Se ci pensiamo tutto questo è incredibile!
Nessuna religione ha un dio così vicino all'uomo come la nostra, tanto che Dio "si fa uomo". Come abbiamo già affermato il dono della pietà è essenzialmente quel dono che ci mette nella condizione di essere e quindi sentirci figli di Dio, di avere Dio come Padre e noi come suoi figli. Iniziamo questo viaggio dal "mondo" dell'Antico Testamento andando a cercare tutti quei riscontri biblici che ci possano far comprendere sempre meglio il dono dello Spirito Santo della Pietà.
I doni dello Spirito nell'Antico Testamento (da ora AT) vengono elencati di seguito per la prima ed unica volta dal profeta Isaia al capitolo 11, dove parlando del Messia che verrà, il profeta annuncia di quali doni sarà ricoperto: "Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. Si compiacerà del timore del Signore" (Is 11,1-3).
Se potessimo andare a leggere l'originale ebraico, vedremmo che di doni ne erano nominati solo sei, mancava appunto la pietà. Quando venne preparata la versione greca chiamata dei 70 (circa un secolo prima di Cristo), fu introdotta anche la pietà, eliminando dal testo "isaiano" la ripetizione "timore del Signore", in quanto nella lingua greca il termine timore di Dio non rendeva la pienezza di significati del corrispondente ebraico. La stessa variazione avvenne anche nella versione dalla Volgata.

Uscendo per un attimo dall'AT vorrei citare due padri della Chiesa che parlarono dei sette doni dello Spirito: Sant'Ireneo e San Gregorio Magno. Il primo ricorda il Settenario ed aggiunge: «Il Signore diede lo stesso Spirito alla Chiesa [...] mandando sulla terra il Consolatore» (Adv. haereses III, 17, 3).
San Gregorio Magno fa una cosa molto interessante: illustrando la dinamica soprannaturale introdotta nell'anima dallo Spirito, elenca i doni nell'ordine inverso: "Mediante il timore ci eleviamo infatti alla pietà, dalla pietà alla scienza, dalla scienza otteniamo la forza, dalla forza il consiglio, con il consiglio progrediamo verso l'intelligenza e con l'intelligenza verso la sapienza e così, per la grazia settiforme dello Spirito, ci è aperto al termine delle ascensioni, l'ingresso alla vita celeste" (Hom. in Hezech., II, 7, 7).
A questo punto ci lasciamo andare ad una piccola provocazione dicendo che la dottrina dei sette doni è nata in un periodo in cui i carismi, e la riflessione su di essi, erano scomparsi dalla Chiesa. Il testo biblico basilare dei sette doni, quello appunto di Isaia 11, indicava una serie di attributi che avrebbero caratterizzato il re ideale. Ma questi attributi facevano anche parte del discorso sui carismi, mentre successivamente hanno finito per configurarsi come un genere a parte.
Nella sessione precedente abbiamo già affermato che con il termine pietà (pìetas, in latino), indichiamo quell'insieme di sentimenti come il rispetto, la dedizione, e l'amore che si hanno verso persone o realtà che sentiamo, in qualche modo, superiori a noi: genitori, superiori, parenti, patria e, essenzialmente, l'amore e reverenza verso Dio.
Adesso analizzeremo brevemente alcune situazioni bibliche dove la pietà si esprime sotto forma di rispetto, dedizione ed amore verso i genitori.
In questo brano viene evidenziata la sepoltura data ad Isacco dai suoi figli: "Poi Isacco spirò, morì e si riunì al suo parentado, vecchio e sazio di giorni. Lo seppellirono i suoi figli Esaù e Giacobbe.." (Gen 35,29).
Qui la situazione è quella del letto di morte di Giacobbe-Israele il quale, sapendo che sta per morire, estorce delle promesse e chiede di essere sepolto con i suoi padri. Questa richiesta è resa solenne dal giuramento "sotto la coscia": "Quando fu vicino il tempo della sua morte, Israele chiamò il figlio Giuseppe e gli disse: "Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, metti la mano sotto la mia coscia e usa con me bontà e fedeltà: non seppellirmi in Egitto! Quando io mi sarò coricato con i miei padri, portami via dall'Egitto e seppelliscimi nel loro sepolcro". Rispose: "Io agirò come hai detto". Riprese: "Giuramelo!". E glielo giurò; allora Israele si prostrò sul capezzale del letto" (Gen 47, 29-31).
In questi versetti tratti dal libro del Levitico si vuol dare la priorità al rispetto per i genitori, all'osservanza del sabato e al dover di rifuggire dall'idolatria: "Ognuno rispetti sua madre e suo padre e osservi i miei sabati. Io sono il Signore, vostro Dio. Non rivolgetevi agli idoli, e non fatevi divinità di metallo fuso. Io sono il Signore, vostro Dio" (Lv 19,3-4).
Qui il libro del Deuteronomio insiste sull'importanza di una corretta relazione tra genitori e figli: "Onora tuo padre e tua madre, come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sii felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dà" (Dt 5,16).
Per capire il prossimo brano occorre prima spiegare che significato viene dato in esso al termine "maledetto": questo anatema ha l'effetto di mettere fuori dalla comunità il colpevole rendendogli impossibile partecipare al culto senza attirare su di sé la maledizione appunto. Da notare come fra le dodici maledizioni elencate dal versetto 15 al 26 quella riguardante i figli che maltrattano i genitori è solo seconda a quella che riguarda colui che si costruisce degli idoli per il culto: "Maledetto chi maltratta il padre e la madre! Tutto il popolo dirà: Amen" (Dt 27,16). Questo ci deve far riflettere sulla importanza del rispetto nei confronti dei genitori.
Ora vogliamo semplicemente notare la tenerezza della preoccupazione di Saul nei riguardi del padre: "Quando arrivarono nel paese di Zuf, Saul disse al compagno che era con lui: "Su, torniamo indietro, perchè non vorrei che mio padre avesse smesso di pensare alle asine e ora fosse preoccupato di noi" (1 Sam 9,5).
"Nabot rispose ad Acab: "Mi guardi il Signore dal cederti l'eredità dei miei padri" (1 Re 21,3). Nabot rifiuta l'offerta del re adducendo due motivi: uno di natura religiosa (forma di pietà) "mi guardi il Signore" e l'altro di natura legale "l'eredità dei miei padri". Ecco cosa viene augurato, nel libro dei Proverbi, a colui che manca di rispetto ai propri genitori: "L'occhio che guarda con scherno il padre e disprezza l`obbedienza alla madre sia cavato dai corvi della valle e divorato dagli aquilotti" (Pr 30,17).
A quei tempi l'infamia estrema era essere lasciati insepolti.

Abbiamo precedentemente detto che la pietà fa parte della virtù della giustizia che consiste nel dare a ciascuno quanto gli è dovuto. Se ci riferiamo a Dio, ovviamente il culto rientra fra questi argomenti.
San Bonaventura ne "I sette doni dello Spirito Santo" afferma: "Che la pietà consista nel culto di Dio, lo dice Giobbe: "Ecco, temere Dio, questo è sapienza e schivare il male, questo è intelligenza" (Gb 28,28). O, secondo un'altra versione, il timore è sapienza. Ma nei Settanta si legge: Ecco, la pietà stessa è sapienza. Ora Agostino dice che in greco piètas è lo stesso che theosèbeia, cioè culto di Dio. Il culto di Dio consiste principalmente nella riverenza che non si ha senza il timore. Chi ha il culto di Dio deve nutrire verso Dio "altissimi e piissimi sentimenti di timore riverente". Vi è uno stretto rapporto fra il dono della pietà e il timor di Dio.
Rimanendo sempre nel libro di Giobbe analizziamo brevemente questi due brani: "La tua pietà non era forse la tua fiducia e la tua condotta integra, la tua speranza?" (Gb 4,6). Qui Elifaz (uno dei tre amici di Giobbe), lo invita a prendere fiducia dal suo passato servizio a Dio; egli riconosce la "pietà" e "l'innocenza" di Giobbe (corrispondenti a "timorato di Dio" e a "irreprensibile").
"Forse per la tua pietà ti punisce e ti convoca in giudizio? O non piuttosto per la tua grande malvagità e per le tue iniquità senza limite?" (Gb 22,4-5).
Elifaz pone una serie di domande retoriche, tese a mostrare l'assurdità della posizione di Giobbe. Vuole arrivare a dimostrare che Dio lo sta punendo per le sue malvagità e non ovviamente per la sua pietà.

Il profeta Michea si chiede come l'uomo dovrà presentarsi davanti al Signore, cosa dovrà offrirgli? Forse degli olocausti, delle offerte oppure dei sacrifici fino a quello del primogenito? In questi versetti il profeta parla in nome di Dio e rivela cosa è veramente gradito a Lui: "Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio" (Mi 6,8). Quindi la risposta giusta è: "praticare la giustizia" (emettere sentenze giudiziali giuste, nel senso precedentemente inteso), "amare la pietà" (ciò che Dio chiede è quello che essi chiamano "amore - hesed - misericordia", che implica fedeltà, bontà: un'espressione di amore misericordioso da parte loro in risposta all'amore misericordioso di Dio). Il tutto viene riassunto nell'immagine di forte carattere relazionale del camminare umilmente con il proprio Dio.
Il Siracide esprime la grandezza del re Giosia indicandone le azioni principali: "Egli si dedicò alla riforma del popolo e sradicò i segni abominevoli dell'empietà. Diresse il suo cuore verso il Signore, in un'epoca di iniqui riaffermò la pietà" (Sir 49,2-3). Da notare che fra i re di Giuda solo Davide, Ezechia e Giosia furono buoni sovrani; tutti gli altri furono malvagi.
A questo punto andiamo a trovare dei riscontri biblici che ci indicano cosa ottiene la pietà: "Davide per la sua pietà ottenne il trono del regno per sempre" (1Mac 2,57). Qui il sacerdote Mattatia, in punto di morte, detta il testamento ai suoi figli e, fra personaggi come Abramo, Giuseppe, Giosuè, Elia, etc, cita pure il re Davide: lo fa per esortare i figli ad emulare questi eroi.
"Nel periodo in cui la città santa godeva completa pace e le leggi erano osservate perfettamente per la pietà del sommo sacerdote Onia e la sua avversione al male, gli stessi re avevano preso ad onorare il luogo santo e a glorificare il tempio con doni insigni, al punto che Selèuco, re dell'Asia, provvedeva con le proprie entrate a tutte le spese riguardanti il servizio dei sacrifici" (2Mac 3,1-3).
Il brano si commenta da solo e porta semplicemente in risalto il fatto che, grazie alla "pietà del sommo sacerdote Onia e la sua avversione al male", succedono cose impensabili (eventi di carattere pre-messianico) come quelle sopra descritte.

"Lo assistette contro l'avarizia dei suoi avversari e lo fece ricco; lo custodì dai nemici, lo protesse da chi lo insidiava, gli assegnò la vittoria in una lotta dura, perché sapesse che la pietà è più potente di tutto" (Sap 10,11-12).
In questo capitolo del libro della Sapienza, viene spiegato come essa ha operato nella storia da Adamo fino a Mosè. In questi versetti si parla di Giacobbe e viene menzionata la sua "lotta con Dio", dove egli l'avrebbe spuntata, non per la sua forza fisica, ma per il vigore della sua "pietà". Solo questa può costringere Dio e ottenere la sicurezza della sua benedizione. L'episodio viene dunque interpretato nel senso di una esperienza spirituale.

Nel prossimo brano, sempre tratto dal libro della Sapienza, possiamo notare come Dio le tenti tutte pur di strappare il suo popolo dal peccato con prove e castighi. Questo concetto, frequente nell'AT, l'autore lo estende deliberatamente a tutti gli uomini peccatori: "Se gente nemica dei tuoi figli e degna di morte tu hai punito con tanto riguardo e indulgenza, concedendole tempo e modo per ravvedersi dalla sua malvagità, con  quanta attenzione hai castigato i tuoi figli, con i cui padri concludesti, giurando, alleanze di così buone promesse? Mentre dunque ci correggi, tu colpisci i nostri nemici in svariatissimi modi, perché nel giudicare riflettiamo sulla tua bontà e speriamo nella misericordia, quando siamo giudicati" (Sap 12,20-22).
La Scrittura ci dice che Dio è origine e fonte di ogni pietà. Secondo l'insegnamento biblico il nostro è un Dio pietoso ed è proprio questa definizione che il Signore dà di se stesso quando si rivela a Mosé ai piedi del monte Oreb. Mosè, il mediatore dell'alleanza, sale a incontrare Dio sul monte santo, e ad ascoltare la proclamazione della sua misericordia e giustizia da parte di Dio: "Mosè tagliò due tavole di pietra come le prime; si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano. Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui proclamando: "Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione" (Es 34,4-7).
Nelle relazioni con il suo popolo Dio si manifesta come Dio pietoso, ed è proprio questa l'attività del Suo Cuore, fare grazia nella misericordia. Tanto è vero che in ebraico "misericordia" e "pietà" (come abbiamo già detto), si indicano con lo stesso termine: hesed, che significa "viscere misericordiose di amore". Il termine prende spunto dall'amore "viscerale", dal di dentro, che una madre ha per il proprio figlio. Questo è l'amore di Dio per il suo popolo che i profeti hanno pian piano svelato nella riflessione profetico-sapienziale.

In questo brano il tema principale è l'esuberante gioia del ritorno. Qui il titolo "Israele" si riferisce all'intero popolo. Viene raccontato il ritorno dall'esilio, considerato come un nuovo esodo, e in una forma molto più gloriosa. L'amore espresso nell'alleanza è definito "antico" o "eterno" perché ha la sua origine fin dal periodo del deserto e non cesserà mai: "In quel tempo - oracolo del Signore - io sarò Dio per tutte le tribù di Israele ed esse saranno il mio popolo". Così dice il Signore: "Ha trovato grazia nel deserto un popolo di scampati alla spada;Israele si avvia a una quieta dimora". Da lontano gli è apparso il Signore: "Ti ho amato di amore eterno, per questo ti conservo ancora pietà. Ti edificherò di nuovo e tu sarai riedificata, vergine di Israele. Di nuovo ti ornerai dei tuoi tamburi e uscirai fra la danza dei festanti. Di nuovo pianterai vigne sulle colline di Samaria; i piantatori, dopo aver piantato, raccoglieranno. Verrà il giorno in cui grideranno le vedette sulle montagne di Efraim: Su, saliamo a Sion, andiamo dal Signore nostro Dio" (Ger 31,1-6).
Abbiamo visto cosa ottiene la pietà, ora leggiamo in Ezechiele cosa può compiere Dio, nell'uomo, grazie alla sua azione: "Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli;  vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi. Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio" (Ez 36,24-28).
Il cuore è la sede dell'intelletto e dell'amore; Dio vuole cambiare il modo di considerare la vita dell'uomo, svelando il suo punto di vista. Da notare che quando si parla di "cuore nuovo" e di "spirito nuovo" si vuole affermare una nuova capacità di vivere come un popolo unico e non semplicemente come singoli individui.

Nella tradizione cristiana la pietà è innanzitutto un atteggiamento profondo e totale: non riguarda qualche aspetto del credente, ma investe tutta la sua volontà, la sua azione, i suoi sentimenti. È un dono dello Spirito a fondamento dell'intera vita spirituale perché costituisce il clima, lo spazio vitale in cui gli altri doni possono crescere ed essere fecondi. Pietà infatti è una sensibilità del cuore del credente, è manifestazione del "cuore di carne" profetizzato da Ezechiele (Ez 36,24-28), del cuore nuovo che Dio stesso sostituisce al cuore di pietra. Sì, pietà e sensibilità di ascolto. "Un cuore ascoltante" è l'espressione biblica che indica quel cuore che Dio solo può dare e che consente di ascoltare la sua parola, di accoglierla e custodirla affinché divenga impulso, slancio per il comportamento, l'azione. "Delicatezza di coscienza" potrebbe essere l'altro nome di questa sensibilità: il cuore abitato dallo Spirito Santo che è il desiderio profondo di Dio insegna a desiderare come Dio desidera, sicché con audacia potremmo dire che il credente, attraverso il dono della pietà, mette il cuore di Dio nel suo cuore.
A questo punto stiamo entrando nel cuore, secondo il mio modesto punto di vista, dell'argomento. E' il profeta Osea che ci fa conoscere la misericordia di Dio e ce la tratteggia con tinte piene di compassione. Adesso potremmo chiedere ad un amico di leggerci il prossimo brano biblico e noi, ad occhi chiusi, ascoltando queste parole, questi versi, sentiremmo su di noi e dentro di noi tutto l'amore "passionale" e traboccante di Dio che ci investe. Il nostro "Abbà" ci ama di un amore immenso e non ha avuto, essendo Dio, nessuna vergogna né ha provato nessuna umiliazione, a rivelarcelo. Questo perché noi siamo l'oggetto del suo desiderio, dei suoi sentimenti ed anche perché l'appellativo essenziale del Padre è: Dio è Amore! Quindi ascoltiamo in silenzio e ad occhi chiusi questi versi senza commentarli perché l'amore non si commenta, si gusta e si vive: "Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d'amore; ero per  loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare" (Os 11,3-4).
Da quest'ultimo brano, pregustazione neo-testamentaria, evinciamo la natura stessa della Pietà: il rapporto con Dio che come una madre e un padre ama "visceralmente" il suo popolo. Tutto il cammino profetico e sapienziale ha portato a questo punto per illuminare la natura stessa della pietà che fa di Israele un "unicum" tra le religioni del pianeta. Dio non è solo l'altissimo, il trascendente, l'onnipotente, l'onniscente. Senza cessare di essere tutto questo, Egli è il Dio della Pietà che muove a Pietà. E' amore viscerale che chiede, nella giustizia dell'amore, senza imposizione, una risposta altrettanto appassionata e concreta.



Analisi Neo-testamentaria
Abbiamo già affrontato, nella parte riguardante il Catechismo, come la pietà faccia parte della virtù della giustizia che consiste nel dare a ciascuno quanto gli è dovuto. Ricordiamo che con il termine pietà (in latino pìetas), indichiamo quell'insieme di sentimenti come il rispetto, la dedizione e l'amore che si hanno verso persone o realtà che sentiamo, in qualche modo, superiori a noi: genitori o figure genitoriali.
Come esempio di questo aspetto della pietà prendiamo due letture tratte dal nuovo testamento:
"Dio ha detto: Onora il padre e la madre e inoltre: Chi maledice il padre e la madre sia messo a morte. Invece voi asserite: Chiunque dice al padre o alla madre: Ciò con cui ti dovrei aiutare è offerto a Dio, non è più tenuto a onorare suo padre o sua madre. Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione" (Mt 15,4-6).
"Onora le vedove, quelle che sono veramente vedove; ma se una vedova ha figli o nipoti, questi imparino prima a praticare la pietà verso quelli della propria famiglia e a rendere il contraccambio ai loro genitori, poiché è gradito a Dio" (1Tm 5,3-4).
L'aspetto però che ci interessa maggiormente è quello riguardante la pietà come rapporto d'amore e di figliolanza con Dio. Cominciamo quindi a vedere come nel Nuovo Testamento la pietà di Dio si manifesta compiutamente ed in forma paradigmatica nella persona di Gesù Cristo.
San Paolo, nella prima lettera a Timoteo, afferma che: "Grande è il mistero della pietà": "Ti scrivo tutto questo, nella speranza di venire presto da te; ma se dovessi tardare, voglio che tu sappia come comportarti nella casa di Dio, che è la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità. Dobbiamo confessare che grande è il mistero della pietà: Egli si manifestò nella carne, fu giustificato nello Spirito, apparve agli angeli, fu annunziato ai pagani, fu creduto nel mondo, fu assunto nella gloria" (1Tm 3,14-16).
Qui "il mistero" si riferisce a quello della rivelazione di Dio, cioè la rivelazione nella storia del momento della salvezza che un tempo era nascosto che è lo stesso Cristo. Egli "si manifestò nella carne" e in questa affermazione è implicito un certo tipo di preesistenza divina, mentre la frase "fu giustificato nello Spirito" si riferisce alla risurrezione di Cristo; Egli fu reso giusto nello Spirito e ne è prova l'evento della sua risurrezione.
Il tema del "mistero della pietà" viene trattato dallo stesso Paolo sia nel primo che nel secondo capitolo della lettera ai Colossesi: "Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio presso di voi di realizzare la sua parola, cioè il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi, ai quali Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo ai pagani, cioè Cristo in voi, speranza della gloria" (Col 1,25-27).
"Il mistero" qui indica una universale rivelazione aperta a tutti, la Parola di Dio, Cristo tra voi, la gloriosa speranza; anche qui si fa riferimento alla rivelazione di Dio in Cristo suo Figlio.
Nel brano tratto invece dal secondo capitolo, Paolo esprime tutta la sua preoccupazione per la fede dei Colossesi: "Voglio infatti che sappiate quale dura lotta io devo sostenere per voi, per quelli di Laodicèa e per tutti coloro che non mi hanno mai visto di persona, perché i loro cuori vengano consolati e così, strettamente congiunti nell'amore, essi acquistino in tutta la sua ricchezza la piena intelligenza, e giungano a penetrare nella perfetta conoscenza del mistero di Dio, cioè Cristo, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza" (Col 2,2-3).
Ci appare chiaro quindi che Gesù è il mistero di Dio! Cerchiamo a questo punto di comprendere meglio la figura di Gesù e il dono stesso della pietà, facendoci aiutare dal testo del Vangelo di Luca dove vi è il racconto del battesimo del Signore: "Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: "Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto" (Luca 3,21-22).
In questo brano ci sono cinque fatti successivi:
"Quando tutto il popolo fu battezzato...": il popolo viene battezzato da Giovanni Battista il quale propone un gesto penitenziale pubblico, di cui la gente capisce subito il significato: la necessità della penitenza;
"Gesù, ricevuto anche lui il battesimo...": Gesù stesso vuole farsi battezzare: si lascia coinvolgere e s'immerge nell'acqua, nel desiderio di esprimere la partecipazione all'ansia di purificazione del popolo;
"... stava in preghiera...": nel vangelo di Luca, Gesù compare in pubblico per la prima volta, come un uomo in preghiera, e la gente lo vede;
"scese su di lui lo Spirito Santo, in apparenza corporea, come di colomba...": la colomba non è un uccello che vola molto ma che soprattutto si posa; l'espressione allude ad un fenomeno visibile, che attira l'attenzione e fa pensare allo Spirito che riposa in Gesù. C'è dunque una venuta e una permanenza dello Spirito;
"Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto". Il Padre fa tre affermazioni fondamentali. La prima di queste affermazioni è: "Tu sei mio figlio...". E' la parola rivelatrice di Gesù. Intanto possiamo dire "Padre", in quanto qualcuno prima ha detto di noi: tu sei mio figlio, tu sei mia figlia!
Il "Padre nostro" è una preghiera in risposta a Colui che ci chiama "figli". Questo è lo spirito di pietà che è sostanzialmente la pietà filiale presente in Gesù.
La seconda affermazione è l'aggiunta "prediletto": un aggettivo che troviamo nel libro della Genesi quando Dio per mettere alla prova Abramo, gli disse: "Prendi il tuo unico figlio che ami Isacco" (Genesi 22, 2).
La terza affermazione è: "In te mi sono compiaciuto". Il richiamo biblico è Isaia 42,1: "Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio": notiamo che il Padre si compiace di lui proprio in quell'atto di profonda umiltà che Gesù sta vivendo, perché il battesimo era un gesto di penitenza. Mentre Gesù è in stato di umiltà e di preghiera, il Padre lo proclama Figlio.
Cosa deduciamo alla luce di questo brano sullo spirito della pietà o il dono della pietà?
Il dono della pietà è il sentimento profondo di essere figli, è il gusto intimo di chi chiama Dio: "Padre".
La pietà è quindi alla base di ogni autentica devozione, di ogni spiritualità, di ogni preghiera cristiana! Gesù è il compimento della pietà del Padre e il Padre, dandoci il Figlio, ci ha dato e ci dà tutto.
E' sempre San Paolo che ci dice ancora: "Se il Padre ci ha dato il Figlio, come non ci darà qualsiasi altra cosa?".
E' allora nel Figlio che dobbiamo cercare il vero modo di vivere la pietà, cioè il rapporto di figliolanza con nostro Padre celeste.

Come manifesta Gesù questa pietà, questa misericordia?
Gesù la dimostra con un abbandono totale nelle mani del Padre! Gesù è l'uomo che si consegna totalmente alla volontà di Dio.
Il Vangelo dice: "Non faccio nulla da me stesso ma come mi ha insegnato il Padre, così Io parlo. Colui che mi ha mandato è con Me, non mi ha lasciato solo perché Io faccio sempre le cose che Gli sono gradite" (Gv 8,29).
Gesù in questo brano di Giovanni ci rivela molte cose interessanti: pur essendo Figlio di Dio, Egli non fa nulla da se stesso, ma apprende tutto dal Padre a cominciare dal modo e dalle cose che dice.
Gesù afferma che il Padre è con Lui e non lo lascia mai solo, poiché Egli è a Lui obbediente e fa sempre le cose che a Lui sono gradite.
Notiamo quanta importanza Gesù dia all'obbedienza come atto di amore perfetto, pienamente consapevole della paternità amorosa del Padre. Da questo ultimo versetto mi sembra quasi di percepire che Gesù non compia uno sforzo ad obbedire al Padre ma lo faccia con gioia perché sa di compiere ciò che a Lui è gradito. C'è un profondo rapporto d'amore e di fiducia tra il Padre e il Figlio ma nonostante ciò Gesù capisce quanto sia importante compiere ciò che è gradito al Padre al punto che è nell'obbedirgli che Cristo compie un atto di lode perfetto e nel contempo che trova conferme e sicurezze riguardo al suo cammino, alla sua missione, alla sua chiamata.
L'atto di lode perfetto è proprio quello che ama Dio perché è Dio e Padre; senza tornaconto, senza bisogno di chiarezza , talvolta, senza luce. Questo è l'obbedienza filiale del Cristo e qui si compie l'atto di lode compiuto.
Qui, come tratteremo in seguito, siamo chiamati.
Gesù sente il bisogno di obbedire in quanto Figlio e riconosce l'importanza del relazionarsi con il Padre in ogni circostanza, specialmente nei momenti cruciali.
Anche l'uomo, illuminato dal dono della pietà, ha uno spiccato senso della sua piccolezza di creatura davanti a Dio, che invece è amoroso padrone e giudice del mondo. Anche se stiamo attraversando un periodo di prova, di sofferenza, crediamo con fiducia di non essere mai abbandonati al potere del male, (dentro e fuori di noi), ma di venire soccorsi da Dio in tempi e modi che non sempre coincidono con le aspettative della nostra logica umana.
Il dono della pietà è una benedizione divina che comunque deve essere intesa non come uno scudo che ci preserva, ma come una corazza sicura che ci permette di combattere senza che i colpi del nemico possano ucciderci.
Il combattimento è infatti inevitabile! Soprattutto con quella parte di noi restia a morire e a fidarsi.
Il NT presenta il concetto della pietà utile a tutto: "Esercitati nella pietà, perché l'esercizio fisico è utile a poco, mentre la pietà è utile a tutto, portando con sé la promessa della vita presente come di quella futura. Certo questa parola è degna di fede. Noi infatti ci affatichiamo e combattiamo perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente, che è il salvatore di tutti gli uomini, ma soprattutto di quelli che credono. Questo tu devi proclamare e insegnare" (1Tm 4,8-11).
La pietà è una caratteristica inalienabile della personalità dell'uomo di Dio come leggiamo nella lettera a Timoteo: "Ma tu, uomo di Dio, fuggi queste cose; tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza" (1 Tm 6,11).
Inoltre continua l'apostolo: "la sua potenza divina ci ha fatto dono di ogni bene per quanto riguarda la pietà" (2 Pt 1,3): riferendosi ovviamente in modo esplicito al dono dello Spirito che viene a perfezionare la virtù di religione: il dono della pietà.

A questo punto torniamo un attimo ai brani che abbiamo fugacemente menzionato per analizzarli in maniera un po' più approfondita.
Cominciamo dalla lettera a Timoteo: "Se qualcuno insegna diversamente e non segue le sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e la dottrina secondo la pietà, costui è accecato dall'orgoglio, non comprende nulla ed è preso dalla febbre di cavilli e di questioni oziose. Da ciò nascono le invidie, i litigi, le maldicenze, i sospetti cattivi, i conflitti di uomini corrotti nella mente e privi della verità, che considerano la pietà come fonte di guadagno. Certo, la pietà è un grande guadagno, congiunta però a moderazione! Infatti non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via. Quando dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci, contentiamoci di questo. Al contrario coloro che vogliono arricchire, cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione. L'attaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori. Ma tu, uomo di Dio, fuggi queste cose; tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni" (1Tm 6,3-12).
Questo bellissimo brano, pieno di indicazioni concrete, si spiega ancora meglio alla luce della lettura del primo capitolo della lettera a Tito: "Paolo, servo di Dio, apostolo di Gesù Cristo per chiamare alla fede gli eletti di Dio e per far conoscere la verità che conduce alla pietà ed è fondata sulla speranza della vita eterna, promessa fin dai secoli eterni da quel Dio che non mentisce, e manifestata poi con la sua parola mediante la predicazione che è stata a me affidata per ordine di Dio, nostro salvatore, a Tito, mio vero figlio nella fede comune: grazia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù, nostro salvatore" (Tt 1,1-4).
Con la frase "per far conoscere la verità... ", Paolo utilizza una formula che nelle lettere pastorali si riferisce alla verità rivelata da Dio stesso.
Questo tipo di conoscenza viene opposta alla cosiddetta scienza insegnata dai falsi dottori. La frase si conclude "... che conduce alla pietà" dove qui l'eusébeia (in greco) significa "pietà" e "rispetto", cioè un retto comportamento nei riguardi di Dio e della società umana. Questo è un requisito essenziale richiesto dalla rivelazione divina.
Come esiste la pietà, esiste pure il suo contrario: l'empietà, vista come sclerocardia, durezza di cuore, una situazione in cui il credente può cadere, come ha avvertito più volte Gesù, rimproverando addirittura ai Dodici questa patologia: "Ma non capite? Avete il cuore indurito?" (Mc 8,17-21). Cuore indurito o "cuore calloso" è il cuore che ha perso la sensibilità, che non sente più, non vibra più alla voce di Dio che è tenue come una brezza.
È il cuore che ha perso slancio, motivazioni, che è diventato cinico, insensibile.
Quali sono gli atteggiamenti da fuggire per non cadere nell'empietà?
Ce li descrive San Paolo nella sua lettera a Timoteo mettendoci in guardia: "Devi anche sapere che negli ultimi tempi verranno momenti difficili. Gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanitosi, orgogliosi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, senza religione, senza amore, sleali, maldicenti, intemperanti, intrattabili, nemici del bene, traditori, sfrontati, accecati dall'orgoglio, attaccati ai piaceri più che a Dio, con la parvenza della pietà, mentre ne hanno rinnegata la forza interiore. Guardati bene da costoro!" (2Tm 3,1-5)
Ed è sempre San Paolo che ci indica cosa fare, quale atteggiamento assumere per rimanere in uno stato di attesa e di speranza riguardo al ritorno di Cristo: "E' apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo" (Tt 2,11-13).
Quando Paolo scrive "... che ci insegna ..." si riferisce a Dio stesso.
E' Lui che compie, nello Spirito Santo, per i credenti, ciò che era considerato di grande importanza nella società greco-romana, la vera educazione (paidéia). Questa si contrappone alla "empietà", il vizio opposto alla pietà - lealtà - devozione (eusébeia), e contemporaneamente promuove uno stile di vita perfettamente virtuoso (le tre virtù cardinali della moderazione, della giustizia e della pietà rappresentano le virtù in generale).
Al termine di questa sessione ascoltiamo cosa scrive Paolo, prima ai Galati e poi ai Romani: "E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!" (Gal 4, 6). "Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre. Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio" (Rm 8,14-16).
Le parole dell'apostolo Paolo ci ricordano che dono fondamentale dello Spirito è la grazia santificante (gratia gratum faciens), insieme alla quale si ricevono le virtù teologali: fede, speranza e carità, e tutte le virtù infuse (virtutes infusæ), che abilitano ad agire sotto l'influsso dello stesso Spirito. Nell'anima, illuminata dalla grazia celeste, tale corredo soprannaturale è completato dai doni dello Spirito Santo.
A differenza dei carismi, che sono concessi per l'altrui utilità, questi doni sono offerti a tutti, perché ordinati alla santificazione ed al perfezionamento della persona.
 


Psicologia biblica

Per comprendere la necessità del dono della pietà, è molto importante cogliere bene le modalità con cui il dono agisce nel nostro intimo. Per fare questo andiamo ad esplorare il rapporto stupendo e unico che Gesù ha con il Padre. Prima di tutto, guardiamo al modello che è Gesù, perché noi siamo figli nel Figlio.
Studiando la sua persona, una delle cose più belle e impressionanti che ci colpiscono è come si esprime nei confronti del Padre nell'arco della sua vita.
Fin da bambino, la sua aspirazione è quella di interessarsi delle cose del Padre: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? " (Luca 2,48). E ancora: "Sì, Padre!" È la sua risposta: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare" (Matteo 11,25);
"Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite" (Gv 8,29).
Al cuore della sua preghiera e del suo insegnamento c'è sempre l'annuncio della paternità di Dio:
"Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio" (Mt 5,9);
"Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli" (Mt 5,16);
"Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste" (Mt 5,48);
"Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome..." (Mt 6,9);
"In quel tempo Gesù disse: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare" (Mt 11,25-27).
Durante l'ultima cena afferma che fa tutto insieme al Padre: "Queste cose vi ho dette in similitudini; ma verrà l'ora in cui non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi parlerò del Padre. In quel giorno chiederete nel mio nome e io non vi dico che pregherò il Padre per voi: il Padre stesso vi ama, poiché voi mi avete amato, e avete creduto che io sono venuto da Dio. Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre". Gli dicono i suoi discepoli: "Ecco, adesso parli chiaramente e non fai più uso di similitudini. Ora conosciamo che sai tutto e non hai bisogno che alcuno t'interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio". Rispose loro Gesù: "Adesso credete? Ecco, verrà l'ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me" (Gv 16,25-32).
Nella preghiera del Getsemani, gettandosi a terra pregava così: "Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu" (Mc 14,35-36);
fino all'abbandono supremo: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,46).
Questi sono soltanto alcuni esempi, perché tutto quello che Gesù dice o fa è sempre in riferimento al Padre.
Per lui Dio è sempre il Padre!
Nel Vangelo possiamo trovare, per così dire, due Gesù: un Gesù pubblico che agisce, parla, fa miracoli, scaccia i demoni e un Gesù segreto, intimo, il "Gesù nascosto tra le righe del Vangelo": è il Gesù che prega, il Gesù che parla con il Padre suo, il Gesù intimo.
Come è facile non accorgersi di questo Gesù! Come è facile leggere il Vangelo e non cogliere questo Gesù intimo, profondo, in dialogo con il Padre.
Questa immagine di Gesù che sul monte, o altrove, in solitudine prega il Padre, mi affascina! Mi trovo comunque in grande difficoltà a parlare della preghiera perché fondamentalmente io non so pregare.
Ho chiesto al Signore: "Perché mi fai parlare di questo argomento? Perché mi dai questa croce di parlare agli altri di ciò che nemmeno io posseggo appieno?" Allora mi sono ricordato di una catechesi di un padre francescano molto noto, che aveva rivolto pure lui al Signore questa domanda ed Egli gli aveva risposto così: "Perché non si parla bene, non si parla con il fuoco, con desiderio delle cose che si posseggono, ma delle cose che si desiderano". Questa fu per me una risposta piena di luce (non solo sull'argomento preghiera, ma su tutte le varie sfaccettature della mia vita spirituale), ed è per questo motivo che ve la propongo qui da leggere.
Io desidero imparare a pregare, come desidero imparare ad usare bene il tempo prezioso che il Padre mi dona. Anche perché le due cose sono molto legate l'una all'altra: se do tempo alla preghiera, sarà la preghiera stessa a mettere ordine nella mia vita e quindi imparerò pure ad usare bene il tempo che mi viene concesso. Dicevo che io desidero saper pregare, e forse il Signore mi lascerà con questa croce, spero non a lungo, affinché io ne parli con sempre più fuoco, e maggior desiderio.
Noi impariamo a pregare guardando Gesù. Lasciamoci guidare dal Vangelo di Luca, non perché questo sia l'unico che parla di Gesù che prega, ma perché è quello che ne parla più spesso.
Incominciamo con il battesimo di Gesù. Dice Luca: "Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce nel cielo: Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto" (Luca 3,21-22).
Forse non avevamo mai fatto caso che il battesimo di Gesù è un mistero di preghiera: "...  stava in preghiera, il cielo si aprì".
Fu la preghiera di Gesù a far aprire il cielo e a fare discendere per la prima volta in maniera visibile e pubblica lo Spirito Santo, l'effusione su Gesù: anche Gesù ebbe la sua effusione dello Spirito, è questo il prototipo di ogni effusione dello Spirito.

Gesù aveva lo Spirito Santo fin dall'inizio non aveva certo bisogno di altre effusioni, ma la conferma per così dire, oggettiva e comunitaria, gli fu data nel battesimo, questa pienezza era in vista della sua missione messianica che iniziava da lì. E' lì che il Signore Gesù, annuciò la Sua piena coscienza, di essere il Messia. Il Messia sofferente, umile e obbediente. E per questa missione si rese manifesta l'Effusione di Spirito Santo di cui rera già ripieno.
Al capitolo 5 versetto 16 del Vangelo di Luca leggiamo: "La sua fama si diffondeva ancor più; folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro infermità. Ma Gesù si ritirava in luoghi solitari a pregare" (Lc 5,15-16).
Gesù non si lascia travolgere dalla folla che viene per ascoltarlo e per farsi guarire, ma si ritira a pregare. In quel momento le folle non venivano per i "pani", ma per ascoltarlo e per farsi guarire dalle loro infermità, per un ministero sacerdotale: Gesù aveva fatto abbastanza perciò si ritirava in preghiera.
Al capitolo successivo: "In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione". Ecco il Gesù nascosto! "Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli" (Lc 6,12-13). Gesù fa di giorno quello che di notte ha visto in preghiera essere la volontà del Padre.
E' sempre il Gesù nascosto che si apparta a pregare con i suoi discepoli e stando insieme con loro, in un modo familiare ed intimo, cerca di carpire cosa hanno capito riguardo alla sua persona e alla sua chiamata: "Un giorno, mentre Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i discepoli erano con lui, pose loro questa domanda: "Chi sono io secondo la gente? Essi risposero: "Per alcuni Giovanni il Battista, per altri Elia, per altri uno degli antichi profeti che è risorto". Allora domandò: "Ma voi chi dite che io sia? ". Pietro, prendendo la parola, rispose: "Il Cristo di Dio". Egli allora ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno" (Lc 9,18-21).
Mi sembra quasi di cogliere tra le righe di questi versetti, un Gesù umanamente bisognoso di conferme da parte di coloro che più ama e con i quali trascorre la maggior parte del suo tempo.
Sempre dal capitolo 9 di Luca: "Circa otto giorni dopo questi discorsi, prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. E, mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante" (Lc 9,28-29), "...E dalla nube uscì una voce, che diceva: "Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo" (Lc 9,35). Abbiamo la conferma che anche la trasfigurazione è un mistero della preghiera di Gesù.
Gesù va sul monte a pregare e pregando va in fiamme, cambia d'aspetto. Come nel battesimo pregando squarcia i cieli e ne fa discendere lo Spirito Santo, ora pregando squarcia le pareti della sua umanità: la divinità, la luce del Padre, traspare all'esterno e folgora i discepoli che cadono a terra. Gesù non va sul monte per essere trasfigurato, (questa è la sorpresa del Padre), ma va esclusivamente a pregare.
Ancora dal vangelo di Luca: "Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli" (Lc 11,1).
Io penso che i discepoli fecero questa richiesta spinti non tanto da un ragionamento intellettuale, (Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli a pregare quindi anche Gesù deve farlo), ma da un fatto preciso, cioè dall'aver visto Gesù pregare. Vedendo il modo di pregare di Gesù, e da come lo trasformasse la preghiera, i discepoli si accorgono che in vita loro non avevano mai veramente pregato! Hanno la nostalgia, il desiderio di pregare, di imparare a pregare e: "Ed egli disse loro: "Quando pregate, dite: ..." (Lc 11,2)
C'è ancora un'ultima annotazione nel Vangelo di Luca: "Giunto sul luogo, disse loro: "Pregate, per non entrare in tentazione". Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà" (Lc 22,40-42).
Inoltre a queste indicazioni che ci vengono dal Vangelo, possiamo aggiungere un'altra notizia che non si trova nei Vangeli, ma che è altrettanto certa: Gesù partecipava alla preghiera pubblica, alla preghiera liturgica come ogni pio israelita del suo tempo. Questa preghiera avveniva almeno tre volte al giorno: al mattino al sorgere del sole, nel pomeriggio e la sera prima del riposo. Se noi consideriamo oltre a queste preghiere ufficiali, tutto il tempo che Gesù dedicava al suo rapporto con il Padre, alla sua preghiera personale e nascosta "sul monte", allora ci si apre davanti uno scenario che ci fa comprendere in maniera chiara quanto sia stato importante per Lui il tempo dedicato alla preghiera.
Assodato questo fatto così importante, ora proviamo ad entrare dentro la preghiera di Gesù, cioè dentro i contenuti della sua preghiera: cosa diceva Gesù quando pregava? Mi colpisce tantissimo pensare a questo Gesù che sta davanti al Padre: che vortice d'amore, che vortice di dialogo, doveva esserci tra di loro! Come sarebbe bello poter sapere cosa si dicevano! C'è una risposta a questa domanda e la troviamo nei Vangeli; leggendoli si scopre una cosa curiosa: in tutte le preghiere riferite a Gesù, c'è l'invocazione Abbà! O meglio, in tutte le preghiere eccetto una: il grido sulla croce "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mt 27,46 - Sal 22,2).
Tutte le volte che nei Vangeli viene riportata una preghiera di Gesù, il suo vertice è l'invocazione "Abbà", "papà".
Questa è la novità della preghiera di Gesù! Nessuno mai aveva osato in Israele pregare chiamando Dio con il nome di Padre, "Abbà", cioè usando il diminutivo infantile "papà". Gesù può farlo perché lui è figlio!
Per effetto di una critica filologica, oggi si mettono in dubbio, quasi tutti i testi dei Vangeli in cui si attribuisce a Gesù, durante la vita storica, il titolo di figlio di Dio. Questo perché probabilmente durante la sua vita, Gesù non si è mai definito figlio di Dio e forse neanche gli altri lo hanno mai chiamato così. Il riconoscere Gesù come Figlio di Dio è il frutto della Pasqua che ha alimentato la fede della prima Chiesa primitiva che si è poi riflessa sui Vangeli.
Ma c'è una prova sicura in base alla quale possiamo affermare che Gesù si riteneva il figlio di Dio e che gli altri dovevano essere in grado di riconoscerlo come tale: era la sua preghiera, era il suo coraggio di rivolgersi a Dio chiamandolo "papà"! Questo è un segno della coscienza che Gesù aveva di essere l'unico figlio di Dio.
Ora, se questa è la novità della preghiera di Gesù, la preghiera da questo momento in poi è il grido del figlio che si mette davanti al Padre e lo chiama papà. Tutto il resto viene da sé. Se questa è la novità della preghiera di Gesù ora chiediamoci: da dove viene questa novità? La Parola di Dio ci risponde rivelandoci che viene dallo Spirito Santo! Era lo Spirito Santo effuso su Gesù nell'incarnazione. Lo era in una maniera nuova, universale, ecclesiale con il battesimo. Era ancora lo Spirito Santo effuso nel cuore di Gesù che metteva in moto questo grido: "Abbà!". Era sempre lo Spirito Santo che fece esultare Gesù e fece scaturire dalle sue labbra questa preghiera di lode: "In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: "Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto" (Lc 10,21).
Paolo conferma questa verità fondamentale e non secondaria, perché ci dice che la preghiera di Gesù era continua e nello Spirito. Nella lettera ai Galati dice: "E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!" (Gal 4,6)
Allora Paolo, come abbiamo appena ascoltato dalla lettera ai Galati, partendo da ciò che avviene nel cristiano, fa luce su quello che avveniva in Gesù. Se lo Spirito di Gesù, effuso su di noi per iniziativa di Dio, ha come caratteristica di farci gridare "Abbà", di effondere su di noi lo spirito filiale che ci spinge a chiamare Dio con il nome di "Abbà", vuol dire che lo Spirito che era in Gesù faceva in lui la stessa cosa.
Paolo, nella lettera ai Galati, scrive: "...Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!" In effetti, lo Spirito Santo dentro di noi non potrebbe gridare "Abbà", lo Spirito di per sé non può gridare "Abbà", perché lo Spirito Santo non è figlio del Padre. Procede dal Padre, ma lo Spirito in prima persona non può dire "Abbà" perché non è figlio e perché non ha Dio come padre. Perché allora grida "Abbà" dentro di noi lo Spirito Santo? Perché è lo Spirito del Figlio Gesù. Ed è grazie al fatto che è lo Spirito donato a Gesù, diventato quindi lo Spirito di Gesù, che il Figlio può gridare anche in  noi Abbà.
E così noi dobbiamo ora leggere la preghiera di Gesù come una preghiera pneumatica, spirituale. Ma lo Spirito Santo non c'era solo quando Gesù pregava pieno di esultanza o quando sul monte Tabor si trasfigurava, lo Spirito Santo era anche con Gesù nel Getsemani, a tirargli fuori dal cuore quel "Abbà, sia fatta la tua volontà".
Ricordate il testo della lettera agli Ebrei 9,14: "... quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalla opere morte, per servire il Dio vivente?".
Ancora l'epistola agli Ebrei 5,7 dice: "Proprio per questo nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; ...".
Ora chiediamoci: cosa ci ha insegnato questo sguardo su Gesù che prega?

Nient'altro che questo: dobbiamo imitare Gesù e avere una preghiera incessante e spirituale. Questo è il senso della Pentecoste! La Pentecoste è l'invio sulla Chiesa dello Spirito di Gesù. Non è l'invio solo dall'alto della terza persona della Santissima Trinità. Lo Spirito Santo a Pentecoste non vienesolo dall'alto, dall'eternità, viene anche dalla storia, viene da Gesù. Lo Spirito Santo che era in Gesù di Nazareth, che in lui ha preso pieno possesso dell'umanità, da Lui stesso si riversa come profumo che si diffonde in tutta la casa sui credenti. Cosa significa tutto questo?
Che tutte quelle cose che Gesù ha fatto nei Vangeli, quelle stesse cose deve fare oggi la Chiesa: la Pentecoste rimanda al Vangelo.
Gesù pregava incessantemente e anche la nostra preghiera dovrebbe essere continua.
Ma c'è un'altra cosa che Gesù ci ha insegnato e che è importante dire: la sua era continua e spirituale, cioè fatta nello Spirito Santo.
Noi dobbiamo rinnovare la nostra preghiera!
Chi crede che la sua preghiera non debba essere rinnovata, è in grosso errore. Gesù ha rinnovato la preghiera grazie allo Spirito Santo che era in pienezza su di lui e che lo faceva gridare "Abbà"; questo gli ha permesso di infrangere quella preghiera "pietrificata" che caratterizzava la maggior parte degli israeliti, per lo più sacerdoti, dotti, scribi e dei nostri antenati.
Gesù non ha distrutto la preghiera liturgica, ma l'ha rinnovata, ci ha messo dentro "vino nuovo". Per esempio: la preghiera del Padre Nostro (che è quasi una preghiera ufficiale), viene detta in aramaico che era la lingua volgare e non in ebraico, che era la lingua delle preghiere ufficiali.
Gesù ha messo il "vino nuovo" negli "otri vecchi" della preghiera grazie allo Spirito Santo e il segreto del rinnovamento della preghiera è lo Spirito Santo stesso, non è uno sforzo, non è una tecnica, non si tratta di andare ad imparare in oriente!!!
Il segreto del rinnovamento della preghiera cristiana cattolica è lo Spirito Santo!
Il Signore mi ha fatto comprendere che c'è una prima preghiera che è la "preghiera dialogo" in cui noi parliamo e Dio ci risponde attraverso la Bibbia, poi Lui ci parla e noi ascoltiamo.
Questa preghiera può essere maggiormente "spiritualizzata", cioè può essere maggiormente ispirata dallo Spirito Santo, perché "spiritualizzare" significa, appunto, far entrare sempre più come protagonista lo Spirito Santo, lo Spirito del Figlio Gesù che prega.
E allora non abbiamo più la preghiera "dialogo", ma "duetto", quando: "lo Spirito e la sposa dicono a Gesù; vieni!". Il duetto è quando due persone cantano insieme, all'unisono, e questa è una forma di preghiera in cui noi ci lasciamo guidare dallo Spirito Santo e preghiamo con lo Spirito di Gesù, con le parole di Gesù.
Ma c'è una preghiera ancora più spirituale che io chiamo la "preghiera monologo": la preghiera in cui prega solo lo Spirito Santo dentro di noi; ce ne parla Paolo in Romani 8 partendo da un'esperienza concreta che anche lui aveva fatto e cioè quella in cui noi non sappiamo che cosa ci conviene chiedere: "Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; ..." (Rm 8,26)  Ci sono situazioni in cui, obbiettivamente, noi non sappiamo quale sia la cosa migliore da chiedere al Signore: se rimanere in un luogo o cambiare, se essere liberati da una croce o tenerla, in queste circostanze in cui noi non sappiamo che cosa sia conveniente domandare, lo Spirito intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili: "... e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio" (Rm 8,27).
Ecco il segreto! Solo lo Spirito Santo conosce il segreto di Dio su di noi, il progetto di Dio su di noi; Lui solo sa qual é la cosa che Dio ci vuol dare! Allora se noi lasciamo pregare lo Spirito Santo in noi, la nostra preghiera diventa infallibile, perché lo Spirito chiede a Dio la cosa che Dio stesso vuole darci.
Prima di fare questa preghiera possiamo semplicemente dire: "Spirito Santo intercedi per me secondo i disegni di Dio", e poi, "Amen".
Non succede niente? Benissimo! Ti sembra che non succeda niente perché tu pensi che la risposta debba avvenire sempre secondo i tuoi schemi.
Non succede niente e tu pensi: "Dio mi ha deluso!" Dopo un pò di tempo ti accorgi però, che la cosa che chiedevi è avvenuta in un modo diverso da quello che tu ti aspettavi.
Questo rinnovamento della preghiera deve portarci ad una conclusione pratica: deve rinnovare il rapporto tra preghiera e azione, tra contemplazione e azione. Per azione intendo in questo momento tutto ciò che non è preghiera, fosse anche l'evangelizzazione. Dobbiamo rinnovare, oltre alla preghiera, il motivo per il quale preghiamo. Dobbiamo passare dal "prima si prega e poi si agisce", al "prima si prega e dopo si fa la cosa che Dio ci ha detto nella preghiera". Questo è il giusto rapporto, il rapporto che aveva Gesù.
Quando noi ci proponiamo di pregare e poi di agire secondo la volontà di Dio che è emersa dalla preghiera, allora tutto cambia, perché è Dio che prende in mano la situazione e non si passa all'azione finché, in qualche modo, non si è avuta una risposta dal Signore: attraverso la Bibbia, una profezia, una parola ispirata o anche il semplice discernimento o scambio di opinioni.
E se dopo aver pregato non ci è chiara la risposta di Dio? Vedete, fratelli, quando noi consegniamo a Dio ogni nostro progetto, ogni possibile soluzione, quando ce ne distacchiamo pronti ad accettare la volontà di Dio qualunque essa sia, anche se la risposta non ci è chiara, se nel nostro cuore abbiamo rinnegato ogni nostra volontà, ogni nostra preferenza, a quel punto, qualunque cosa decidiamo di fare è nella volontà di Dio, perché noi prima l'abbiamo offerta a Lui.
Dobbiamo convincerci una volta per tutte di questo concetto: la Chiesa non è una barca a remi, cioè una barca che avanza grazie alla forza di chi rema, questa è l'idea che noi inconsciamente ci siamo fatti della Chiesa; la Chiesa è una barca a vela che avanza grazie alla forza del soffio che spinge sulla vela, e la vela è la preghiera.
Verso la fine della sua vita, S. Caterina da Siena era a Roma per aiutare il Papa a rinnovare la Chiesa. Ella aveva con sé un gruppo di amici che condividevano con lei questa ansia di rinnovamento della Chiesa, e in questa circostanza, scrisse delle preghiere. In una di queste preghiere si legge: "O dolcissimo amore, tu vedesti in te la necessità della  Santa Chiesa e le hai apprestato il rimedio che le bisogna, esso è la preghiera dei tuoi servi dei quali tu vuoi che si faccia un muro, con il quale sostenere il muro della Santa Chiesa e questi sono quei servi ai quali lo Spirito santo infonde infuocati desideri per la riforma di essa stessa Santa Chiesa".
Il dono della pietà e Maria.
"Proprio per questo nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchìsedek"
(Eb 5,7-10).

Ho voluto citare ancora una volta questo brano tratto dalla lettera agli Ebrei, per ricordare che la Chiesa l'ha inserito come prima lettura nel giorno in cui si celebra la festa alla Beata Maria Vergine Addolorata che ricorre il 15 di settembre. Questo perché la passione di Gesù si è impressa nel cuore della madre: queste forti grida e lacrime l'hanno fatta soffrire, il desiderio che il Figlio fosse salvato da morte doveva essere in lei ancora più forte che non in Gesù stesso, perché una madre desidera più del figlio che egli sia salvo.
Ma nello stesso tempo Maria si è unita alla pietà di Gesù, è stata come lui sottomessa alla volontà del Padre.
Per questo la compassione di Maria è vera: ha veramente preso su di sé il dolore del Figlio ed ha accettato con Lui la volontà del Padre, in una obbedienza che dà la vera vittoria sulla sofferenza.
Mi sembrava importante evidenziare come anche Maria, avesse condiviso e vissuto la pietà di Gesù.
Anzi Maria stessa ha donato a Gesù bimbo il suo modo di esprimere la pietà filiale verso Dio.
In questo vi è stata una mutua donazione del Figlio verso la madre e della madre verso il Figlio di ciò che è la Pietà come atteggiamento fondamentale verso Dio Padre.
Anche Maria, nelle sue preghiere, si è rivolta al Padre con il cuore di figlia; ma lei è anche la madre del Figlio di Dio, concepito grazie allo Spirito Santo che scese su di lei: "Le rispose l'angelo: Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio" (Lc 1,35).
Ecco perché la Chiesa la venera anche come "Sposa dello Spirito Santo".
Dopo questa breve ma intensa e doverosa parentesi mariana, torniamo ad occuparci del rapporto fra Gesù e il Padre. Abbiamo ampiamente visto come lo Spirito accompagna l'esperienza più intima di Gesù, quella della sua filiazione divina, che lo spinge a rivolgersi a Dio Padre chiamandolo "Abbà" con una confidenza singolare, che non è attestata a proposito di nessun altro giudeo nel rivolgersi all'Altissimo: "E diceva: "Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu" (Mc 14,36).
Proprio attraverso il dono dello Spirito, Gesù farà partecipare i credenti alla sua comunione filiale e alla sua intimità con il Padre. Come ci assicura San Paolo, lo Spirito Santo ci fa gridare a Dio: "Abbà, Padre": "E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!"  (Gal, 4,6), "Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre. Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio" (Rm 8,14-16).
Questa vita filiale è il grande dono che riceviamo nel Battesimo. Dobbiamo riscoprirlo e coltivarlo sempre nuovamente, rendendoci docili all'opera che compie in noi lo Spirito Santo. Per questo dobbiamo aprirci anche alla possibilità di rinnovare questa effusione di Spirito Santo battesimale per permettere allo Spirito stesso di togliere la polvere che si è posata sulla nostra vita spirituale e su tutti i doni che abbiamo ricevuto perché come possiamo leggere dalla lettera a Tito: "... egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, ..." (Tt 3,5-6)
Rigenerati a vita nuova nel Battesimo, partecipiamo alla vita divina mediante lo Spirito Santo e l'amore di Dio che è stato riversato nei nostri cuori: "La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato" (Rm 5,5). Perciò i nostri sentimenti e atteggiamenti hanno le caratteristiche proprie del figlio, sia pure di figli adottivi che hanno  già ricevuto le primizie dello Spirito e che aspettano l'adozione a figli: "Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo" (Rm 8,22-23).
E' essenzialmente lo Spirito Santo che ci fa capire e gustare la nostra condizione di figli di Dio. Come abbiamo appena letto, lo dice chiaramente San Paolo: "Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio" (Rom 8,16).
Essere figli di Dio è la nostra condizione ontologica, quella che conferisce dignità all'esistenza di ciascuno di noi e di ciascun uomo. Non sempre purtroppo ci comportiamo da figli di Dio, ossia non sempre viviamo secondo la nostra condizione ontologica.
E' lo Spirito che ci fa gridare Abbà a Dio, nostro Padre, e ce lo fa gridare in Cristo, con Cristo e per Cristo.
A conclusione di questa parte, vorrei riassumere in poche righe, l'essenza di quello che abbiamo detto finora: è il dono della pietà che trasforma il nostro cuore e vi infonde qualcosa degli stessi sentimenti del Figlio Gesù verso il Padre: "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, ..." (Fil 2,5).
Come più volte menzionato, la pietà è il cuore della virtù di religione che, a sua volta, è parte della virtù della giustizia.
A noi è stato dato lo Spirito di Gesù, quindi lo Spirito che ci rende figli. Per quanto riguarda noi, il punto di riferimento teologico è questo: lo Spirito che ci è stato dato è lo Spirito di Gesù e quindi ci comunica qualcosa che appartiene al Figlio: "Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l'annunzierà" (Gv 16,13-15).
Questo qualcosa che lo Spirito ci comunica è la partecipazione alla natura di Gesù come Figlio, i suoi sentimenti verso il Padre, la sua pietà di Figlio. Se comprendiamo bene la radice del dono della pietà, comprendiamo anche che il modello, davvero vertiginoso, non può essere che Gesù. Perciò dice San Paolo: "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù"(Fil 2,5).
Ora, questi sentimenti verso Dio non ci sono senpre connaturali, ma ci sono dati in Cristo Gesù attraverso il dono della pietà. Il dono della pietà è comunicato dallo Spirito del Figlio che ci è stato donato e che grida: "Abbà, Padre!"
Perché non abbiamo ricevuto uno spirito da schiavi, ma da figli adottivi (Rm 8,15-16).
Il che significa che dobbiamo alimentare un atteggiamento interiore, una coscienza e un comportamento non da schiavi, ma da figli.


Parenesi

Espressione del dono della pietà, la preghiera.


Dopo aver parlato in maniera spero esaustiva della preghiera, possiamo dichiarare che essa è il modo più efficace per mettere in pratica il dono dello Spirito Santo della pietà. Ora voglio aggiungere un ulteriore aspetto: la tenerezza, come atteggiamento sinceramente filiale verso Dio, s'esprime nella preghiera. L'esperienza della propria povertà esistenziale, del vuoto che le cose terrene lasciano nell'anima, suscita nell'uomo il bisogno di ricorrere a Dio per ottenere grazia, aiuto, perdono. Il dono della pietà orienta ed alimenta tale esigenza, arricchendola di sentimenti di profonda fiducia verso Dio, sentito come Padre provvido e buono. In questo senso scriveva San Paolo: "Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio" (Gal 4,4-7)


Il Canto di giubilo.


Lo Spirito Santo è il dono, che viene nel cuore dell'uomo insieme con la preghiera. In questa egli si manifesta prima di tutto e soprattutto come il dono, che "viene in aiuto alla nostra debolezza". È il magnifico pensiero sviluppato da San Paolo nella lettera ai Romani quando scrive: "Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; ..." (Rm 8,26)
Dunque, lo Spirito Santo non solo fa sì che preghiamo, ma ci guida "dall'interno" nella preghiera. Qui mi sembra doveroso spendere un po' di tempo per spiegare quella che potrebbe essere una interpretazione riguardo a questi "gemiti inesprimibili". Nella spiritualità carismatica si fa l'esperienza del "canto di giubilo" impropriamente e in maniera erronea chiamato anche "canto in lingue".
Cos'è questo canto di giubilo?
E' semplicemente un cantare e un balbettare a Dio suoni e parole senza senso nella massima libertà sia psichica che intellettiva, che affettiva. I
mmaginiamoci un canto gregoriano dove l'ultima vocale viene protratta e cantata per molto tempo, l'alleluja per esempio. Uniamo a questo canto delle parole apparentemente senza senso ma che esprimono per chi le genera un pensiero, di qualsiasi genere, rivolto a Dio.
E' un parlare a Dio e con Dio senza doverci sforzare a pensare cosa dire (sforzo psichico) e senza preoccuparci di articolare bene la frase che vogliamo esprimere (sforzo intellettivo).
E' un parlare con Dio come se fossimo dei bambini che non sanno parlare e si rivolgono al padre con dei monosillabi.
Così pure noi possiamo parlare con Dio come dei bambini che vogliono comunicare al proprio Padre i sentimenti che hanno in quel momento nel loro cuore, usando semplicemente dei monosillabi o un balbettio infantile.

Se si volesse provare a fare questa esperienza, consiglierei di seguire più o meno questa scaletta:
- invocare lo Spirito Santo preferibilmente con un canto di invocazione;
- alla fine del canto continuare a cantare usando la parola Abbà;
- dopo un po' di tempo, sostituire l'Abbà con le parole, "senza senso", che lo Spirito ispirerà di usare.
Specialmente nell'ultima delle tre fasi occorre lasciarsi andare all'azione dello Spirito e liberare la mente da qualsiasi pensiero che non sia il desiderio di parlare con Dio.


In questo "canto di giubilo", come in ogni altro tipo di preghiera, è lo Spirito che prega in noi e con noi, anzi è più esatto dire che noi preghiamo "nello Spirito". E se non preghiamo "in Spirito e verità" (Gv 4,23), la nostra preghiera rischia di essere una vuota formula ritualistica. Lo Spirito ci soccorre col dono della pietà, mediante il quale rende la nostra vita un atto filiale, una manifestazione d'amore nei confronti di Dio, una lode autentica al suo Nome glorioso.
Come abbiamo già affermato, il dono della pietà, come gli altri doni, ci viene dato con il sacramento del Battesimo e confermato nella Cresima. La nostra preghiera "nello Spirito" diventa un vero e proprio culto reso con semplicità al Padre "in spirito e verità": "Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità." (Gv 4,23-24).

Perciò nel nostro culto personale, non siamo più legati alla rigidità di schemi e formule, ma con semplicità e familiarità ci intratteniamo con il Padre. Tutto questo, senza contraddire, anzi accettando pienamente la forma e i contenuti dei sacramenti e di quanto abbiamo ricevuto dalla sana tradizione della Chiesa.


Cosa ci fa sperimentare il dono della pietà.


Il dono della pietà, ci fa sperimentare la tenerezza del Padre e ci fa sentire figli prediletti: "Io sono tranquillo e  sereno come bimbo svezzato in braccio alla madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia". (Sal 131,2)
Il dono della pietà ci dà il senso della Divina Provvidenza, che riconosce che siamo figli di Dio, che provvede a tutto. "Il Signore non turba mai la pace dei suoi Figli se non per darne una maggiore" (Don Orione).
Il dono della pietà è la forza del pentimento dei peccati, è l'amore dei figli verso il Padre. Lo spirito di pietà ci introduce nell'intimità della famiglia trinitaria.


Frutti del dono della pietà.


Se il dono della pietà plasma il nostro atteggiamento verso il Padre, ci fa scoprire anche che gli altri sono nostri fratelli. Dio infatti è il Padre di tutti. I rapporti di giustizia, allora non bastano più. Essa infatti comporta qualcosa di rigido, si ferma allo strettamente dovuto.
E' la pietà che addolcisce le relazioni sociali. Secondo S. Pietro, alla pietà si deve aggiungere l'amore fraterno, la carità: "... alla pietà l'amore fraterno, all'amore fraterno la carità." (2 Pt 1,7)
In secondo luogo, lo spirito di pietà si estende a tutti coloro che, in qualche modo, partecipano della paternità divina, in cielo e in terra: "Per questo, dico, io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome, ..." (Ef 3,14-15). Entrano in questo spirito, le relazioni che abbiamo verso Maria, S. Giuseppe, i santi e, in terra, verso il Papa, genitori, le autorità religiose e civili...
Per concludere, vorrei riportare alla vostra attenzione questi due brani che io ritengo fotografino meglio di qualunque altri il dono della pietà e ne esprimano l'essenza: "E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!"  (Gal, 4,6), "Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre. Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio." (Rm 8,14-16).
Noi siamo figli nel Figlio ed è per questo che possiamo, anzi dobbiamo pregare Dio con il nome di Abbà, Padre!