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Meditazione sul beato Transito di San Francesco

A cura di Pietro Messa
Meditazione di S. ecc. za Mons. Giuseppe Betori
francesco-crocifisso-cavani
Tratterò del transito di san Francesco secondo tre punti di vista. Il primo riguarda la morte di Francesco – quella che appunto viene definita nella tradizione francescana il suo beato transito – in rapporto all’intera vita del santo. Il secondo punto di vista riguarda il transito di Francesco in rapporto all’Ordine da questi fondato, l’Ordine dei Frati Minori. Seguendo questa seconda prospettiva, avrò anche occasione di dire qualcosa sul tema che dà il titolo al nostro incontro, ovvero “Francesco a Roma dal Signor Papa Innocenzo III”. L’ultimo punto di vista è invece un tentativo di attualizzazione dei primi due temi, visti sullo sfondo della cultura e della società di oggi.

1. Secondo gli antichi biografi del santo, la morte di Francesco altro non è che il compimento della sua esistenza. Compimento però nel senso che troviamo nel linguaggio paolino, in Rm 10,4, quando l’Apostolo scrive che Cristo è il télos della Legge. Se è possibile, secondo molti, rendere l’ambigua semantica di questo termine con fine in senso temporale (la Legge, cioè, avrebbe raggiunto la sua fine con Cristo), altri intendono che la Legge ha trovato il suo traguardo in Cristo: ne è cioè il suo fine. La CEI sceglie, traducendo «il termine della Legge è Cristo», di accogliere tutti e due i sensi della parola (che non sarebbero pertanto incompatibili). Allo stesso modo, potremmo dire che la morte non solo è “la” fine della vita terrena di Francesco (come di ogni essere umano), ma ne è anche in qualche modo “il” suo fine: lo scopo – il traguardo – del vivere, è stato raggiunto dal santo in quell’ultimo momento. Ci tornano in mente ancora le parole di Paolo, che, usando un eufemismo per parlare della sua futura morte, confessa a Timoteo di aver terminato la corsa, ma anche di aver «conservato la fede» (cf. 2Tm 4,7), raggiungendo così un obiettivo non da poco.

Sono, dicevo, i biografi di Francesco a sottolineare questo aspetto. Nella lettura cristologica della vita di Francesco, si dice infatti che questi, «essendosi compiuti in lui tutti i misteri di Cristo, se ne volò felicemente a Dio» (Vita Seconda CLXIII,217; FF 810; cf. Bonaventura da Bagnoregio, Leggenda Maggiore XIV,6; FF 1243: «Quando, infine, si furono compiuti in lui tutti i misteri…»). Il transito del santo è insomma la conformazione, la vicinanza, al modello che egli ha voluto sin dall’inizio seguire, e che – ci dice la sua morte – è riuscito ad imitare perfettamente: Cristo. Se l’abito che Francesco volle indossare come segno di riconoscimento della sua religione, scrive sempre il Celano, altro non era che l’essersi rivestito di Cristo («come la sua mente si era rivestita del Signore crocifisso, così tutto il suo corpo si rivestiva esteriormente della croce di Cristo»: Tommaso da Celano, Trattato dei miracoli II,2; FF 826), alla fine della sua vita, Francesco ha raggiunto davvero quel suo desiderato traguardo, e può finalmente spogliarsi di quei panni, decidendo di morire nudo: «si fece deporre nudo sulla terra nuda, per essere preparato in quell’ora estrema» (Tommaso da Celano, Vita Seconda CLXII,214; FF 804).

In questo modo, al termine della vita di Francesco, può essere finalmente compreso anche quel misterioso segno che sono le sue stimmate, di cui il santo era stato insignito pochi anni prima alla Verna. Ecco allora che, in questo senso, la morte di Francesco è il traguardo di una vita vissuta bene, di un’offerta di sé continua ed incondizionata. Si spiega probabilmente allo stesso modo il gesto originalissimo che Francesco vuole compiere prima di morire, secondo il racconto della Vita seconda di Tommaso da Celano (CLXIII, 217; FF 808):
Mentre i frati versavano amarissime lacrime e si lamentavano desolati, si fece portare del pane, lo benedisse, lo spezzò e ne diede da mangiare un pezzetto a ciascuno. Volle anche il libro dei Vangeli e chiese che gli leggessero il Vangelo secondo Giovanni, dal brano che inizia: Prima della festa di Pasqua ecc. Si ricordava in quel momento della santissima cena, che il Signore aveva celebrato con i suoi discepoli per l’ultima volta, e fece tutto questo appunto a veneranda memoria di quella cena e per mostrare quanta tenerezza di amore portasse ai frati.

Rimaniamo tutti colpiti dall’arditezza di questa descrizione. Francesco, che non era sacerdote, compie alla fine della sua vita un gesto tipicamente sacerdotale: spezza il pane, a memoria della cena del Signore, e lo dona ai suoi frati. Non si tratta di un abuso, o di una banale mimesi di un testo ascoltato tante volte nella celebrazione eucaristica; come il Cristo nella sua ultima cena, attraverso i simboli del pane e del vino, anticipa il senso di quello che gli accadrà di lì a poco (la sua passione e morte), allo stesso modo Francesco vuole conferire al suo transito il significato di un’offerta per gli altri. Davvero in Francesco si compie fino in fondo, anche con la sua morte – e come già prima per il Cristo – l’offerta di tutta la sua vita.

Possiamo così brevemente passare al secondo punto di vista: quello della morte del santo come percepita dai suoi discepoli.

2. Ogni morte di un “fondatore” è un passaggio, un vero e proprio transito anche per coloro che si rifanno al carisma di chi ha originato quella particolare esperienza. In termini moderni, mutuati dal linguaggio della psicologia, potremmo parlare della necessità di un’elaborazione del lutto. Se ogni morte è un trauma in sé, dal punto di vista del gruppo che ha seguito Francesco vi è però molto di più. Si tratta cioè di dover conservare la continuità con l’origine, ma anche di dover sperimentare formule nuove. Mi pare di poter spiegare questa idea attraverso le parole che il santo di Assisi rivolge ai frati prima di morire: «Io ho fatto il mio dovere; quanto spetta a voi, ve lo insegni Cristo» (Tommaso da Celano, Vita Seconda CLXII,214; FF 804. Cf. Bonaventura da Bagnoregio, Leggenda Maggiore XIV,3; FF 1329: «Io ho fatto la mia parte; la vostra, Cristo ve la insegni»). Come un buon padre che lascia le sue ultime parole ai figli, Francesco consegna ai suoi un duplice messaggio: quello della necessità di dover seguire la strada da lui già segnata («Io ho fatto il mio dovere»), ma anche quello della possibilità di una libertà ulteriore, significata dall’idea che ora egli non è più presente per segnare quella strada, o per ammonire, o insegnare…: al posto di Francesco, come maestro, vi può essere solo Cristo col suo Vangelo. [...]





3. Finora ho insistito sull’idea che la celebrazione del transito di Francesco è la memoria “speciale” del suo passaggio, ma ora dobbiamo ricordare che si tratta pur sempre della memoria di una morte. Se dei santi celebriamo infatti raramente il mistero della nascita (si tratta del caso di Giovanni Battista, il 24 giugno, o di Maria, l’8 settembre, e soprattutto della memoria della nascita di Gesù…), la tradizione cristiana però si è concentrata piuttosto sul natale al cielo dei suoi testimoni, che è pur sempre, dal nostro punto dell’esperienza umana, una morte.
Questo tema è più che attuale nella cultura di oggi, e non solo nel nostro paese. Basterà ricordare le diverse questioni che si agitano a questo riguardo: quella della rivendicazione, da parte di alcuni, di un “diritto di morire”, come l’eutanasia; quella della possibilità di varare, attraverso una legge, una normativa sul fine vita (come ha recentemente ricordato il Presidente della CEI Card. Bagnasco nella sua prolusione al Consiglio Permanente); quella circa il poter stabilire un momento esatto per dichiarare l’avvenuto decesso di una persona (ci riferiamo al dibattito suscitato da un recente articolo dell’Osservatore Romano). Su questi temi, sui quali il Santo Padre e i vescovi si sono varie volte soffermati, non intendo aggiungere se non due idee a partire proprio dal racconto del transito di Francesco. La sua morte può, infatti, insegnare qualcosa anche alla cultura di oggi.
La prima idea è che Francesco non muore in solitudine. Attorno a lui vi sono i confratelli, e persino gli amici, come quella gentildonna romana, donna Giacoma dei Sottesoli, che Francesco chiama addirittura da Roma prima della sua morte, e per il cui arrivo esclama, secondo il Celano, «Benedetto Dio, che ha condotto a noi donna Giacoma» (Tommaso da Celano, Trattato dei miracoli VI,37; FF 860). Troppe volte coloro che muoiono, invece, vengono abbandonati a loro stessi; la comunità ecclesiale ha colto bene il problema, e da tempo è impegnata sul campo non solo dell’assistenza volontaria ai malati terminali, ma anche con strutture specializzate apposite, come gli hospice, che si occupano dell’accompagnamento di coloro che stanno morendo.

La seconda idea è che Francesco si è preparato alla sua morte. Essa non sopravviene inaspettata, al punto che Francesco ha tempo per comporre ben due testamenti, ma anzi, ad essa si è specialmente avvicinato, con il segno della Verna. Alla morte non si è rassegnato, ma anzi ha imparato ad interpretarne, con fede, la sua immanenza, seguendo la traccia della passione di Cristo. È interessante che tra gli scritti di Francesco ci resti anche un Ufficio della passione del Signore, una compilazione cioè di salmi già usati nella liturgia, e di altri testi, che dovevano servire al santo e al suo gruppo per meditare la passione di Cristo. Non solo: prima di morire, Francesco vuole che gli si rilegga la passione del Signore secondo Giovanni. Nella nostra società, dove il pensiero della morte viene spesso rimosso, è necessario ricordare invece che essa è un momento ineludibile dell’esperienza umana.
È questa la ragione per cui Francesco della morte non sembra aver paura. Egli la vede non come la fine di tutto, ma come l’inizio, come il compimento definitivo dell’unione con Dio, come un ritorno a Lui. Dicevo sopra che la fine della vita coincide, per i santi, con il suo fine: possiamo ancora dire, con l’Apostolo, che in questo senso morire è proprio un guadagno (cf. Fil 1,21), se il morire permette di incontrare il Signore. Ecco perché ci colpiscono ancora, ogni volta che le ascoltiamo, le parole del celeberrimo Cantico delle creature, con le quali Francesco ha avuto addirittura il coraggio di definire la morte come sorella: «Laudato sì, mi Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare. Guai a quelli, ke morrano ne le peccata mortali: beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati, ka la morte secunda nol farrà male» (FF 263).


Tratto da: GIUSEPPE BETORI, Un uomo veramente felice. San Francesco di fronte a sorella morte, Ed. Porziuncola, Assisi, pp. 32, euro 2,50.