Da una lettera del beato Alessandro Dordi, sacerdote e martire

beato Alessandro DordiA cura di p. Pietro Messa, ofm

La lettera del b. Dordi che la diocesi di Bergamo ha messo nelll'ufficio liturgico del martire come seconda lettura dell'ufficio delle letture.

Da una lettera del beato Alessandro, sacerdote e martire

(Chimbote, 2 febbraio 1982; ASDBg, Fondo Tribunale Ecclesiastico, Causa Dordi)

Il missionario è un servitore e un amico

Dopo quindici mesi dal mio arrivo in Perù ritengo importati due componenti che permettono di qualificare positivamente la nostra presenza: come realizzarci nel ruolo di persone inviate al servizio di Chiese sorelle e quali cammini percorrere perché la nostra presenza sia costruttiva.

Come realizzare la nostra missione. Il sentirsi inviati da comunità e dal Vangelo è fondamentale: non siamo persone venute a titolo personale. Per questo è molto utile riconoscere questa motivazione: siamo un mezzo di comunicazione tra distinte chiese. Questo aspetto della missionarietà è un forte aiuto alle persone e qualifica il nostro ruolo nella Chiesa universale. In questo ordine di idee il sacerdote si orienta e si realizza; in questa ottica scompare il personalismo e l’orizzonte dà un respiro vasto e liberante. Il sacerdote si può così realizzare come persona e dare alla sua presenza il carattere di spontaneità. La serenità che ne risulta, nonostante le difficoltà, è la condizione numero uno per non sentirsi frustrati. Per questo è molto importante motivarsi giustamente e caricarsi per potersi presentare con equilibrio personale indispensabile per essere utili a se stessi e agli altri. Questa terapia personale è la base per passare alla lettura della realtà.

Cammino da percorrere. Di fronte alla vastità della zona affidataci e alle molteplici possibilità di intervento il pericolo dello scoraggiamento è facile perché siamo molto limitati. A che serviamo? Di fronte all’impossibilità di fare tutto quello che ci sembra indispensabile si presentano due rischi: esaurirsi nel fare qualsiasi cosa si presenta o rassegnarsi ad una presenza quasi inutile. È di somma importanza studiare la realtà che ci circonda e scegliere delle priorità. La nostra presenza se non è inserita nella linea della promozione e maturazione a livello popolare, cioè se non entra nel vivo della realtà vissuta dalla classe povera che è la grande maggioranza, non sarà neppure in linea con il Vangelo e si potrà solamente formare una specie di Chiesa quasi astratta dalla realtà e non come una vera componente di verità, educazione e promozione umana.

Un compimento a queste due componenti: l’integrazione o la conversione richieste al missionario condiziona la validità della sua presenza nel rispetto delle culture che incontra. Il missionario non è un conquistatore ma meglio un servitore ed un amico. Non si può presentare con una stupida superiorità che impedisce di mettersi accanto agli altri come uguale e come servitore. Se la gente con cui viviamo non si accorgesse che veniamo da un’altra nazione sarebbe tanto di guadagnato. Questo è valido soprattutto a contatto con gente umile e provata dalla fatica e dalla povertà. Nonostante la lacune che sono evidenti, la fede e la bontà di questa gente ci fa molto riflettere: ci sono valori autentici da mettere in risalto. Oggi per essere missionari occorre essere umili: per questo si parla di servizio e di scambio tra Chiese. È bene lavorare con molta discrezione, eliminando il comprensibile orgoglio di chi sa di più, di chi viene da una nazione più sviluppata e da una Chiesa più antica. Se per la fede che ci anima non siamo stranieri in nessuna parte del mondo, con il nostro atteggiamento possiamo però apparire tali. Quello che ci costa di più non è lasciare una famiglia, una patria e amici, ma lasciare noi stessi.


come approfondimento un rinvio a

http://www.ilcattolico.it/catechesi/santi/la-santita-nella-tradizione-bergamasca.html