Omelie quotidiane Santo Padre

IV domenica di Pasqua del Buon Pastore, omelia del Santo Padre

Santa Messa S. Marta altareNostra trascrizione:

La Prima Lettera dell’apostolo Pietro, che abbiamo sentito, è un passo di serenità. Parla di Gesù. Dice: “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più del peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti.

Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime”.
Gesù è il pastore - così lo vede Pietro - che viene a salvare, a salvare le pecore erranti: eravamo noi.
E nel salmo 22 che abbiamo letto dopo questa lettura, abbiamo ripetuto: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla”.
La presenza del Signore come pastore, come pastore del gregge.
E Gesù, nel capitolo 10 di Giovanni, che abbiamo letto, si presenta come il pastore. Anzi, non solo il pastore, ma la “porta” per la quale si entra nel gregge.

Tutti coloro che sono venuti e non sono entrati per quella porta erano ladri o briganti o volevano approfittarsi del gregge: i finti pastori. E nella storia della Chiesa ci sono stati tanti di questi che sfruttavano il gregge.
Non gli interessava il gregge ma soltanto far carriera o la politica o i soldi.
Ma il gregge li conosce, li ha conosciuti sempre e andava cercando Dio per le sue strade.

il buon pastoreMa quando c’è un buon pastore, c’è proprio il gregge che va avanti, che porta avanti. Il pastore buono ascolta il gregge, guida il gregge, cura il gregge.
E il gregge sa distinguere fra i pastori, non si sbaglia: il gregge si fida del buon pastore, si fida di Gesù.
Soltanto il pastore che assomiglia a Gesù dà fiducia al gregge, perché Lui è la porta.

Lo stile di Gesù deve essere lo stile del pastore, non ce n’è un altro.

Ma anche Gesù buon pastore, come dice Pietro nella prima lettura: “Patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con gli insulti, maltrattato, non minacciava vendetta”, era mite.
Uno dei segni del buon pastore è la mitezza, è la mitezza. Il buon pastore è mite.
Un pastore che non è mite non è un buon pastore.
Ha qualcosa di nascosto, perché la mitezza si fa vedere come è, senza difendersi.
Anzi, il pastore è tenero, ha quella tenerezza della vicinanza, conosce le pecore una ad una per nome e si prende cura di ognuna come se fosse l’unica, al punto che quando tornano a casa dopo una giornata di lavoro, stanco, si accorge che gliene manca una, esce a lavorare un’altra volta per cercarla e la porta con sé, la porta sulle spalle.

Questo è il buon pastore, questo è Gesù, questo è chi ci accompagna sempre nel cammino della vita, a tutti. E quest’idea del pastore, e quest’idea del gregge e delle pecore, è una idea pasquale.

La Chiesa nella prima settimana di Pasqua canta quel bell’inno per i nuovi battezzati: “Questi sono gli agnelli novelli”, l’inno che abbiamo sentito all’inizio della Messa. È un’idea di comunità, di tenerezza, di bontà, di mitezza. È la Chiesa che vuole Gesù e lui custodisce questa Chiesa.

Questa domenica è una domenica bella, è una domenica di pace, è una domenica di tenerezza, di mitezza, perché il nostro pastore si prende cura di noi. “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla”.